Da Nigrizia di dicembre 2010: l’informazione in Africa
La libertà di stampa non gode ancora di buona salute nel continente. Leggi liberticide, violenze e arresti nei confronti dei cronisti sono prassi diffuse in molti paesi.

La libertà di stampa in Africa ha, troppo spesso ancora, le ali zavorrate dal piombo del potere. Che non tollera limiti e controlli.

 

Molestie, intimidazioni, arresti, detenzioni, leggi liberticide restano pratiche diffuse contro gli operatori dell’informazione. Basta sfogliare (vedi box) l’annuale rapporto sulla libertà di stampa presentato da Reporters sans frontières (Rsf). O affidarsi alla cronaca spicciola.

 

Il 30 ottobre 2010, ad esempio, sono stati arrestati due giornalisti freelance zimbabweani e un terzo è stato picchiato, accusati di aver ostacolato il corso della giustizia ad Harare. Il 3 novembre è stato arrestato dai servizi segreti sudanesi Jaafar Alsabki Ibrahim, giornalista del Darfur, tra i primi a diffondere la notizia della condanna a morte di 4 bambini soldato. Tre giorni prima era stato arrestato Abdelrahman Adam Adelrahman, direttore di Radio Dabanga, considerato un attivista darfuriano.

 

Venerdì 5 novembre, il governo libico ha sbattuto in carcere una ventina di giornalisti (fra cui 6 donne) del giornale e dell’agenzia di stampa vicini a Saif El Islam Gheddafi, il figlio “riformista” e modernizzatore del Colonnello. Liberati il martedì successivo. Sempre il 5 novembre, sono stati arrestati, per ragioni ignote, e tenuti in isolamento per 48 ore due cronisti burundesi del giornale Iwacu. Il 2 novembre, alcune organizzazioni per i diritti umani hanno scritto una lettera aperta al ministro degli interni angolano per le continue minacce e violenze subite dai giornalisti di quel paese. E queste sono solo alcune delle notizie apparse nelle prime due settimane di novembre.

 

L’informazione in molti paesi africani rimane, dunque, una lama affilata senza manico. Che produce: o un mondo mediatico afono, che si è costruito la propria religione dell’omissione, al cui servizio si spendono penne fioche e prudenti. O martiri. Nove i giornalisti africani uccisi, o morti in circostanze anomale, nel 2010. In Somalia, il bollettino di guerra dei cronisti ammazzati vanta una triste contabilità (2 nel 2010; 9 nel 2009). In Eritrea sono più di 30 i cronisti detenuti in quei lager che sono le carceri di Afwerki. In Uganda, paese in forte crescita economica, a settembre sono stati uccisi due giornalisti, mentre sono in aumento gli attacchi fisici e gli arresti di cronisti, e ciò rende ancor più pesante il clima che si respira nelle redazioni, soprattutto in vista delle elezioni del prossimo anno.

 

Ma la libertà di stampa è pagata a caro prezzo anche in paesi non inclusi nelle tradizionali classifiche che stilano le nazioni africane turbolente. In Gambia e in Swaziland, ad esempio, i giornalisti sono completamente imbavagliati. Il Camerun è ancora sotto shock per la morte in carcere, per ragioni non ancora chiarite, del direttore del Cameroon Express, German Cyrille “Bibi” Ngota Ngota, arrestato ai primi di febbraio, assieme ai colleghi Serge Sabouang e Robert Mintya, con l’accusa di essere l’autore di un falso documento in cui era stata imitata la firma del segretario generale della presidenza della repubblica, Laurent Esso.

 

«Il giornalismo indipendente continua a essere una professione pericolosa nel continente, tanto nelle zone di pace che in quelle di guerra», l’opinione di Gabriel Baglo, direttore generale della Federazione africana dei giornalisti (Faj), nata nel 2007 ad Abuja, in Nigeria, e alla quale aderiscono professionisti di 32 paesi del continente.

