Bangui senza pace
Gli ex ribelli, oggi al governo, continuano ad accanirsi contro la popolazione. Nel vuoto i richiami dei vescovi al presidente di transizione. Un testimone sottolinea l’islamismo di Seleka e afferma che nessuno controlla la situazione.

«Fin dal dicembre 2012, quando ha cominciato ad occupare il Centrafrica, Seleka (alleanza di gruppi ribelli) ha mostrato un volto poco “patriottico”: saccheggi sistematici di tutti i beni di prima necessità, furti di auto e moto, violenza generalizzata, omicidi, stupri, nessun rispetto della vita delle persone. Fin dall’inizio ci si è accorti che questa ribellione aveva un volto straniero (molti i combattenti ciadiani e sudanesi) e una connotazione religiosa ben precisa: la maggior parte sono musulmani, con segmenti di islamisti che puntano ad instaurare un regime islamico. E a farne le spese sono stati soprattutto i cristiani e le istituzioni ecclesiali. Quello che poi ci ha colpito e fatto riflettere è stata la frammentazione del movimento ribelle in tanti piccoli gruppi piuttosto indipendenti gli uni dagli altri che davano l’impressione di muoversi ciascuno per conto proprio, cercando di sfruttare al massimo la situazione per racimolare il più possibile».

Questa testimonianza di un missionario che vive a Bangui, capitale del Centrafrica, consente di collocare meglio gli avvenimenti mercoledì e giovedì: migliaia di persone costrette alla fuga da due quartieri della capitale, Boy-Rabe e Boeing, si sono rifugiate nell’area dell’aeroporto internazionale, causando un blocco dei voli (il traffico è stato ripristinato questa mattina).

Gli autori delle violenze, che hanno causato anche morti, sono ex ribelli di Seleka, ex in quanto dal 24 marzo scorso sono al governo dopo aver scalzato con un colpo di stato François Bozizé (al potere dal 2003 anche lui con un golpe) e imposto un “presidente di transizione”, Michel Djotodia, originario del nordest del paese, già a capo di un gruppo ribelle connesso a Seleka e già console in Sudan.

Quest’ultimo episodio va dunque inserito in uno scenario d’instabilità permanente che è poi la cifra di un paese che dal 1966 al 1979 è stato governato, previo golpe, da un personaggio come il colonnello Jean-Bédel Bokassa. Il risultato è che, ad oltre cinquant’anni dall’indipendenza dalla Francia, ancora non si vede una nazione.

E ha un bel dire l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), sollecitando le autorità «a ricorrere a tutti i mezzi a loro disposizione per fermare gli attacchi contro i civili, per ripristinare la sicurezza e proteggere la popolazione». Secondo il testimone contattato da Nigrizia, il presidente Djotodia «non ha mai condannato i saccheggi perpetrati dalla Seleka, limitandosi a dire che una delle priorità era ristabilire la sicurezza del paese. È evidente che il presidente e chi gli sta accanto non hanno il controllo della situazione». Tantomeno le truppe francesi e la forza africana in Centrafrica (Misca).

Eppure Djotodia, lo scorso 23 aprile, ha ricevuto una lettera dei vescovi cattolici (tra cui l’arcivescovo di Bangui mons. Dieudonné Nzapalainga, che ha tentato un’opera di mediazione anche mercoledì scorso) intitolata “Mai più… No all’impunità!” in cui si sostiene che «l’apologia della guerra è stata purtroppo privilegiata a spese del dialogo. La constatazione è senza appello. Dovunque sono passati gli elementi della Seleka, la popolazione è in pianto e in lutto». Sempre lo scorso aprile i vescovi hanno inviato una lettera anche all’ambasciatore di Francia in Centrafrica, Serge Mucetti, chiedendogli di rompere un silenzio «che potrebbe essere interpretato come complicità». Parole nel vuoto, a quanto pare.