Guinea Equatoriale
Il dittatore Teodoro Nguema Mbasogo aveva annunciato la liberazione dell’imprenditore italiano, in carcere da oltre 15 mesi. Bugie. Ora c’è un nuovo sconosciuto teste che lo attacca. E il caso si complica. Nel silenzio delle autorità italiane. E non solo.

La vicenda di Roberto Berardi, l’impresario italiano recluso nel carcere di Bata in Guinea Equatoriale dal 18 gennaio 2013, continua a sollevare molto rumore.

 Condannato a due anni e quattro mesi per appropriazione indebita di presunti fondi appartenenti al suo socio Teodoro Nguema  Obiang Mangue, figlio del dittatore (presente in Vaticano per la canonizzazione dei due papi), dal dicembre scorso è in regime di isolamento totale. Nella sua cella-sgabuzzino di pochi metri quadrati non può ricevere visite, è stato sottoposto a torture, non gli vengono garantite le necessarie cure mediche per i frequenti attacchi di malaria.

Il rapporto d’affari con Teodorín funzionarono finché Berardi non cominciò a fare domande sui loschi maneggi di denaro e sugli affari illeciti che circondavano il figlio di uno dei peggiori satrapi africani: fu a quel punto che da socio al 50% della Eloba Construcción, Roberto Berardi si trasformò in testimone scomodo e potenziale destabilizzatore del sottobosco di corruttela che da sempre la famiglia Obiang protagonizza. E fu in quel momento che Roberto Berardi diventò prigioniero personale del regime. Uno di più tra i tanti.

 Ora però quel caso è sempre più oggetto mediatico che non accetta filtri silenziatori, pericolosamente esponenziale e urticante per il regime equatoguineano.  Per questo si è resa necessaria una nuova strategia da parte della dinastia Obiang: attaccare il prigioniero su un altro fronte e con  altri ipotetici reati, per poterlo mantenere in carcere svincolando la sua vicenda dal legame con la famiglia presidenziale.

 Sorge così dal nulla la nuova accusa che un perfetto sconosciuto, tale Wenceslao Mbele Asumu, ha presentato contro il nostro connazionale per alienazione di beni, fallimento e appropriazione indebita.  A seguito di questa nuova querelle gli è stato negato il diritto ad avere la tutela del  difensore da lui stesso designato, provvedendo a fornirgli invece – in base a quale arbitrio legale? – solo assistenza “controllata” dal regime.

 La sua difesa è stata affidata a Santiago Mbasi, avvocato di dubbia formazione che già una volta l’aveva abbandonato nella causa contro Teodorín, lasciandolo completamente scoperto di tutela legale.

 Mbasi è conosciuto come un gregario e un figurante, la cui missione è attuare ciecamente le istruzioni del presidente della Audencia Provincial: Eliseo Nvo Mengue. Il quale, a sua volta, obbedisce solo al potere stabilito ed è il diretto responsabile dell’attuale isolamento di Berardi.

 Lo scorso 1 aprile, a Bruxelles, fu lo stesso presidente Teodoro Nguema Mbasogo ad assicurare  al vicepresidente della commissione Ue, Antonio Tajani, che Berardi sarebbe stato liberato al suo rientro in Guinea «per motivi umanitari». Non solo questo non è avvenuto, ma la situazione si è acuita tanto da indurre a temere un epilogo drammaticamente annunciato della vicenda Berardi.

 Negli ambienti forensi equatoguineani liberi dall’asservimento alla dittatura – per questo perseguiti e costretti a parlare nella clandestinità – la vicenda Berardi costituisce l’ennesimo scandalo giudiziario, ma anche sul piano della dipomazia internazionale. Ci si chiede quali siano i motivi che spingono il nostro governo quantomeno al silenzio, se non all’inazione e alla paralisi di fronte all’evidente violazione dei diritti umani oltre che delle prassi del diritto internazionale.

 La libera opinione pubblica africana è sinceramente scandalizzata da come il caso Berardi viene trattato dall’intelligence italiana ed europea, e continua a inviarci comunicati di richiesta d’aiuto e di pressione sul governo equatoguineano.

La nostra tiepidezza sta diventando francamente imbarazzante e sinceramente non riusciamo a spiegarcela se non con i crescenti interessi economici che la grossa industria italiana sta radicando in una delle Bengodi più ricche del mondo, con la scia di meccanismi internazionali e diplomatici che segue a rimorchio.

 È sempre più tetra ed evidente l’analogia che già diverse volte abbiamo denunciato con il caso di Igor Celotti, l’altro italiano perito nel 2007 in Guinea Equatoriale in circostanze mai chiarite.

Se anche il caso Berardi avrà lo stesso epilogo dovremo dire che lo sapevamo; e dovremo trovare l’ennesima giustificazione a quel rumore sollevato dall’opinione pubblica e bypassato dall’immobilismo della nostra diplomazia.