Cosa significa, in tempi bui, non solo scrivere, ma guardare, abitare l’arte e la scrittura? È attorno a questa domanda che ruota la nuova raccolta di saggi di Teju Cole: una riflessione densa, eterogenea e viscerale che prende le mosse dalla “nerità” (blackness nell’originale), intesa non come categoria identitaria rigida ma come campo di forze, spazio di tensioni e possibilità. È colore della pelle e condizione storica, ma anche buio del presente, ombra che attraversa le immagini, chiaroscuro che struttura lo sguardo sul mondo.
Il volume raccoglie testi scritti prevalentemente tra il 2016 e il 2019, anni segnati dalla prima elezione di Donald Trump e dal riemergere negli Stati Uniti di un linguaggio pubblico ostile, razzializzato, regressivo. Eppure, una delle qualità del libro è la sua capacità di parlare all’oggi: alle guerre in corso, alla Palestina, alla gestione europea delle migrazioni, al ruolo delle immagini e dei social nei conflitti contemporanei. Carta nera si rivela così una bussola critica per orientarsi in un presente che sembra non smettere di precipitare.
Cole non è soltanto uno scrittore, ma un intellettuale a tutto tondo: critico d’arte, fotografo, profondo conoscitore della musica. Anche quando sceglie la forma narrativa, come in Città aperta o nel recente Tremore, il suo lavoro è attraversato da un interrogarsi costante sul reale. In Carta nera, sembra chiamare a raccolta tutto il suo sapere per sostenere questo sforzo interpretativo: pittura, fotografia e musica vengono convocate in un intreccio raffinato di registri, dove non esiste separazione netta tra estetica e politica, tra esperienza sensibile e analisi del potere. Ogni immagine è una soglia e un dispositivo critico.
Il libro si apre con un viaggio in Italia sulle tracce di Caravaggio, dove la nerità agisce in filigrana: nel nero profondo dei fondi caravaggeschi, nel gioco di ombre e chiaroscuri, ma anche nella biografia dell’artista e nei luoghi che ospitano le sue opere — Napoli, Sicilia, Malta — città di margine, di passaggio, di migrazione. Cole costruisce un parallelismo suggestivo tra Caravaggio e i migranti contemporanei: figure irregolari, corpi esposti, costretti a muoversi in spazi ostili.
È nei saggi successivi che la nerità emerge con maggiore nettezza come esperienza storica e razziale, sottile filo conduttore di scritti tanto diversi tra loro, proprio in virtù della ricchezza di sfumature semantiche con cui viene accolta e sviscerata. Ne è un esempio l’inserimento del saggio dedicato a Edward Said, dove nerità è anche spazio politico di esposizione e rischio, di ipervisibilità e cancellazione.
In dialogo con l’op. 132 di Beethoven, il saggio è una elegante meditazione sull’esilio e sulla tensione etica che ne deriva. Particolarmente incisive, se si pensa al presente, sono le sezioni del libro dedicate alla fotografia del dolore e della guerra (Cosa significa guardare una foto? e Crimini sul confine). Qui la nerità torna come chiave di lettura dello sguardo occidentale: chi può guardare, chi viene guardato, quali corpi sono esposti alla violenza delle immagini e quali restano protetti.
La fotografia di guerra non è mai neutra, e il dolore rischia costantemente di diventare consumo, spettacolo, assuefazione.
Carta nera è un libro ambizioso in quanto elitario, ma anche godibile. Non offre risposte semplici né tanto meno consolazioni. Piuttosto, invita a sostare nelle ombre e nella complessità, a riconoscere nella nerità non una condizione ma una lente critica per leggere il presente.