Operazione pacificazione
L’intervento francese (denominato Sangaris dal nome di una farfalla rossa africana) ha la copertura Onu e l’obiettivo “umanitario”, ma rimane insidioso. Perché lo stato non c’è, le milizie si mimetizzano, ci sono risvolti etnici e religiosi che acuiscono la tensione. E ci sarebbe un paese da portare al voto.

Chi profetizzava, la sera del 24 marzo dello scorso anno, cioè all’arrivo al potere a Bangui dei ribelli Seleka e dunque di Michel Djotodia, che le cose si sarebbero messe male, non era lontano dal vero. All’ennesimo colpo di stato della storia del Centrafrica indipendente, erano seguiti mesi di sofferenza per le popolazioni sottomesse a vendette e soprusi continui da parte di quella coalizione eteroclita a dominante musulmana che è la Seleka. È sembrato allora che il paese fosse caduto in balia delle milizie e dei gruppi armati, sparito il rispetto della vita umana, si manifestassero le passioni più basse.

Ai primi giorni di dicembre, le centinaia di morti che la Croce rossa contava per le strade della capitale Bangui gridavano che qualcuno intervenisse. Ma perché Parigi, ex potenza coloniale, non era intervenuta quando il presidente François Bozizé le aveva lanciato un appello, rivolto pure alla comunità internazionale, per evitare che il paese sprofondasse nel caos? Lo ha invece abbandonato nelle mani dei ciadiani e di quel presidente Djotodia che ha fatto rimpiangere alla gente il suo predecessore e di cui François Hollande ha detto: «Non si può lasciare al suo posto un presidente che non ha fatto nulla, che ha addirittura lasciato fare», criticandone l’inefficienza se non la passività.

Di fronte alle violenze senza limite perpetrate dagli ex Seleka, Djotodia era stato obbligato, lo scorso settembre, a sciogliere il movimento. Un pio desiderio. Perché la Seleka aveva finito per non significare più nulla, sprovvista com’era di un comando centrale. All’inizio ne facevano parte diversi gruppi armati cui si erano aggiunti una miriade di combattenti: dal Ciad, dal Darfur, dal Centrafrica stesso. Il risultato? Seleka era diventata un’enorme operazione di banditismo.

Le violenze si erano concentrate soprattutto nel nord del paese, in particolare nelle prefetture dell’Ouham e dell’Ouham-Pendé, zona situata lungo la frontiera con il Ciad.

Le continue ruberie degli ex Seleka avevano generato tensioni al punto che le popolazioni cristiane avevano formato dei gruppi di autodifesa per attaccare i musulmani. All’inizio di settembre gli attacchi delle milizie contadine soprannominate anti-balaka (anti-machete), fino allora sconosciute, avevano provocato un centinaio di morti nella regione di Bossangoa. A fine ottobre, nuovi scontri avevano fatto una quarantina di morti a Bouar, dando vita a un ciclo di rappresaglie e contro-rappresaglie.

 

Di nuovo Parigi

Giovedì 5 dicembre, mentre la situazione sta precipitando a Bangui, il Consiglio di sicurezza dell’Onu – risoluzione 2127, proposta dalla Francia e adottata all’unanimità dai 15 paesi membri –, autorizza l’uso della forza per proteggere i civili. Con il mandato di un anno, la Missione internazionale di sostegno al Centrafrica (Misca), forza dell’Unione africana, che a regime conterà 3600 soldati, deve proteggere i civili, ristabilire l’ordine e stabilizzare il paese. La risoluzione dice anche che «le forze francesi presenti in Centrafrica, nei limiti delle loro capacità e loro zone di dispiegamento, e per un periodo limitato, prendano tutte le misure necessarie per sostenere la Misca».

E se matureranno le condizioni, la Misca può trasformarsi in forza di mantenimento della pace dell’Onu, sempre che il Consiglio dia di nuovo il suo benestare. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon preparerà un rapporto nei tre mesi prossimi. Per essere efficace, questa operazione dovrebbe mobilitare tra i 6000 e i 9000 caschi blu! La Misca può riportare ordine a Bangui, ma non nell’insieme delle province.

