Siguide Djimtoide è un attivista ciadiano delle opposizioni che da mesi si trova in carcere senza che né lui né i suoi avvocati possano sapere di cosa è accusato. Ha subito torture e da settimane è detenuto in condizioni «disumane» nel più famigerato istituto penitenziario di massima sicurezza del paese, Koro Toro, due edifici nel cuore del deserto a centinaia di chilometri dalla città più vicina e ad anni luce dal rispetto di qualsivoglia diritto dei detenuti.
Una struttura di cui diverse organizzazioni locali e internazionali chiedono a gran voce la chiusura o la completa ristrutturazione. La sola esistenza di Koro Toro nelle condizioni attuali rappresenta una violazione della stessa Costituzione del Ciad e dei numerosi impegni in termini di rispetto dello stato di diritto che il paese ha assunto con le istituzioni internazionali.
Il difficile contesto ciadiano
La storia di Djimtoide non è un caso isolato. Per quanto sia difficile reperire numeri ufficiali, in Ciad si continuano ad arrestare o far sparire persone per ragioni che sembrano essere legate alla loro attività politica. Da oltre 100 giorni del resto, il leader delle opposizioni, l’ex primo ministro e candidato alla presidenza Succés Masra, si trova in carcere dopo essere stato condannato a 25 anni di reclusione con accuse che molti reputano politicamente motivate.
Il paese si è lasciato alle spalle una transizione politica violenta ma che non ha avuto conseguenze per chi ha manutenuto il potere, anche perché la comunità internazionale sembra ben poco interessata a quello che succede in Ciad. Questo nonostante N’Djamena sia a lungo stato un alleato chiave delle potenze occidentali nel mantenimento della sicurezza nel Sahel e nel bacino del Lago Ciad.
Molti elementi indicano che adesso il presidente e maresciallo Mahamat Dèby Itno voglia ammutolire completamente qualsiasi forma di dissenso e garantirsi lunga vita al potere. Il padre, Idriss Dèby, è rimasto alla guida del paese per 30 anni fra il 1991 e il 2021. È stata proprio la sua uccisione al fronte nell’aprile 2021 – questa è almeno la controversa versione ufficiale – ad avviare la transizione che è finita per consolidare il potere del figlio e con lui dei militari che da 50 anni governano il paese.
Un consolidamento che è passato per una serie di controversi passaggi istituzionali, un referendum per cambiare la Costituzione e infine delle contestate elezioni nel maggio 2024. Nel mezzo, diverse promesse infrante sul ritorno dei civili al potere e proteste spente nel sangue, con oltre 200 morti secondo organizzazioni della società civile locale.
In un clima politico di questo tipo, il caso di Djimtoide appare emblematico. Geografo di formazione, specialista in risorse umane e formazione dei giovani, nasce nel 1988 nella città di Bodo, nella provincia meridionale del Logone orientale. L’attivista fa parte da alcuni anni del partito Les Transformateurs, la formazione guidata da Masra, e fino al momento della sua sparizione era anche l’animatore della pagina Facebook Révolutionnaire Tchadien, seguita da oltre 11mila persone.
Djimtoide aveva anche un incarico come consulente per il comune di Doba, il capoluogo del Logone orientale. Nigrizia lo aveva intervistato più volte in Ciad e da remoto ed era in contatto con lui anche nei giorni immediatamente precedenti al suo arresto, che è avvenuto il 22 maggio nella sua città di residenza, la capitale N’Djamena.
La cronistoria
Da quel momento è iniziato il calvario dell’attivista. Calvario che secondo i suoi legali può prendere anche una definizione più precisa: «Detenzione extragiudiziaria, illegale e arbitraria». Anche per questo gli avvocati hanno presentato il suo caso anche al Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria, all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e al Relatore speciale dell’ONU sulla libertà di opinione e di espressione.
In effetti è utile iniziare col dire che Djimtoide non è stato propriamente arrestato. Dopo giorni di minacce telefoniche anonime e dopo essere stato invitato a un appuntamento da un non meglio identificato ex collega, l’attivista è semplicemente scomparso.
Solo col tempo si sono potute acquisire le informazioni necessarie per capire che era stato arrestato dai temuti servizi di sicurezza del paese, l’Agence nationale de sécurité (ANS). Nei giorni precedenti alla sparizione, l’attivista aveva lanciato sui social degli appelli per il rilascio di Masra, adottando come foto profilo anche un’immagine recante un appello per la sua liberazione.
