Dal numero di ottobre: il caso Repubblica Centrafricana
La comunità cattolica sotto shock: vescovi costretti a dimettersi, sacerdoti e religiosi indagati e sospesi dal Vaticano. Il motivo? Hanno famiglia. Pertanto, non sono “idonei all’adempimento del proprio ufficio” secondo
i canoni ecclesiastici. Canoni che, però, faticano a essere recepiti dalla cultura africana.

I fatti. Tra gli atti pontifici, L’Osservatore Romano del 26 maggio annunciava: «Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Bangui (Repubblica Centrafricana), presentata dall’arcivescovo Paulin Pomodimo, in conformità al canone 401, paragrafo 2, del Codice di diritto canonico». Il paragrafo citato recita: «Il vescovo diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all’adempimento del suo ufficio, è vivamente invitato a presentare la rinuncia all’ufficio». La formula nasconde le dimissioni imposte. Mons. Pomodimo era succeduto nel 2003 a mons. Joachim Ndayen, per 33 anni arcivescovo di Bangui.
Dieci giorni prima, L’Osservatore aveva annunciato, con la stessa formula, le dimissioni di un altro prelato centrafricano: mons. François-Xavier Yombandje, vescovo di Bossangoa.
In Italia i giornali – non tutti – hanno fatto un semplice accenno a quanto stava succedendo in Repubblica Centrafricana, perché, all’indomani dell’annuncio delle dimissioni dell’arcivescovo, un numero importante di sacerdoti aveva deciso di iniziare uno «sciopero dei sacramenti» per protestare contro quella che ai loro occhi appariva una brutale decisione del Vaticano nei confronti dei due vescovi. Lo sciopero non è durato che ventiquattr’ore, anche per le pressioni di alcuni preti contrari alla decisione e di cristiani scontenti di non aver più la loro messa e i sacramenti. I cattolici centrafricani rappresentano poco meno del 30% della popolazione.
L’astensione dall’esercizio ministeriale intendeva anche protestare contro la nomina del nuovo amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Bangui, padre Dieudonné Nzapalainga. Centrafricano, membro dell’istituto dei missionari Spiritani, p. Nzapalainga aveva lavorato in Francia per una decina d’anni, prima di fare ritorno al paese come superiore regionale e presidente della Conferenza dei religiosi centrafricani, in servizio alla parrocchia di Notre Dame d’Afrique a Bangui.
«Non abbiamo nulla contro la persona di p. Nzapalainga», hanno precisato i preti. A infastidirli, invece, è stato il fatto che la nomina fosse avvenuta ad nutum della Santa Sede e senza consultazione del clero. Anche se qualcuno ci ha visto una contestazione della sua appartenenza a una congregazione “straniera”.
In una lettera pubblicata prima degli “avvenimenti”, i preti avevano fatto riferimento a una inchiesta del Vaticano, che avrebbe provato che «la loro condotta morale non è sempre conforme agli impegni assunti al seguito di Cristo povero, casto ed obbediente», e che li minacciava di sanzioni. Attaccavano soprattutto «quei religiosi, religiose e vescovi europei che si sono lanciati in una campagna di maldicenze, calunnie e delazioni di ogni genere contro il clero autoctono». «Deploriamo il fatto che certi missionari si stiano accaparrando tutti i posti di responsabilità nella chiesa centrafricana, in modo da guidarne il destino».
Il testo conteneva espressioni forti: «Coloro che credevamo nostri collaboratori (i missionari, ndr) si sono rivelati nostri carnefici… Questo diffondere notizie false ha trovato credito presso il nunzio che ha informato Roma… Non bisogna sperare di avere candidati autoctoni all’episcopato per i prossimi dieci anni… Siamo stanchi di queste campagne di diffamazione, basate unicamente sul celibato. Altrove succede di peggio… Non confondete la correzione fraterna con l’umiliazione fraterna». Conclusione: «Non siamo quello che si dice di noi».
Questo schietto modo di esprimersi traduce un sentimento diffuso tra i preti centrafricani. Ci sono missionari – e anche vescovi – che li trattano da ragazzetti. Il che fa sì che ogni denuncia nei loro confronti sia presa come offesa seria. E alle accuse fanno seguito le contraccuse. Circolano anche “liste nere”. Insomma: un’atmosfera detestabile in cui il Vaticano è accusato di essere discriminante, parziale e selettivo nel definire la situazione, dato che anche preti e vescovi stranieri sarebbero colpevoli degli stessi comportamenti rimproverati ai colleghi africani. I superiori provinciali degli istituti missionari presenti nel paese non possono certo negare di essersi trovati nella necessità di intervenire per porre fine a una situazione non del tutto felice, se non scandalosa, rispedendo in patria questo o quel confratello.

