Nell’estate 2026, mentre papa Leone XIV afferma, dal Meeting di Rimini, che le persone vengono prima dei confini, Ceuta diventa l’evento che fa cadere la maschera al Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno scorso.
Quel che accadde a fine luglio nell’exclave spagnola e la reazione scomposta del governo italiano che decide la chiusura di Schengen, mettono a nudo il fallimento delle politiche migratorie europee. Politiche che, dopo oltre un decennio, sono confluite in un accordo fintamente solidaristico, che continua a scaricare la pressione degli ingressi sui paesi di primo approdo.
Per la Spagna, costretta a rafforzare i confini con il Marocco, Ceuta è diventata la fotografia di questo fallimento. Nel frattempo l’Europa si affretta a chiudere un nuovo accordo economico per aumentare i fondi a Rabat, che nel periodo 2021-2024 ha già incassato 222 milioni di euro e ne riceverà altri 190 entro fine 2027.
Per l’Italia, il fermo immagine è il regolamento di Dublino III, dismesso a partire dal 12 giugno. In pochi giorni è cresciuto il numero dei paesi, a cominciare dalla Germania, che chiedono di “restituire” le persone migranti entrate in Europa passando dal nostro paese, secondo un regolamento che affida allo stato di primo ingresso la gestione delle domande d’asilo.
Poco importa che il ministro Piantedosi affermi che il governo ha bloccato oltre 80mila “dublinanti” da quando è in carica: l’affermazione è vera, ma parziale. La decisione unilaterale del governo italiano, infatti, è stata cassata da una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, che nel marzo 2026 ha stabilito l’illegittimità dello stop imposto.
Ed ecco che Germania, Svizzera, Austria, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi e Irlanda – sette paesi, al momento in cui Nigrizia va in stampa – sollecitano i rimpatri di persone sbarcate sulle nostre coste.
Una gestione non destinata a cambiare, diversamente da quanto sostiene il governo Meloni.
Perché se è vero che dal 12 giugno “Dublino” non è più in vigore, è altrettanto vero che il nuovo patto continua a lasciare la gestione degli ingressi in Europa soprattutto a carico di Italia, Spagna, Grecia e Cipro. Paesi che potranno avvalersi del meccanismo della finta solidarietà distributiva, pensato a beneficio degli stati di primo approdo considerati “sotto pressione migratoria”.
È un sistema di solidarietà prezzolata: fissa una soglia minima di 21mila ricollocamenti annui, a cui gli altri paesi possono sottrarsi pagando 20mila euro per ogni persona, fino a un massimo di 420 milioni di euro. Ma il meccanismo scatta solo quando i paesi hanno processato le domande e si sono messi in regola nella gestione dei “dublinanti”.
Oltre al rischio che questi siano più numerosi delle persone entrate via mare, per l’Italia si pone quindi il problema della gestione delle domande – per cui il disegno di legge 100, entrato in vigore il 12 giugno, prevede un potenziamento del personale delle commissioni, non ancora avvenuto – e dell’accoglienza.
Durante le 12 settimane, estensibili a 20, necessarie per le procedure, infatti, i richiedenti devono risiedere in Italia, che non ha ancora aumentato i posti disponibili, mentre le regioni sono contrarie a nuovi Cpr.
Il patto migratorio di cui l’esecutivo si vanta è dunque destinato a rivelarsi un boomerang. I primi segnali del suo fallimento arriveranno già da ottobre, quando le persone rimaste senza risposta potranno rimettersi in cammino, per essere intercettate e rimandate indietro, in un crudele gioco dell’oca.
Patto europeo per l’immigrazione e asilo
È stato approvato dal Parlamento europeo nel 2024 dopo anni di negoziati ed è in vigore da giugno scorso. La misura interviene sulle modalità di gestione delle frontiere e delle domande di asilo e la ripartizione delle responsabilità tra gli stati membri.
La normativa vorrebbe, in teoria, realizzare frontiere esterne più sicure, garantire procedure più veloci ed efficienti, stabilire un sistema di solidarietà e responsabilità efficaci e tutelare la migrazione nei partenariati internazionali.
Secondo quanto denunciato da numerose organizzazioni di giuristi e difesa dei diritti umani dei migranti, il patto costituisce invece uno dei più seri attacchi al diritto di asilo da anni. La legislazione facilita e prolunga le possibili detenzioni alle frontiere, minaccia la possibilità di esaminare le domande di asilo in modo corretto e rafforza il processo di esternalizzazione del controllo dei confini, in corso da anni.