Charles Pulfer, dalle Alpi svizzere al Congo con il pallone ai piedi
Congo (Rep.) Sport
L’incredibile parabola del primo calciatore bianco dell’Africa subsahariana
Charles Pulfer, dalle Alpi svizzere al Congo con il pallone ai piedi
Nella seconda metà degli anni ’70 “Congo-Charly”, 26enne capocantiere con la passione per il calcio, conquista il cuore dei congolesi, affascinati dall’umanità e dalle prodezze in campo di quell’“uomo bianco” venuto da lontano
10 Luglio 2025
Articolo di Vincenzo Lacerenza
Tempo di lettura 4 minuti

Quando, nell’ottobre 1976, Charles Pulfer mette piede per la prima volta allo stadio Mvoulalea di Pointe-Noire, non sa di essere già diventato un personaggio. Ha 26 anni, una maglia verde addosso e lo sguardo curioso di chi è finito lontanissimo da casa.

Sugli spalti, diecimila persone attendono il calcio d’inizio, ma la partita conta poco. L’attrazione è proprio Charles: tutti vogliono vedere all’opera il nuovo “mundele”, il termine con cui in lingua lingala si indica “l’uomo bianco”.

Arriva il settimo minuto. Tiro da fuori area, la traversa respinge, rimbalzo, tap-in mancino di Pulfer. Gol. L’urlo del pubblico è un’onda che travolge tutto.

Il ragazzo, arrivato dalla Svizzera per lavorare come capocantiere, ha appena scritto la prima riga di una storia incredibile: quella del primo calciatore bianco (di cui si hanno testimonianze) ad essere passato da una lega europea ad una dell’Africa subsahariana. “Il primo gol contro il Télésport è stato opera di un europeo. È il primo giocatore bianco in una squadra congolese”, scrive all’indomani la versione africana di France Football.

Charles, tuttavia, non è propriamente un novizio. Fino a pochi mesi prima giocava nell’FC Pieterlen, squadra dilettantistica svizzera di terza divisione. A Pieterlen, placido villaggio incastonato nel Giura bernese, era conosciuto per la velocità supersonica da ala pura e uno scatto fulmineo, tanto che in Congo si guadagnerà anche un altro nickname: “obosso”, che letteralmente in lingala significa “andare avanti”.

Qualche club di seconda divisione, tra cui l’NLB Nordstern, si era interessato a lui, corteggiandolo insistentemente. Ma Charly, come tutti lo chiamano, aveva altri piani. In Africa. A 8mila chilometri da casa.

Con in tasca un contratto come capocantiere per la Frutiger – azienda elvetica incaricata di costruire imponenti silos per i cereali – sbarca a Pointe-Noire in pieno clima di tensione politica. Il Congo-Brazzaville è governato da un regime socialista instabile, nel vicino Zaire (l’odierna Repubblica democratica del Congo) tiranneggia Mobutu, e l’Angola è dilaniata da una sanguinosa guerra civile.

Eppure, per Charly tutto inizia con leggerezza, tra cantiere e calcio amatoriale. Una sera, gioca un’amichevole tra espatriati contro la squadra riserve del Vita Club Mokanda. Vince 4-1, segna due gol. E conquista lo sguardo attento dell’allenatore avversario.

Il Vita Club è una delle squadre più prestigiose del paese. Appartiene a Tchekaya Tschikaya, magnate e proprietario di Air Afrique, una celebre compagnia aerea panafricana. Non paga stipendi – i calciatori sono perlopiù studenti – ma può vantare alcuni elementi della nazionale vincitrice della Coppa d’Africa 1972.

Pulfer, con il suo entusiasmo contagioso e grazie ad un francese piuttosto fluente, non fatica a farsi voler bene da tutti. Rifiuta diversi privilegi, tra cui una camera privata offerta dai dirigenti, scegliendo di dormire con i compagni su materassi di caucciù nel quartier generale del club. Un gesto che gli vale il rispetto dello spogliatoio.

Pulfer non è solo un calciatore: diventa un riferimento. Fa arrivare dalla Svizzera le scarpette Künzli per tutta la squadra, offre passaggi in macchina per gite sulla spiaggia di Pointe-Indienne e anima le grigliate in riva all’Atlantico.

Il 1977 è l’anno della consacrazione. Il Vita Club Mokanda vola in Coppa del Congo. Charles lavora ancora otto ore al giorno – anche di più durante le gettate di cemento – e non sempre riesce ad allenarsi. Ma viene convocato per la finale, in programma il 31 dicembre a Brazzaville, contro i temibili Diables Noirs.

Si gioca al Revolution Stadium di Brazzaville, oggi intitolato ad Alphonse Massamba-Débat, presidente ad interim della Repubblica del Congo dal 1963 al 1968. Un viaggio di dodici ore in treno, quattro giorni di congedo dal lavoro.

Ne vale la pena: al quinto minuto Matama segna di testa. Finisce 1-0. Il Vita Club conquista il trofeo. Al fischio finale, i tifosi invadono il campo. Pulfer viene sollevato in aria. Gli strappano tutto, rimane in mutande e calzettoni. Ormai è una leggenda.

Il ritorno a Pointe-Noire è un trionfo. Alla guida della Peugeot 404 decappottabile c’è il presidente. Sul sedile posteriore, Charles solleva il trofeo d’argento. «Mi sentivo un piccolo Pelé», racconta al magazine francese So Foot. Due mesi prima, il vero Pelé aveva detto addio al calcio. Anche Pulfer decide di chiudere la sua carriera.

Rientra in Svizzera da eroe, con una Coppa, un soprannome – “Congo-Charly” – e soprattutto una nuova famiglia. Al suo fianco c’è la nipote dell’allenatore del Vita Club, che diventerà sua moglie nel 1982. Avranno due figli.

Riprende a lavorare come tecnico e formatore di arbitri e salva subito il Pieterlen dalla retrocessione. In qualche modo resta legato al mondo del calcio, ma quel capitolo africano rimane il più vivido. L’unico vero momento in cui, da dilettante svizzero, è stato trattato da re.

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