CENTRAFRICA, UNA NAZIONE SOTTO SEQUESTRO – DOSSIER LUGLIO-AGOSTO 2018

Diocesi e parrocchie contano sacerdoti uccisi e chiese devastate, ma si fanno carico di sfollati e bisognosi. La Conferenza episcopale promuove il dialogo interreligioso e cerca di smuovere le istituzioni politiche interne e internazionali.

Il 29 novembre 2015, papa Francesco faceva visita al Centrafrica, dichiarando Bangui «capitale spirituale del mondo». Una visita che aprì una parentesi di pace durata quattro mesi. Prima c’era stata la violenza cieca delle milizie Seleka, poi arrivò un altro periodo buio, che dura fino ad oggi, con il presidente Touadéra. In questa fase, i diritti umani dei centrafricani sono stati e sono impunemente calpestati anche da milizie, sedicenti cristiane, note come anti-balaka.

La visita del papa aveva innescato una calma che ci lasciò sognare. Pensavamo di essere usciti dal labirinto della violenza. Un sogno! Dopo un po’, i responsabili della missione Onu parevano sordi ai messaggi della Conferenza episcopale centrafricana. Nonostante quel po’di bene che senz’altro anche loro hanno fatto, l’insieme del loro mandato per la difesa della popolazione civile è parso inefficace, poco professionale e, a volte, per la passività di fronte ai crimini di guerra, addirittura complice.

Accogliere chiunque

Nel 2013 e 2014, le chiese di Bangui si sono riempite di sfollati: molti vi hanno trovato rifugio per più di 3 anni. I musulmani della capitale in parte fuggirono in Ciad, in parte si rinchiusero nel quartiere del PK5, il polmone economico di Bangui. Ma ancor oggi ci sono sfollati nell’80% del territorio nazionale non controllato dal governo. Il vescovo di Alindao (nel sud del paese), mons. Nestor Yapaupa, si ritrova con 20mila persone accampate davanti al vescovado. Sono cattolici, protestanti o di religione tradizionale, dormono in tende di fortuna fornite dagli organismi Onu e patiscono fame e miseria a causa dell’insicurezza generata dalla milizia Upc (Unità per il Centrafrica, uno dei tanti gruppi dell’arcipelago Seleka, comandata da Ali Darass) che controlla la città. Ma è solo un esempio: secondo l’Unicef, l’insicurezza alimentare riguarda oltre 4 milioni di centrafricani, i 4/5 della popolazione.

All’entrata di Alindao ci sono i mercenari dell’Upc mescolati a paramilitari di etnia peul. All’uscita, ci sono milizie anti-balaka, mal armate e composte prevalentemente di giovani e giovanissimi. Dicono di voler liberare il paese dai Seleka e lo fanno con una violenza mai vista prima. Salutati come “liberatori”, sono presto diventati fanatici, criminali, vendicativi e… pazzi. Cosi Alindao è presa tra l’incudine e il martello. Stessa situazione vive il vescovo di Kaga-Bandoro (centronord), mons. Taddhée Kusi. Ma qui il nome delle milizie è diverso e gli sponsor non arrivano dal Ciad o dai paesi del Golfo…

Noi, Chiesa cattolica, siamo coscienti della nostra vocazione a tendere la mano a qualunque persona disprezzata, violentata o massacrata. A Bangassou, sudest, il campo di sfollati si trova nel…

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