ECONOMIA IN BIANCO&NERO – marzo 2010
Riccardo Barlaam

«La corruzione è il problema numero uno, ma anche numero due e tre dell’Africa», dice uno dei fondatori di Trasparency International. Si stima che essa costi qualcosa come 148 miliardi di dollari l’anno nella sola Africa subshariana. Una bella fetta del Pil.

Barack Obama, primo presidente afro-americano degli Stati Uniti, nel suo “storico” discorso ad Accra, capitale del Ghana, qualche mese fa, ha puntato il dito sulla piaga della corruzione: «Non si possono fare investimenti se non c’è buon governo. Il destino dell’Africa dipende dagli africani».

Il presidente Obama non ricorda che, molto spesso, la corruzione in Africa è alimentata proprio dalle multinazionali occidentali. Francia, Gran Bretagna e anche Stati Uniti, che oggi inneggiano al buon governo e all’etica e si scandalizzano per i modi spicci con cui vanno avanti i cinesi, nei fatti continuano a essere vicini a molti leader africani le cui credenziali democratiche lasciano molto a desiderare. Per decenni gli investimenti stranieri in Africa hanno privilegiato innanzitutto il Sudafrica dell’apartheid, e poi nazioni ricche di petrolio e materie prime, come Angola e Nigeria, dove la corruzione è una pratica diffusa.

La verità è che la lotta alla corruzione in Africa non può avvenire senza una stretta collaborazione tra i governi, le organizzazioni internazionali e, soprattutto, le aziende straniere. Perché le multinazionali europee e americane preferiscono mille e mille volte avere a che fare con leader corrotti o corruttibili. La valigetta piena di dollari è ancora oggi la via più semplice.

Eclatante, in questo senso, ciò che avviene da decenni in Nigeria, ottavo produttore mondiale di greggio e quinto fornitore di petrolio degli Stati Uniti. Nel Delta del Niger, la zona petrolifera del paese, da tempo è in atto una dura lotta con le popolazioni locali che accusano, a ragione, le multinazionali petrolifere occidentali di aver depredato e inquinato il loro territorio, portando via le loro ricchezze senza dare loro nulla in cambio. Negli anni Novanta lo scrittore candidato al Nobel per la pace Ken Saro-Wiwa cominciò a manifestare con le popolazioni del Delta, per chiedere un risarcimento alla Shell che dagli anni Cinquanta ha estratto dal Delta del Niger una quantità di greggio pari a 30 miliardi di dollari. La terra e le falde acquifere sono state inquinate dagli oleodotti e dalla combustione di gas. La gente vive in villaggi dove ancora oggi, in molti casi, mancano l’acqua corrente e la luce elettrica. Saro-Wiwa e il Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop) cominciarono a dare fastidio al governo del generale Sani Abacha che, nel timore di perdere i profitti dell’oro nero, ordinò la repressione. I soldati nigeriani uccisero migliaia di persone. Altrettante ne torturarono.

Ma le proteste pacifiche continuavano, anzi aumentavano. Tanto che nel 1993 la Shell, messa sotto accusa dai movimenti ambientalisti di mezzo mondo, minacciò di abbandonare il Delta. Una mossa estrema, che spinse l’esercito nigeriano a intervenire con maggior ferocia. L’ordine del governo fu esplicito: «Eliminare gli obiettivi in tutte le comunità, in particolare i soggetti più attivi».

Nel maggio 1994 Ken Saro-Wiwa fu arrestato con otto leader ogoni. Il 10 novembre 1995 i nove furono giustiziati. Da allora non è cambiato molto. Sono aumentate le operazioni di disturbo del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend) e sono continuati i sabotaggi agli oleodotti e i sequestri degli operai che lavorano sulle piattaforme petrolifere. Secondo la Pipeline Professional’s Association of Nigeria, negli ultimi due anni almeno 400 oleodotti sono stati distrutti o danneggiati e 300 lavoratori stranieri sequestrati. L’estrazione del greggio procede a due terzi delle possibilità. Lo scorso anno la Chevron, dopo un bombardamento all’oleodotto di Abiteye, ha evacuato dalla sua piattaforma petrolifera 700 lavoratori. La Shell ha deciso di vendere parte dei suoi impianti.

La produzione di greggio nell’area è “volatile”, dicono gli esperti, ma è sempre significativa. Le royalty del petrolio nigeriano vanno tutte a finire nelle casse del governo centrale e per il 10% nelle corrotte amministrazioni locali. Il presidente Umaru Yar’Adua aveva cominciato negoziati di pace con il Mend, promettendo il 10% delle royalty alle popolazioni locali e investimenti per costruire strade, ospedali e scuole nella regione.

La Nigeria, con il suo presidente Yar’Adua malato e costretto a credere il potere al vicepresidente Jonathan Goodluck, sta vivendo una non facile fase di transizione. Quanto ci vorrà per realizzare quanto promesso è difficile dirlo. Certo è che il problema della corruzione non si risolve con le parole.

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