L’editoriale del numero di novembre 2011
Prospettive del secondo viaggio del Papa in Africa.

Il 19 novembre Benedetto XVI, in terra beninese per il suo secondo viaggio in Africa, firmerà nella Basilica dell’Immacolata di Ouidah l’Esortazione apostolica post-sinodale del 2° Sinodo africano, celebrato a Roma nell’ottobre 2009. Il giorno dopo, durante la messa a Cotonou, consegnerà ai vescovi e ai cattolici africani il documento perché lo adottino come carta orientativa e operativa per il futuro.

 

Nigrizia è certa che, questa volta, le parole del Papa non finiranno in un… preservativo! Non abbiamo dimenticato che, durante il primo viaggio africano di Benedetto XVI (Camerun e Angola, 17-23 marzo 2009) per presentare l’Instrumentum laboris del sinodo, un frammento di una sua risposta a una domanda di un giornalista sulla diffusione dell’aids nel continente scatenò un “delirio mediatico” che lasciò noi e gli africani perplessi, se non proprio adirati, perché l’attenzione che avrebbe dovuto essere orientata ai veri problemi dell’Africa e della sua chiesa fu dirottata altrove.

 

Ascolteremo ciò che il Papa dirà, provando a coglierne il vero significato. La speranza è che la stampa “laica” non dia, ancora una volta, una distratta e marginale attenzione al viaggio, in particolare al documento che egli porterà con sé.

 

L’Esortazione riproporrà ciò che i vescovi hanno consegnato al Papa e alla chiesa nel loro Messaggio finale (“Africa, alzati e cammina”) e nelle 57 propositiones (proposte) finali del sinodo dedicato al tema “La chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace». Di solito, un’esortazione post-sinodale cita tutte le propositiones, magari addolcendole un po’, ma mai travisandole del tutto. Si può essere certi, pertanto, che la “carta programmatica” della chiesa africana per i prossimi anni conterrà un adeguato spaccato del presente del continente e della sua chiesa.

 

L’elenco dei mali denunciati nel 2° Sinodo è senza fine: dalle guerre ai conflitti etnici, dagli interessi egoistici dei politici al disprezzo per il bene comune, dalla mancanza di senso dello stato alla negazione della democrazia, dai diritti umani non rispettati alla crescente disoccupazione (soprattutto giovanile), dalla povertà generalizzata all’inarrestabile esodo rurale, dai salari di miseria alle risorse naturali sfruttate a beneficio di pochi. Non meno lunga è la lista dei “peccati” del mondo ricco: i programmi di ristrutturazione delle economie africane «che, imposti dalle istituzioni finanziarie, si sono rivelati funesti»; le multinazionali «che continuano a invadere il continente per appropriarsi delle risorse naturali»; l’esclusione dell’Africa dalla ricerca di soluzioni al sistema finanziario internazionale; l’ingordigia di paesi «intenti a trarre lauti guadagni dalla vendita di armi» e di forze internazionali che «sostengono poteri politici irrispettosi dei diritti umani e dei principi democratici per assicurarsi, come contropartita, vantaggi economici… e destabilizzano le nazioni ed eliminano tutti coloro che vogliono affrancarsi dalla loro tutela»…

 

Bisognerà prestare attenzione ai simboli. Ouidah è il luogo da dove è partita l’evangelizzazione del Benin 150 anni fa. Il Papa, per rilanciare l’evangelizzazione del continente, ha scelto proprio questa città-simbolo della tratta degli schiavi, che per tre secoli privò l’Africa dei suoi figli migliori, portandoli di forza sull’altra sponda dell’Atlantico tra indicibili sofferenze. C’è da giurarci che Benedetto XVI coglierà quell’occasione per proclamare «il lieto annuncio ai poveri, la liberazione ai prigionieri, la libertà agli oppressi e l’anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18.19).

 

La nuova esortazione sarà diversa da quella consegnata all’Africa da Giovanni Paolo II, il 14 settembre 1995, dopo il 1° Sinodo africano del 1994. Infatti, i temi scelti nel 2009 – che si invereranno nel documento papale – sono problemi “extraecclesiali”, a differenza di quelli del 1° Sinodo, che erano stati più “intra-ecclesiali”, concernenti, cioè, la vita interna della chiesa. Sarà un documento che urlerà al mondo intero la sofferenza dei popoli africani, e accuserà la disumanizzazione e l’oppressione che sussistono nel continente.

 

Una messa in guardia. Dopo il 1° Sinodo, non ci fu un’analisi schietta della ricezione di quell’importante evento in Africa. Al di là delle tre grandi celebrazioni del 1995 – a Yaoundé (Camerun), a Johannesburg-Pretoria (Sudafrica) e a Nairobi (Kenya) – per la fase celebrativa dell’assemblea, la penetrazione dell’assise fu frammentaria. Né ci fu una strategia a livello continentale per la ricezione dell’esortazione papale: oltre che in quelle nazionali e ufficiali (tutte europee), il testo fu tradotto in pochissime lingue locali, forse meno delle dita di una mano. Troppo poche per poter affermare che quella che era stata presentata come la magna charta dell’Africa alla vigilia del terzo millennio abbia poi davvero interessato il continente.

 

Preghiamo che questi due errori non si ripetano. In caso contrario, in occasione del 3° Sinodo, si udirà di nuovo la lamentela: «Perché un terzo, se il secondo non è ancora giunto a casa?».

 


 



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