L’attivista aveva anche denunciato la presunta morte sotto tortura di un dirigente della procura di una cittadina del Logone orientale. La morte dell’uomo sarebbe legata a una questione molto complessa: l’uccisione di oltre 40 pastori in scontri con i coltivatori, avvenuta a maggio nella provincia. Masra è in carcere proprio con l’accusa di aver istigato quelle violenze al punto da esserne stato complice. La prova sarebbe un suo audio del 2023 in cui invocava l’autodifesa anche armata dei contadini contro i continui attacchi degli allevatori nomadi.
Le violenze fra coltivatori e pastori sono una costante della vita sociale del Ciad e di tutta la regione del Sahel. Le tensioni fra questi due gruppi sociali vengono spesso strumentalizzate dalla politica e sono parte di una più ampia “faglia” che segna tutta la società ciadiana, anche a causa di queste stesse strumentalizzazioni: da una parte i pastori, per lo più musulmani originari del nord del paese, ritenuti molto vicini alle élite politiche che da mezzo secolo controllano il Ciad.
Dall’altra parte i contadini, cristiani o animisti originari del sud, emarginati dalla classe dirigente e bacino di consenso delle opposizioni, che proprio nella parte meridionale del paese trovano le loro tradizionali roccaforti.
Le attività social di Djimtoide, in genere molto critico verso il governo, potrebbero fornire degli indizi sulle ragioni del suo arresto. Sul suo profilo social inoltre, il giorno 22 maggio, è anche apparso uno strano messaggio, diverso dal solito nei toni e nei contenuti, con cui l’attivista prendeva le distanze dalle azioni di Masra. A detta di molti, un post che l’attivista è stato costretto a scrivere dopo l’arresto o addirittura scritto direttamente da agenti dei servizi.
Quel che si sa è che da quel giorno in poi le tracce dell’attivista si sono perse per settimane. Secondo quanto ricostruito dai legali, Djimtoide è stato tenuto per non meno di 45 giorni in custodia dell’ANS, nonostante il codice di procedura penale ciadiano stabilisca che la durata massima di una custodia cautelare sia di appena quattro giorni.
Solo dopo una denuncia alla Procura generale – che è stata rimpallata alla più alta Procura della Repubblica – gli avvocati dell’attivista hanno appreso del suo trasferimento a Koro Toro. L’accesso al fascicolo del loro cliente è stato loro negato, nonostante sia garantito dalla legge in quanto prerequisito per preparare la difesa.
Gli avvocati di Djimtoide non conoscono quindi le ragioni del suo arresto, come confermato a Nigrizia da uno dei legali, ed è lecito immaginare che nemmeno lui le sappia, visto che non è neanche mai comparso davanti al pubblico ministero come sarebbe dovuto invece avvenire già settimane fa.
In tutto questo tempo poi, l’attivista non ha mai potuto ricevere visite dei suoi avvocati o di familiari e solo poche volte è riuscito a sentirli telefonicamente. In una foto inviata agli avvocati e visionata anche da chi scrive appare provato.
Secondo l’avvocato ascoltato da Nigrizia l’esponente dei Les Transformateurs ha infatti subito delle torture mentre era in custodia dell’ANS ed è molto probabile che l’attivista continui a essere sottoposto a questa pratica a Koro Toro, luogo noto per le violenze che vi si compiono. Lo stesso attivista, in una delle poche comunicazioni alla famiglia che gli sono state concesse, ha definito «disumane» le condizioni del carcere e ha riferito di essere tenuto incatenato buona parte del tempo.
Lo spostamento in questo carcere pone poi un altro problema. Djimtoide risiede a N’Djamena, nella capitale è stato arrestato ed è sempre qui avrebbe verosimilmente compiuto il reato che gli viene contestato. Secondo le disposizioni della legge quindi, il caso dell’attivista dovrebbe essere esaminato presso il tribunale preposto della capitale e non certo a centinaia di chilometri di distanza nel deserto. Cosa questa, che rischia invece di aver luogo nel carcere di Koro Toro, dove è noto che si svolgano udienze dei detenuti seppur in assenza delle condizioni minime per poterle svolgere, come denunciano gli avvocati dell’attivista.
«Peggio dell’inferno»
Koro Toro merita un approfondimento a parte. La prigione è salita agli onori delle cronache a partire dal 20 ottobre 2022, quando centinaia di manifestanti arrestati durante quello che è passato alla storia come “giovedì nero” vi sono stati trasferiti e detenuti per mesi. Diverse persone, almeno 10 secondo quanto riportato dalla ONG Human Rights Watch (HRW) in un suo rapporto dal titolo eloquente, Peggio dell’inferno, sono morte lungo il tragitto verso Koro Toro o dietro le sbarre.
