Dal numero di gennaio: un sinodo “altro” per un’Africa “altra”
Il 2° Sinodo africano si è chiuso da poco più di due mesi, ma mantiene aperte tutte le sue potenzialità. Sarà decisivo diffonderne capillarmente i contenuti nelle comunità ecclesiali.

 

Il contesto storico e socio-politico in cui si è celebrato il 2° sinodo africano (4-25 ottobre 2009) non è certo paragonabile a quello che aveva fatto da sfondo al 1° sinodo (aprile 1994). Il muro di Berlino era caduto da poco più di 4 anni e il mondo bipolare (est-ovest), che tanto negativamente aveva influenzato l’Africa (la “guerra fredda” era stata “calda” in tante nazioni a sud del Sahara), stava per essere rimpiazzato da uno multipolare.

 

Le conseguenze positive di quel cambiamento si sarebbero gradualmente fatte sentire un po’ dovunque nel continente. Ai molti regimi dittatoriali si sarebbero sostituiti sistemi più democratici, ritmati da elezioni popolari regolari, anche se non sempre del tutto trasparenti. La società civile avrebbe assunto le sue responsabilità e sarebbe stata pronta a giocare un proprio ruolo, strutturandosi in una pluralità di raggruppamenti capaci di formulare una sorprendente varietà di proposte: dalla promozione dei diritti delle donne al sostegno dell’imprenditorialità attraverso il sistema cooperativistico e del microcredito; dalla costituzione di partiti politici, considerati indispensabili al sistema democratico, al sorgere di gruppi editoriali a sostegno di nuove testate giornalistiche e di nuovi canali radiofonici e televisivi. Crebbe la libertà di espressione, che ebbe forti ricadute anche sulla chiesa: i fedeli trovarono il coraggio di esprimere le loro opinioni e le comunità assunsero una mentalità critica, caratterizzata da maggiore capacità di analisi sociale.

 

Fu un periodo contrassegnato da un pluralismo di opinioni, di approcci e di riflessioni. Se nel mondo della politica non ci si limitò più a ripetere pappagallescamente quanto veniva propagandato dal rais di turno, dalla tv di stato o dal giornale del partito unico, nella chiesa iniziò un dibattito che sembrò scuotere il tradizionale rispetto verso il magistero gerarchico, soprattutto in campo sociale. Sotto le dittature dei partiti unici o dei regimi militari, era stato relativamente facile per le chiese locali diventare spesso gli unici “partiti d’opposizione”: l’avversario da colpire e criticare era ben preciso e le gerarchie non trovavano difficoltà a essere unite. Con il multipartitismo e con la conseguente pluralità di programmi e di risposte ai diversi problemi sociali, diventava più faticoso unificare su una proposta univoca una conferenza episcopale o un consiglio nazionale delle chiese. Le soluzioni suggerite si diversificavano le une dalle altre, in quanto le analisi di una stessa situazione non collimavano più. Le discussioni cominciarono a diventare infinite e s’imparò ad accettare il “compromesso” come arte del vivere sociale: un “mettersi con” (cum-) gli altri, portatori di opinioni diverse, “in favore di” (pro-) un progetto comune da portare avanti con l’impegno di tutti. Nacque un nuovo stile di magistero ecclesiale, più radicato nella ricerca sistematica e scientifica e caratterizzato da un diretto coinvolgimento dei laici, considerati i veri artefici del novum evangelico nel contesto sociale, politico ed economico.

 

Questo cambiamento era stato previsto dall’Octogesima adveniens, l’enciclica sociale di Paolo VI, del maggio 1971, e da La giustizia nel mondo, il documento finale del 2° sinodo ordinario dei vescovi, celebrato dal 30 settembre al 6 novembre dello stesso anno: due testi che avevano mostrato come, nell’impegno sociale della chiesa, il criterio di validità non era più legato alla sacralità delle parole dei vescovi, ma alla competenza di ognuno nel gestire la cosa pubblica e alla validità-obiettività di una data ricerca. Ecco due perle di quell’enciclica: «Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto, non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della chiesa… e individuare le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi» (Oa 4); «Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili. Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi» (ib. 50).

 

 

Aperture significative

Alla vigilia del 2° Sinodo, la domanda era: quest’Africa – “altra” dal 1994 – avrà un impatto determinante sulla sua chiesa, radunata per pianificare la sua futura azione al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace? Con parole diverse: avremo un sinodo “altro” dal primo? A fatto compiuto, credo che la risposta debba essere positiva. Ecco tre indicatori.

 

Prima di tutto le propositiones. In passato, gli “enunciati propositivi” che riassumevano le idee-guida emerse dagli interventi in aula sinodale e nei gruppi di studio erano soggetti a embargo, perché strettamente riservati al Papa. Questa volta, invece, Benedetto XVI ne ha subito autorizzato la pubblicazione.

 

In verità, non si è trattato di una prima volta. Già al termine del sinodo del 1971, Paolo VI decise di rendere pubblico il documento elaborato dai vescovi. Meno formale di un’esortazione papale, quel testo risultò più articolato di una semplice serie di propositiones. Fu un documento incisivo, in cui intuizioni teologiche e sociali si susseguivano a ritmo incalzante. Formalmente non fu un “atto pontificio”, in quanto non firmato né dal Pontefice né dal presidente di un dicastero vaticano, ma aveva una sua solennità, perché frutto del magistero collegiale dell’episcopato cattolico con il Papa. In verità, quel testo continua a essere uno dei più profetici nella storia del magistero degli ultimi 40 anni. Vi si trovano esplicitati, ad esempio, lo stretto nesso che esiste fra trasformazione sociale, conversione personale e resurrezione, non reperibile in altri testi ecclesiali, e il ruolo della costante presenza dello Spirito Santo nel complesso e contorto itinerario della liberazione dei poveri dalle loro molteplici schiavitù. Per la prima volta, un documento della chiesa affermava che «azione a favore della giustizia e partecipazione alla trasformazione del mondo sono dimensioni costitutive della predicazione del Vangelo».

