Introduzione

In Italia è deficitaria la programmazione dei posti per rifugiati e richiedenti asilo, che a fine 2012 erano oltre 82 mila. Importante l’esperienza dello Sprar. Ma insufficiente. Indispensabile facilitare percorsi di accesso ai servizi nei territori.

Secondo i dati del rapporto Global Trends dell’Acnur (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), in Italia a fine 2012 c’erano 64.779 rifugiati con 17.352 domande d’asilo presentate, circa la metà dell’anno precedente. Numeri nettamente inferiori a quelli di altri paesi europei: in Germania vivono oltre 675 mila richiedenti asilo e rifugiati, in Francia oltre 267 mila, nel Regno Unito 169 mila, in Svezia 111 mila, in Olanda 85 mila.

Ma non sono di certo né l’Europa né l’Occidente ad accogliere il numero più alto di rifugiati. Nel mondo ci sono, infatti, 35,8 milioni di richiedenti e titolari di protezione internazionale (in condizioni giuridiche differenziate), tra i quali 9,8 milioni di rifugiati riconosciuti. Il paese che accoglie il maggior numero di persone è il Pakistan (1,6 milioni), seguito da Iran (868.200), Germania e Kenya (564.900). In generale, i paesi in via di sviluppo ospitano ben l’81% dei rifugiati di tutto il mondo. Un dato in crescita: un decennio fa era il 70%. Ad esempio, la sola Africa subsahariana accoglie 2,8 milioni di rifugiati. Il record spetta all’Asia con 3,3 milioni. Le guerre restano la principale causa alla base della fuga; il 55 % dei rifugiati proviene da 5 paesi, Afghanistan, Somalia, Iraq, Siria e Sudan.

Il percorso di inserimento di un migrante “forzato” in una nuova società è segnato dalla mancanza di scelta nello spostamento e dalle forti componenti traumatiche presenti nella storia personale: si stima che circa un terzo dei migranti “forzati” sia anche vittima di tortura. Per molti di loro, poi, il viaggio per un posto sicuro può durare anche diversi anni. Secondo Global Trend, nel 2012 le persone coinvolte in processi di migrazioni forzate sono state 45 milioni, 3 milioni in più rispetto al 2011.

 

Il circuito dell’ospitalità

Le opportunità di integrazione di chi giunge nel nostro paese in fuga da persecuzioni e violenze si giocano, in primo luogo, sul suo inserimento oppure sulla sua esclusione dal circuito dell’accoglienza. Il fatto che il più importante sistema di accoglienza per i rifugiati del nostro paese – il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) – sia programmato per il 2013 per 3.700 posti distribuiti in 151 centri di accoglienza, largamente insufficienti rispetto ai 7.400 richiedenti asilo arrivati nei soli primi 6 mesi dell’anno (secondo stime Acnur), rappresenta un tangibile indicatore della mancanza di un’analisi seria dei flussi di richiedenti asilo in arrivo e di una conseguente e corretta programmazione dei posti.

La condizione di vulnerabilità diviene ancora più drammatica, poi, per chi, una volta arrivato in Italia e avanzata la domanda d’asilo, non riuscendo ad avviare un percorso di inserimento nel nostro paese, cerca di spostarsi in altri paesi dell’Unione europea, ma viene rinviato in Italia in base al Regolamento di Dublino (che stabilisce che è deputato all’analisi della domanda d’asilo il primo paese della Ue nel quale si arriva).

In questo contesto, appare determinante indirizzare l’attività di accoglienza anche alla facilitazione di percorsi di accesso ai servizi nei territori in vista della promozione dell’autonomia delle persone. In riferimento a tale prospettiva, l’esperienza ormai decennale dello Sprar – una rete pubblica di servizi co-gestita da enti locali e realtà dell’associazionismo e del terzo settore – rappresenta un’esperienza importante. Con una diffusione capillare su tutto il territorio nazionale, i servizi di questa rete svolgono, infatti, un’attività di accoglienza che consiste non solo nel vitto e alloggio, ma anche in indispensabili misure d’informazione, formazione, orientamento e accompagnamento.

 

* Ricercatore e docente di Pedagogia Sociale presso l’Università degli Studi Roma Tre