I COLORI DI EVA – febbraio 2012
Elisa Kidané

Diop Mor, Samb Modou, Zhou Zang, Joy. Sono nomi che abbiamo ascoltato per giorni nei tiggì e letto sui giornali e che ci hanno ricordato che si può morire brutalmente proprio nel paese scelto per realizzare il sogno di un futuro migliore. Poi sono entrati nel cono d’ombra, non solo delle notizie, ma anche della memoria collettiva, per essere annoverati nelle statistiche di omicidi avvenuti a cavallo tra il 2011 e il 2012.

A rendere il loro ricordo sbiadito ci sono quei nomi impronunciabili, quei volti così diversi, quei mondi così totalmente altri. Eppure, i loro corpi odorano forse ancora di sudore, di sogni, di preoccupazioni, di voglia di casa. E, chissà, forse negli occhi della piccola Joy c’è ancora il riflesso del volto della mamma.

Noi, però, non vogliamo dimenticarli. Perché sappiamo bene che sono solo alcune fra le molte – troppe – vittime di un fantasma che pare sembra stia tenendo in scacco il nostro mondo. Un fantasma inquietante, che sta via via assumendo le sembianze dell’intolleranza, del razzismo duro e puro, della xenofobia, del disprezzo. O anche solo dell’indifferenza. Anche quest’ultimo innocuo sentimento va annoverato tra quegli elementi che, messi assieme, possono scatenare l’inquinamento delle anime e la conseguente pazzia collettiva.

Il 2012 è l’anno dell’ecologia, cioè della cura e dell’attenzione alla natura. È bene salvarci dagli tsunami naturali. Ma, di pari passo, dobbiamo impegnarci per un’ecologia della mente, degli atteggiamenti, del linguaggio. L’inquinamento prolungato dei nostri comportamenti rischia di asfissiare il cuore. Da qui, l’urgenza di un’ecologia che ci liberi dalla cultura di morte che sembra avere la meglio in tutti gli ambiti della nostra vita intesa come bene comune.

La storia ci insegna che le grandi tragedie umane iniziano da indizi minimi o irrilevanti. Il dramma dell’Olocausto ebbe tra i suoi inizi la pretesa di distinguere il diverso, facendogli applicare sul braccio una innocua stella gialla, ma sappiamo com’è andata a finire. In Rwanda, il genocidio del 1994 esplose anche a causa degli incitamenti di Radio Mille Colline: in poche settimane, quelle splendide alture divennero il cimitero di centinaia di migliaia di essere umani. Anche la tratta schiavista africana iniziò da un proposito di bene: poiché gli indios erano poco adatti al lavoro nelle piantagioni americane, i colonialisti pensarono fosse bene cercare un gruppo umano più forte. E così iniziò la grande tratta di essere umani, le cui conseguenze perdurano tutt’oggi.

Il male – quello capace di creare mostri – è sottile, subdolo; all’inizio, quasi invisibile, impercettibile. È talmente scaltro da farsi passare come banalità. Che c’è di male se allo stadio quattro ragazzotti urlano “buuuh!” quando in campo c’è un “negro”? Dov’è il problema se una maestra dice a una bambina straniera che non si merita un voto alto perché lei è diversa dalle altre? Che c’è di strano se si scende in piazza perché un italiano è stato ucciso da un immigrato, e se si gira la testa dall’altra parte se la vittima è l’immigrato? Che c’è di male quando si liquidano solo come “parole forti” quelle dette da chi auspica l’avvento di forni per gli immigrati?

La filosofa tedesca di origini ebraiche, Hannah Arendt, autrice de La banalità del male (1963), che riprendeva i resoconti che aveva pubblicato come corrispondente del settimanale New Yorker per il processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista processato a Gerusalemme nel 1961, in una lettera a Gershom Scholem, autorevole studioso di mistica ebraica, scrisse: «È mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità».

Banalizzando il male, si arriva sull’orlo del baratro. Poi, basta un nulla per cadere nel vuoto assoluto di valori, di dignità, di umanità.

Per questo, non possiamo sottovalutare segnali anche minimi di intolleranza e lasciarci anestetizzare da discorsi buonisti. A spaventarci dovrebbero essere l’apatia, l’indifferenza, la resa di quella parte – gran parte – buona e sana dell’Italia. Torna utile ricordare ciò che disse Martin Luther King alla parte sana dell’America che non reagiva al dramma della segregazione: «Non bisogna avere paura delle parole dei violenti, ma piuttosto del silenzio degli onesti».

Dunque, teniamo alta la guardia. Non perdiamo alcuna opportunità che ci è data di scuotere la mediocrità di chi preferisce rimanere asserragliato dentro le mura della neutralità. Solo così potremo regalare alle prossime generazioni – dal cuore e dal sangue meticcio – quel futuro migliore che Diop Mor, Samb Modou, Zhou Zang e Joy avevano sognato.