Repubblica Centrafricana

Dopo ripetuti rinvii i seggi sono stati aperti oggi nella Repubblica Centrafricana per le elezioni presidenziali dopo tre anni di guerra civile in cui sono morte migliaia di persone e in un clima che resta molto instabile. Dovevano tenersi il 27 dicembre ma sono state ulteriormente rinviate ad oggi per problemi organizzativi. Oggi i centrafricani voteranno anche per segliere i 105 componenti del nuovo parlamento.

Ci sono 30 candidati alla presidenza per sostituire l’attuale presidente di transizione Catherine Samba-Panza, tre dei quali sono favoriti. In lizza peró non c‘è alcun ex presidente. In assenza di sondaggi d’opinione è difficile prevedere chi  prevedere vincerà. Martin Ziguélé e Anicet Dologuele – sono stati primi ministri sotto il defunto presidente Ange-Félix Patassé. Il terzo, Karim Meckassoua, è un musulmano che ha servito come ministro sotto la presidenza di François Bozizé fino a quando fu spodestato nel 2013 dai ribelli Seleka.

Dopo la crisi e le violenze interreligiose scoppiate nel marzo 2013 con la ribellione e il colpo di stato del gruppo Seleka (musulmano) e la presa d’armi successiva degli anti-Balaka (cristiani), si è arrivati alla formazione sotto l’egida dell’Onu, di una governo di transizione nel gennaio 2014 che doveva portare a elezioni democratiche, le quali sono state rinviate quattro volte dal febbraio 2015 a causa dell’insicurezza e delle sfide logistiche e organizzative in un paese poverissimo e dilaniato dalla guerra.

È diffuso il timore che si verifichino  atti di violenza in prossimità dei seggi, come avvenuto in occasione del referendum costituzionale del 13 dicembre scorso, incui gruppi armati hanno attaccato gli elettori nella capitale Bangui e bloccato il voto a Bossangoa e in alcune zone del Nord-est del paese. La missione di peacekeeping Onu Minusca e quella francese Sangaris (presenti dal 2013) sono in allerta e hanno promesso un dispiegamento di forze pesante durante il voto.

Rimane il fatto che il paese resta diviso soprattutto se si tiene conto del tentativo di secessione delle regioni settentrionali, ideato dalle formazioni ribelli ex-Seleka, annunciato nelle scorse settimane e poi “formalmente rientrato” ma di fatto esistente. In più a occidente ci sono gli anti-Balaka a perturbare la vita quotidiana della popolazione; sud-est, l’Lra di Joseph Kony che è ancora attivo e minaccioso. Questo quadro più la difficoltà organizzativa mettono a rischio la credibilità del sondaggio fortemente voluto dalla comintà internazionale entro il 2015.

Molti osservatori ritengono che dietro le quinte di questa crisi, esteriormente causata da scontri etnico-religiosi, ci sarebbero interessi stranieri legati allo sfruttamento delle risorse minerarie di cui il paese è ricchissimo (oro, petrolio, uranio, diamanti, legname…). (Bbc)