Questa crisi di una parte importante del clero centrafricano non è che il segno di una crisi ancora più profonda, che da alcuni anni ormai attraversa l’intera chiesa locale e si è aggravata negli ultimi mesi. Al centro della polemica, il comportamento non conforme al proprio stato ecclesiale di tanti preti e di alcuni vescovi.

A marzo, mons. Robert Sarah, segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, si era recato a Bangui in qualità di visitatore apostolico ed era stato messo al corrente della gravità della situazione, sulla quale aveva già indagato l’arcivescovo vietnamita Pierre Nguyên Van Tot, nunzio apostolico nella Repubblica Centrafricana e Ciad dall’agosto 2005, arrivando alla conclusione che molti sacerdoti erano padroni di case, avevano figli e possedevano proprietà private. Il 13 maggio 2008, mons. Van Tot veniva inviato come nunzio apostolico in Costa Rica.
La visita di mons Sarah – che non ha esitato, lui guineano, a fustigare i preti che conducono una doppia vita e a invitarli ad abbandonare il ministero sacerdotale – ha dato il via a una operazione di pulizia della chiesa centrafricana, coordinata da mons. Jude Thaddeus Okolo, nigeriano, nuovo nunzio in Ciad e Repubblica Centrafricana dal 2 agosto 2008. Il risultato è che, oggi, delle 9 diocesi centrafricane, una sola è retta da un vescovo locale, 6 da vescovi missionari non centrafricani, e le 2 rimaste vacanti da amministratori. I sacerdoti locali, nonostante il loro numero sia cresciuto di molto negli ultimi anni (dagli 83 del 1990 ai 140 del 2003, fi no a costituire oggi i due terzi del clero presente nel paese), vedono che le leve del comando restano nelle mani dei missionari, percepiscono il fatto come mancanza di fiducia nei loro confronti e denunciano il complesso di superiorità («anche spirituale») che notano nei missionari.
Nei testi e nelle lettere che circolano anche nella diaspora, ritorna spesso l’espressione «neocolonialismo ecclesiale». I missionari ribattono che alcune diocesi sono state create da poco, che la presenza missionaria è ancora indispensabile e che, se ci si mette anche la gelosia tra preti, è facile che la scelta di Roma cada su un nome straniero al momento di nominare un vescovo. Era successo con la nomina dello spiritano tedesco Peter Marzinkowski a vescovo di Alindao, nel 2004, e del salesiano belga Albert Vanbuel a vescovo di Kaga-Bandoro, nel 2005. Nomine mal digerite dal clero delle due diocesi. Lo squilibrio, comunque, è patente.

 

INTERVIENE IL VATICANO
La verità? La possiamo indovinare percorrendo la lettera che il 19 maggio, da Roma, il card. Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha rivolto ai cattolici centrafricani. Dopo aver ricordato che «la chiesa centrafricana ha vissuto recentemente momenti difficili che hanno turbato la pace e l’armonia tra i suoi membri», la lettera afferma che «bisogna innanzitutto riconoscere che la chiesa centrafricana di oggi è il frutto del lavoro pastorale, così paziente e laborioso, di migliaia di missionari venuti da lontano e del clero locale che essi hanno formato in questi ultimi 115 anni». Menziona, quindi, il gran bene da loro compiuto anche in campo sociale, dell’educazione e della salute. La lettera continua: «Bisogna però riconoscere anche, in tutta sincerità e umiltà, che nel campo del Signore, accanto al buon grano che con fierezza costatiamo, c’è della zizzania, che nuoce alla causa del Vangelo e della chiesa di Gesù Cristo.
Soprattutto, c’è lo stato morale di alcuni sacerdoti che tradiscono la loro sublime vocazione di essere guide spirituali del popolo di Dio sulla via della santità». E poiché la Santa Sede riceveva da tempo notizie preoccupanti al riguardo, si è decisa la visita di mons. Sarah, che «purtroppo ha potuto costatare la profondità del malessere tra il popolo di Dio a causa della condotta poco esemplare di certi membri, anche qualifi cati, del suo clero, sia autoctono che missionario». Ovvio che la Santa Sede «si è sentita obbligata a prendere le misure necessarie per porre rimedio alle situazioni irregolari in cui i pastori tradivano i loro impegni presi davanti a Dio e alla chiesa… scandalizzando il gregge».

