Il libro è un reportage che descrive tre anni di ricerche in Africa dell’autore, un giornalista investigativo olandese. Racconta la storia e i problemi dovuti al metodo di lavoro di African Parks (Ap), una famosa organizzazione ambientalista fondata nel 2000 da un magnate olandese. Ap vanta soci importanti, quali il principe Harry membro del consiglio direttivo, e un portafoglio ricco di donatori pubblici e privati, fra i quali la Commissione europea.
Gestisce 23 parchi in 13 paesi africani, per un’estensione totale di circa 200mila chilometri quadrati, due terzi dell’Italia. Collabora strettamente con i governi e le autorità locali. Dai dati presentati sul suo sito, l’impatto del suo intervento sembrerebbe notevole sia dal punto di vista della protezione ambientale sia da quelli della sostenibilità e dello sviluppo delle comunità locali, residenti nelle aree adiacenti a quelle protette e gestite dall’organizzazione.
Il reportage mette in luce, invece, numerosi aspetti critici che Ap tende a minimizzare o a negare del tutto, tanto che l’autore ha avuto rapporti tesi con il suo settore delle pubbliche relazioni. E non sarebbe il solo: «Facci l’abitudine. Vogliono tenere tutto sotto controllo e sono paranoici», l’avvertimento che un docente che ha fatto ricerca in uno dei parchi confida al giornalista: «Adottano pratiche nordcoreane». L’autore sospetta addirittura di aver avuto problemi con le autorità di alcuni paesi a causa degli stretti legami, generalmente piuttosto opachi, che Ap ha con i loro governi.
D’altra parte quello che il cronista ha rilevato sul campo è diverso, talvolta molto diverso, da quello che l’organizzazione vanta pubblicamente. Giudica quanto ha visto come «un perfetto esempio della cosiddetta fortress conservation, un approccio della conservazione ambientale secondo cui il gestore crea una rigida separazione tra il parco e il mondo esterno, e difende il parco come una fortezza».
Infatti le relazioni tra le comunità che vivono nelle vicinanze dei parchi e Ap sono generalmente negative, perché a causa della sua gestione perdono il legame tradizionale con il territorio e molte risorse necessarie alla loro economia di sussitenza. E non hanno nulla o quasi in cambio. «Sicurezza e lotta al bracconaggio sono fondamentali per Ap, mentre i progetti per la comunità sono secondari, nel migliore dei casi, e soprattutto privi di coerenza e visione», sostiene un ex dipendente dell’ente intervistato dall’autore. La presenza del parco finisce per tradursi spesso in un aumento della povertà.
Van Beemen descrive insomma una realtà molto diversa da quella corrente, per cui la conservazione ambientale è positiva di per sé.
Anzi, secondo lo storico Guillaume Blanc, si dice nel testo, la tutela ambientale sarebbe uno degli ultimi settori in cui non c’è stato alcun processo di decolonizzazione, in cui top manager bianchi decidono del destino della popolazione locale senza coinvolgerla minimamente nelle decisioni che la riguardano.