Si è così dato il via libera all’operazione Sangaris: disarmare tutte le milizie e i gruppi armati per ristabilire la sicurezza perduta. Già lunedì 9, gli uomini delle forze francesi si muovono a Bangui, Bossangoa e Bouar. Gli ex-Seleka vengono disarmati, talora arrestati. Si perquisiscono case e si requisiscono armi. Nessuno ha diritto di portare armi se non i soldati francesi.

«Fuori i ciadiani traditori dal paese», grida la folla nel quartiere Combattant a Bangui, poche centinaia di metri dall’aeroporto di M’poko, dove si trova la base delle forze francesi e dove il presidente Hollande è atterrato la sera dell’11 dicembre sulla via del ritorno a Parigi dopo aver assistito a Johannesburg/Soweto all’omaggio mondiale reso al presidente sudafricano Nelson Mandela. Una visita inedita in un teatro di guerra. Hollande sa di correre un rischio politico perché i francesi, secondo i sondaggi, sono molto divisi sulla necessità dell’intervento, che è costato la vita a due militari francesi dopo pochi giorni. Tuttavia definisce l’operazione «pericolosa ma necessaria. Non intervenire avrebbe significato stare con le braccia a ciondoloni a contare i morti». Il governo francese ha preferito agire piuttosto che vedersi messo sotto accusa dalla comunità internazionale. Il Rwanda, con il suo genocidio del 1994, è stato uno choc terribile per gli uomini politici francesi.

Come spesso in Francia in casi simili, si crea unanimità in parlamento quando si tratta di difendere gli “interessi” del paese. Contrari i comunisti che denunciano un’azione degna della Françafrique. Ma per la maggioranza del parlamento si tratta di un intervento «per la sicurezza mondiale e la protezione delle popolazioni africane».

 

La variabile religiosa

Intanto a Bangui gruppi di saccheggiatori prendono d’assalto le botteghe dei commercianti, in maggioranza musulmani e di origine ciadiana. Le unità ciadiane che fanno parte della Misca (un contingente di 650 uomini, il più importante della forza africana d’intervento) non esitano a sparare qualche raffica, ma sono lì per aiutare a evacuare i loro compatrioti (e perché il presidente Déby è alleato di Hollande). Nei tafferugli, ecco un pick up ciadiano perdere qualcosa, far marcia indietro, un soldato scendere e raccogliere dei fogli sparpagliati per terra: è un Corano che è stato strappato durante i saccheggi e che i ciadiani tentano di ricuperare, abbandonando la copertina del libro sull’asfalto… La gente urla ancora: «I ciadiani sono con la Seleka. Maliani e senegalesi possono rimanere, ma i musulmani ciadiani fuori!».

Sono meno di 15mila i ciadiani in Centrafrica, ma sono migliaia i centrafricani musulmani originari del nord che la popolazione cristiana assimila ormai ai ciadiani, visti come mercenari o “occupanti”. Le violenze delle milizie Seleka contro i civili hanno creato forti tensioni tra cristiani e musulmani che da sempre erano vissuti in pace, suscitando rappresaglie omicide contro i musulmani da parte di milizie composte di cristiani. Come nel quartiere commerciale a maggioranza musulmano in centro città PK-5. Nella moschea sono stati uccisi dei musulmani. Allora si sono udite grida: «Morte ai francesi! Francesi complici, aiutate i cristiani a ucciderci!».

I francesi hanno da sempre un contingente militare a Bangui. Certo, per difendere i loro interessi in un paese ricco di uranio, oro, diamanti, legname. Non manca poi la voglia di ritrovare una certa influenza sul continente (Mali docet, gennaio 2013) e di ribadire la presenza politica: mantenendo la coesione dei paesi ex sue colonie, lanciando un segnale ai fautori di disordini; proteggendo i governi “amici” e le loro istituzioni, ricordando ad Usa e Cina che questi paesi sono sua “riserva di caccia”. E i governi “amici” sono per la Francia una clientela fedele nelle istituzioni internazionali. Anche per via del francese, che rimane lingua ufficiale in tutte le ex colonie e che per Parigi rappresenta un baluardo contro l’imperialismo culturale globale rappresentato dall’inglese.