 

REAZIONI
La stampa centrafricana non solo ha riconosciuto la gravità dei fatti – e cioè che, praticamente, in tutte le diocesi e in tante parrocchie preti secolari e religiosi hanno famiglia con moglie e figli e che, se i figli non portano il nome del papà, fratelli e sorelle del prete sono là a occuparsene – ma si è anche meravigliata che il Vaticano si sia accorto solo ora della situazione. Secondo Centrafrique Presse, «si naviga nell’ipocrisia: il celibato dei preti nella Repubblica Centrafricana, come altrove, è un’utopia». Questa situazione sarebbe «cominciata con il primo della cordata, cioè don Barthélemy Boganda, che dovette abbandonare la sottana per altre attività». Boganda era diventato il primo ministro di quella che sarebbe stata la Repubblica Centrafricana e ne sarebbe stato il primo presidente, se un misterioso incidente aereo non avesse messo prematuramente fine alla sua vita un anno prima dell’indipendenza.
Nelle loro reazioni – lettere ai giornali o interventi sui vari blog di Internet – i fedeli hanno espresso il proprio disappunto di fronte allo sciopero dei preti. A loro e all’arcivescovo hanno rimproverato mancanza di umiltà e di sincerità, perché, invece di riconoscere quanto era loro rimproverato, si erano difesi accusando i missionari di menzogne e di discriminazione razziale. Qualcuno ha fatto riferimento al discorso – in sango, la lingua del paese – in cui l’ex arcivescovo, la domenica precedente le dimissioni, aveva parlato della faccenda come della «storia del gobbo che non vede la propria gobba ma solo quella del vicino». Per dire: quelli che ci accusano fanno come noi!
C’è stato chi si è spinto ad accusare l’arcivescovo di essere stato l’ispiratore dello sciopero dei preti. «Bisogna rivedere il programma di formazione del seminario maggiore di Bimbo. Questa scuola non forma che dei funzionari a servizio della chiesa senza ambizioni apostoliche… Altro che obbedienza, castità e povertà! Guardandoli, sembrerebbe che questi preti abbiano fatto voto di trasgressione, dissolutezza e ricchezza».
Una cristiana ha rimproverato ai preti di farsi sorprendere nelle discoteche abbracciati alle mogli dei loro parrocchiani e di bighellonare nei bar all’ora della preghiera: «Se solo volessero ascoltare quanto pensiamo di loro! Se non ce la fanno, buttino la sottana. Vale di più un solo prete esemplare che mille che fanno apparire noi, semplici cristiani, come dei santi in confronto a loro». Un altro fedele: «La corruzione fa incancrenire l’istituzione e la doppia vita dei preti è quasi generalizzata. Bisogna non essere mai stati in Repubblica Centrafricana per credere che si tratti di una campagna di denigrazione».

 