La giornata ricordata come giovedì nero era stata organizzata dai Les Transformateurs e da altre forze politiche per protestare contro il prolungamento di due anni della transizione da parte del presidente Dèby Itno, che aveva così contravvenuto al limite dei 18 mesi fissato dopo la morte del padre.
Il carcere è costituito in realtà da due strutture distanti circa un chilometro l’una dall’altra, Koro Toro 1, più vecchio e fatiscente, e Koro Toro 2. Entrambe sono isolate e prive di copertura telefonica.
Come spiegato a Nigrizia dall’attivista esperto di diritti umani Pyrrhus Banadji Boguel, la prigione si trova nella provincia di Borkou, nel centro del paese, a circa 700 chilometri di strada dalla capitale e circa 1.300 chilometri da altre città più grandi come Abechè, nell’est. Le condizioni climatiche estreme e la conformazione dell’area in cui si trova il carcere rendono l’accesso alla struttura molto difficile.
In qualsiasi caso le visite sono disciplinate dalla cosiddetta Guardia nazionale e nomade, il controverso corpo di sicurezza ciadiano che gestisce la struttura. Solo raramente vengono concesse ispezioni alla Croce rossa internazionale.
Evadere invece è praticamente impossibile, a meno che non si voglia andare incontro a morte certa per fame o sete. «La semplice menzione di questo nome sinistro fa tremare più di un ciadiano a causa delle condizioni estremamente difficili e dell’ostilità del clima», afferma Boguel in riferimento a Koro Toro.
L’attivista prosegue: «Secondo le cifre fornite dal Dipartimento degli istituti penitenziari del ministero della Giustizia e i Diritti Umani, nel carcere sono rinchiuse 639 persone, fra le quali quattro minori. Queste cifre sono verosimili ma va tenuto conto che molte delle persone che vengono portate in questa prigione vi arrivano al di fuori di ogni procedura. Il loro iter viene formalizzato mentre si trovano dietro le sbarre, in genere in occasioni di udienze itineranti».
Secondo HRW, fra le altre violazioni dei diritti umani e delle convenzioni internazionali che avvengono a Koro Toro c’è anche la mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria, la delega del controllo interno della prigione ad altri detenuti (presunti appartenenti alle milizie note come Boko Haram); condizioni di isolamento che hanno anche causato la morte di almeno un detenuto; lavori forzati; detenuti minorenni tenuti nelle stesse celle e alle stesse condizioni degli omologhi adulti.
La Costituzione ciadiana e una serie di convenzioni internazionali alle quali N’Djamena aderisce vietano le detenzioni illegali, i trattamenti inumani dei detenuti e garantiscono il diritto alla difesa. HRW ha chiesto al governo ciadiano di chiudere Koro Toro 1 e di ristrutturare completamente Koro Toro 2. Altre realtà, come la Lega ciadiana dei diritti umani (LTDH) e l’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT), hanno invece invocato la chiusura di tutto il carcere.
Sparizioni continue
Anche perché il rischio che a finirci siano sempre più persone, anche per reati politicamente motivati, è molto elevato. Solo negli ultimi mesi, secondo una stima dell’attivista Boguel, 12 attivisti sono stati arrestati dall’ANS in circostanze riconducibili all’arresto extragiudiziario. Otto, dei giovani fermati per aver fatto proselitismo religioso cristiano nella capitale, sono stati rilasciati dopo oltre un mese di detenzione. Altri quattro attivisti restano invece in carcere.
I casi di dissidenti o presunti tali che vengono fatti sparire per settimane e mesi per poi essere rilasciati si sono moltiplicati. Il caso più noto è quello di Robert Gam, segretario generale del Partito socialista senza frontiere (PSF) rilasciato lo scorso giugno, dopo oltre otto mesi di prigione trascorsi in assoluta segretezza. Diversi altri elementi del PSF, fra i quali il segretario generale del partito Abakar Turabi, sono stati poi arrestati a febbraio 2024 e tenuti per mesi a Koro Toro senza che potessero comparire davanti a un giudice, fra i quali tre minorenni e alcune persone in precarie condizioni di salute.
Ma si ricordano anche gli arresti dei banchieri Ismaël Ngakoutou e Bichara Ibrahim Kossi, liberati lo scorso novembre rispettivamente dopo cinque e un mese.
Una vera epidemia di sparizioni a cui non tutti i ciadiani vogliono abituarsi, come dimostra la storia di chi sta seguendo il caso di Siguide Djimtoide e le attività delle organizzazioni locali che reclamano il rispetto dello stato di diritto e degli impegni assunti dallo stato ciadiano. Perché la repressione non diventi l’unica realtà conosciuta dal paese.