 

All’inizio di quest’anno, la Faj ha pubblicato un rapporto sullo stato di salute della libertà di stampa in Africa. Un cimitero per i diritti civili degli africani. Nel rapporto ci si appella anche alla dichiarazione dei principi di libertà d’espressione in Africa, adottata nel 2002 dalla commissione africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. Una dichiarazione non ancora attuata. Anzi, ignorata dalla maggior parte degli stati membri dell’Unione africana. La quale, paradosso dei paradossi, ha escluso la promozione della stampa libera e indipendente come criterio chiave di valutazione del buon governo (good governance). Una stranezza denunciata anche nella Dichiarazione della Montagna della Tavola, documento firmato il 3 giugno del 2007 a Città del Capo (Sudafrica), in occasione dei lavori del 60° Congresso mondiale dei quotidiani. La dichiarazione è un fervido appello a tutti gli africani, in particolare alle classi dirigenti, a riconoscere che «il progresso politico ed economico che cercano fiorisce solo in un clima in cui la stampa è libera e indipendente dal controllo governativo, politico ed economico».

 

Appello tradito quotidianamente.

 

Rapporto Rsf, libertà di stampa in Africa

Il continente esce spesso con le ossa rotte dalle tradizionali analisi che radiografano la salute dell’informazione nei vari paesi. Una di queste è l’annuale rapporto sulla libertà di stampa, presentato il 21 ottobre scorso da Reporters sans frontières (Rsf).

In base a questo studio, metà (27) dei paesi africani si colloca oltre la centesima posizione. Ben 5, negli ultimi 15 posti, con l’Eritrea che vanta il tristissimo primato di essersi accucciata sull’ultimo scalino (178°). Gli ottimisti potrebbero, comunque, notare che nell’ultimo anno ben 29 paesi africani hanno migliorato la loro posizione in classifica. Anche se poi arriva l’ennesima conferma che la regione al mondo dove si restringono maggiormente gli spazi di libertà di espressione resta il Corno d’Africa.

Non gode di buona salute neppure l’informazione nel Maghreb, visto che Algeria (133a), Marocco (135°) e Tunisia (164a) sono tra i paesi dove si soffoca di più la possibilità di esprimersi liberamente.

Questi i tre peggiori casi africani segnalati dal rapporto.

Eritrea (178a). Per il quarto anno consecutivo, Asmara occupa l’ultimo posto. Almeno 30 giornalisti e 4 collaboratori dei media sono detenuti in isolamento in condizioni spaventose, senza diritto a un processo e senza che si sappia in che condizioni sono Rapporto, libertà di stampa in Africa costretti a vivere. I giornalisti dipendenti dei media statali, il solo tipo di organo di informazione tollerato, devono scegliere tra obbedire ai diktat ministeriali o tentare di abbandonare il paese. I giornali e i giornalisti stranieri non sono affatto benvenuti in Eritrea.

Sudan (172°). Il più grande paese dell’Africa è sceso in classifica di ben 24 posizioni, conquistando il poco invidiato record di paese in cui lo stato di salute della libertà di stampa è peggiorato di più in Africa. Ciò è dovuto, in parte, alla chiusura del quotidiano di opposizione Rai-al-Shaab e all’incarcerazione dei 5 membri del suo personale. Ma, soprattutto, per il ritorno a un controllo statale preventivo sulla stampa dei giornali, che rende di fatto impossibile coprire in modo obiettivo vicende chiave, come sarà il referendum del prossimo 9 gennaio per l’indipendenza del Sud Sudan.

Rwanda (169°). Il paese del presidente Paul Kagame, tornato al potere in elezioni molto discutibili, è caduto di 12 posizioni. E ora Kigali è al terz’ultimo posto in Africa. La chiusura di importanti pubblicazioni indipendenti, il clima di terrore che ha pervaso le elezioni presidenziali e l’omicidio del vice direttore di Umuvugizi, Jean-Léonard Rugambage, a Kigali, sono state tra le ragioni di questa caduta. I giornalisti sono in fuga dal paese a causa della repressione, in un esodo che assomiglia molto a quello somalo.

 




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