COSTUME DIFFUSO
Il malessere non si limita alla Repubblica Centrafricana. Tutto fa ritenere che il problema del celibato dei preti sia stato evocato seriamente da Benedetto XVI nei suoi colloqui con i vescovi della regione, durante il suo viaggio a Yaoundé (Camerun) nel marzo scorso.
È di dominio pubblico ormai – senza voler generalizzare e far torto ai tanti che agiscono onestamente e riconoscendo che ci sono paesi dove il clero compie sforzi sinceri per vivere coerentemente – che il fenomeno dei sacerdoti e vescovi che hanno famiglia è diffuso.
Il caso africano più mediatizzato resta quello dell’ex arcivescovo di Lusaka, mons. Emmanuel Milingo, scomunicato per aver ordinato quattro sacerdoti sposati. In Zambia, la Congregazione per la dottrina della fede ha scomunicato don Luciano Anzanga Mbewe per essersi fatto consacrare vescovo da prelati della Chiesa vetero-cattolica, ottenendo così la successione apostolica cui teneva, per stabilire una chiesa cattolica in cui i preti possano sposarsi.
Ma possiamo dimenticare che i cristiani d’Austria hanno lanciato un appello contro l’obbligo del celibato e che lo stesso arcivescovo di Vienna, card. Christoph Schönborn, pur non condividendola, ha presentato la petizione al Papa? E che dire di mons. Fernando Lugo, eletto presidente del Paraguay, di cui le cronache si sono occupate per il non rispetto del celibato?
Roma, con la sua multisecolare esperienza, non misconosce la debolezza umana. Passa per paziente e tollerante. Non intende però rivedere la sua disciplina. Quasi non tenesse conto della situazione. Il Vaticano vede le cose in una prospettiva lunga, mentre preti, fedeli e non battezzati che patiscono per lo
scandalo hanno un’esistenza che si gioca nello spazio di pochi anni. Sembra di rivivere la storia dell’istituzione che viene prima del livello esistenziale e personale. I vescovi africani, d’altronde, che non ignorano la situazione e conoscono le difficoltà dei loro preti a vivere il celibato, non vogliono preti sposati, perché li vedono come di “serie b”.
Per aver vissuto con sacerdoti, religiosi e religiose africani, non siamo di quelli che sentenziano che il celibato non è fatto per gli africani. O che il presunto culto della fertilità e il bisogno di figli non permettano loro la rinuncia a una discendenza carnale. Abbiamo conosciuto africani d’ambo i sessi che vivevano generosamente e riconciliati il loro celibato per il Regno. Naturalmente, con quelle debolezze e infedeltà che ogni cristiano – sia celibe che sposato – ha il coraggio di riconoscere, fiducioso nell’aiuto e nel perdono di Dio. In Africa, come ovunque, la vocazione al celibato è segno della presenza del Regno e della consacrazione totale all’annuncio della Parola, all’istruzione dei poveri, al conforto di chi soffre, alla difesa dei più poveri contro ogni potere oppressivo.
Come il matrimonio-sacramento dell’amore di Dio, il celibato per il Regno è un segno profetico che non coincide pienamente con i valori di nessuna cultura: né passata né attuale, né africana né occidentale. Il celibato si può abbracciare solo nella fede e in piena libertà. Legarlo a istituzioni e strutture può condurre a situazioni drammatiche e scandalose, come quelle che stiamo criticando.

 

UN MODELLO DA RIVEDERE
Questi scandali obbligano i responsabili nella chiesa a porsi la domanda della giustezza di un modello di sacerdote e pastore che ci viene dalla riforma tridentina. Modello che ha certo i suoi vantaggi e che ha dato ottimi risultati. Ma è ancora un modello valido ovunque e per tutti?
Non tocca a noi rispondere. Pensiamo che anche la figura del sacerdote cattolico in Africa vada inculturata. Anche perché certi settori del clero vivono una situazione di schizofrenia e perché vivono a cavallo tra due culture: quella africana, in cui sono nati e cresciuti, e quella occidentale, ricevuta durante i lunghi anni di studi di filosofi a e teologia. E soprattutto perché non hanno assunto in libertà e franchezza la loro situazione di celibi, condannandosi a un’esperienza di grande frustrazione.
Basterà migliorare la formazione dei futuri sacerdoti, come la Santa Sede sostiene? L’abbondanza di sacerdoti in certi paesi e i seminari pieni dichiarano definitivamente superato il tentativo condotto dall’allora arcivescovo di Kinshasa, card. Joseph Malula, con i bakambi, fedeli sposati messi alla guida delle parrocchie della capitale congolese?
Ci piace ricordare ciò che scriveva il compianto teologo e sociologo camerunese Jean-Marc Éla in Repenser la théologie africaine a proposito dei vescovi: «La figura del vescovo che ci interessa è quella dell’autentico servitore del Vangelo di liberazione, che è al cuore del messaggio cristiano. Vogliamo incontrare non alti funzionari di Dio, ma umili pastori che lo Spirito suscita e manda al suo popolo per riattualizzare la tradizione dei vescovi difensori dei poveri e degli oppressi. L’emergenza di questa figura di vescovi attenti al grido dei poveri è una preoccupazione nelle chiese di oggi?».
Il futuro della chiesa centrafricana? Ha detto p. Nzapalainga: «Il domani della nostra comunità cristiana si scrive con una grande “S”, quella della parola “Speranza”. Chi spera non teme nulla. Sono fiducioso che Signore sa come condurre la sua chiesa. E chissà che non tocchi proprio a noi la sorpresa di costatare che il cambiamento è in atto?».

 



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