Ma sono molti i francesi che realizzano di aver perduto la quasi totalità dei mercati africani a beneficio di paesi che non si spacciano per “missionari dei diritti dell’uomo” e che non mandano un solo soldato per difendere i diritti dei più deboli…

Rimane che tra la minoranza musulmana cresce un forte sentimento antifrancese. Accusa le truppe di Parigi di «organizzare un genocidio» e di non fermare le rappresaglie dei cristiani. Un conflitto in partenza non religioso ha preso poco a poco una forte piega confessionale. Si è assistito a una serie di massacri e a una cristallizzazione delle tensioni tra musulmani e cristiani che, alla lunga, potrebbero degenerare. Ma per ora non c’è una vera e sistematica politica di eliminazione di un gruppo o di un altro. E negli Stati Uniti si è parlato di “rischio genocidio” per convincere il Congresso piuttosto reticente a finanziare l’operazione francese.

 

Incognite politiche e militari

Per capire quel che succede oggi, è bene ricordare che il Centrafrica da decenni è in declino, non è governato, ha indici di sviluppo irrisori e intere regioni sono ignorate (Seleka proviene da nordest). Dunque terreno fertile per ribellioni.

Al campo della Forza dell’Africa centrale (Fomac) si è rifugiato, per motivi di sicurezza, anche il primo ministro della transizione Nicolas Tiangaye. Il quale sa che i francesi vorrebbero anticipare le elezioni a prima della fine del periodo di transizione (2015) e preferiscono trattare con lui piuttosto che con il presidente Djotodia. E sa anche che senza sicurezza non si può far nulla. Al suo governo toccherebbe gestire l’urgenza umanitaria: centinaia di migliaia di sfollati interni, sprovvisti di tutto. Senza contare quei 2,3milioni di centrafricani, metà della popolazione, che hanno bisogno di un’assistenza immediata. I contadini, infatti, per via dell’insicurezza non hanno potuto coltivare i campi. Una stagione agricola è andata perduta e c’è pericolo di carestia.

Le autoblindo francesi (1600 gli uomini sul campo) hanno riportato una certa calma nella capitale. Dove ci sono ancora miliziani: si valuta tra i 3mila e gli 8mila. Ma il bello viene adesso. In Mali il nemico è facilmente identificabile: Al-Quaida nel Maghreb islamico porta un turbante, una barba e un Toyota fuoristrada. Il “nemico” a Bangui beve birra e mangia manioca come tutti. A dire, cittadini normali e impauriti di giorno e tanti possibili assassini la notte.

Le milizie sfuggite al disarmo o all’accantonamento a Bangui, sarà facile ritrovarsele nelle campagne perché “si fondono” velocemente nella brousse e saranno difficili da catturare. I soldati francesi difficilmente potranno inoltrarsi in zone lontane, dove per gli ex ribelli è stato facile togliere la divisa e vestirsi da civili, senza correre rischi.

Per questo è facile prevedere che l’intervento francese in Centrafrica sarà molto più complicato di quello in Mali.

Cristiani e musulmani: riconciliarsi

Di fronte a cristiani che assaltano i magazzini dei musulmani e a musulmani che rispondono saccheggiando beni appartenenti ai cristiani, i capi religiosi cristiani e musulmani hanno deciso di incontrarsi per tentare una riconciliazione tra comunità. C’è tanta nostalgia del tempo in cui cristiani e musulmani convivevano pacificamente…

Ma ora, prima della riconciliazione, viene il disarmo. C’è ancora troppa paura e si sospetta l’altro di cattive intenzioni. La diffidenza tra le due comunità non sembra diminuire nonostante il lavoro sincero di mediazione operato dalle diverse autorità religiose. L’arcivescovo cattolico della capitale, mons. Dieudonné Nzapalainga, negli ultimi mesi ha allertato l’opinione pubblica mondiale, e francese in particolare, su quanto avveniva in Centrafrica e ora si dichiara fiducioso nel ruolo positivo delle truppe francesi. Ha visto il terrore negli occhi dei tanti che si rifugiavano nelle chiese per sfuggire al massacro. Come ha visto la distruzione della moschea nel 7° arrondissement di Bangui.