 

Quando le propositiones di un sinodo diventano esortazione pontificia, inevitabilmente subiscono un processo di addolcimento: l’incisività profetica lascia il posto alle “sfumature”. Nel tentativo di essere il più completa possibile, inoltre, un’esortazione tende a toccare tutti i principali aspetti di un dato problema, con il rischio di perdere i riferimenti a specifici dati storici e di ripetere un insegnamento astratto, generico e, quindi, irrilevante. Accadrà così anche per il sinodo da poco concluso?

 

La seconda novità è stata la sorprendente libertà di espressione avvertita nel corso dei dibattiti. I vescovi, i religiosi e i laici africani sono parsi figli di un’Africa in cui la libertà è più apprezzata di ieri. Si è notata una straordinaria pluralità di opinioni, in termini di analisi sociale e di proposte pratiche. C’è stato un insolito coraggio nel denunciare le ingiustizie, sia dentro che fuori il continente. Né è mancata la volontà di usare linguaggi che la curia vaticana avrebbe voluto diversi, più diplomatici.

 

Non stiamo dicendo che il problema dell’opinione pubblica nella chiesa sia oggi del tutto risolto. Vogliamo solo rilevare come l’accresciuta libertà di espressione nel mondo culturale, sociale e politico africano stia influenzando anche la sfera ecclesiale. I vescovi del continente chiedono una gestione della chiesa più partecipativa e meno verticistica, convinti che il pluralismo non è sinonimo di disobbedienza e di opposizione al magistero: diversità di vedute e franco confronto fanno parte di ogni processo di discernimento.

 

Un terzo indicatore che ha reso questo sinodo “altro” rispetto al primo è stato il clima di maggiore apertura alla pluralità d’informazione. L’Osservatorio sul Sinodo, organizzato dagli istituti missionari, ne è stato un significativo esempio, al punto da essere lodato dallo stesso Osservatore Romano. Varie agenzie hanno dato ampio risalto all’evento, prime fa tutte Misna e Adista. Interviste, incontri informali e conferenze stampa hanno permesso a numerosi partecipanti al sinodo di entrare in contatto con il grande pubblico attraverso i mezzi di comunicazione. Fuori dall’aula, si sono sentiti liberi di parlare degli stessi argomenti trattati dall’assise e, quasi incuranti del segreto cui erano legati, hanno dato vita a uno stupefacente pluralismo di pulpiti e di audience.

 


Africa come soggetto

Lungi dall’essere un mero oggetto di discussione, l’Africa al sinodo ha svolto un ruolo da soggetto. I vescovi avrebbero potuto cadere nella tentazione di limitarsi a enumerare i molti mali del continente, derivati da tratta schiavista, colonialismo, neocolonialismo, globalizzazione, nuova corsa alle risorse del suo sottosuolo capeggiata dalla Cina… È vero, che ne hanno anche parlato, e a lungo. Ma poi hanno insistito, quasi con ossessione, sulla responsabilità che gli africani hanno del proprio destino: chiamati a gestire il loro presente e a programmare il loro futuro, spetta a loro trovare la soluzione dei problemi che attanagliano le loro nazioni.

 

I vescovi non si sono pianti addosso. Hanno, invece, ribadito con forza che la liberazione (dalla tirannia, dalla povertà, dall’ignoranza, dalla cronica dipendenza dall’estero) non è un dono da attendere, ma una conquista da ottenere con una lunga lotta. Il continente è stato spronato a vivere da protagonista il suo esodo dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. La costruzione di una nuova Africa non dipenderà da un miracolo dall’alto. Ovvio che ci sarà sempre un Dio, il cui nome è Yahvè (“io sono lì”), capace di creare un passaggio tra le acque tumultuose del “Mar Rosso” (reso oggi tale non dal sangue dei nemici, ma degli africani stessi). La “terra promessa”, però, la si raggiunge dopo un lungo viaggio nel deserto, con il suo corredo di sete, fame, siccità, scorpioni, popoli ostili. Niente sconti! Il Dio che libera è un partner, non è un sostituto.

 

Bellissimo il titolo scelto per il Messaggio finale del sinodo: “Africa, alzati e cammina”. L’espressione richiama l’ordine dato da Pietro e Giovanni allo storpio che se ne stava presso la porta del tempio di Gerusalemme «per chiedere l’elemosina a coloro che entravano ». C’è tutto un programma in questi due imperativi: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!» (Atti 3, 6). Basta con l’elemosina che crea dipendenza: questo è il tempo dell’iniziativa personale, della gestione delle proprie forze e delle proprie risorse.

 

Un’Africa “soggetto”, quindi. Ma questa soggettività, in un mondo sempre più globalizzato, esige una maggiore coesione continentale. Il continente è ancora troppo frammentato: ha il maggior numero di nazioni (e non è sparita la tendenza a crearne di nuove). Si è faticato molto per creare 53 stati dalle diverse migliaia di gruppi etnici. Oggi occorre fare un ulteriore passo in avanti e favorire le aggregazioni regionali. Positivo, a questo riguardo, il recente annuncio di un mercato comune, che entrerà in vigore da luglio 2010, da parte della Comunità dell’Africa Orientale (Kenya, Tanzania, Uganda, Burundi e Rwanda). Infine, bisogna creare un’identità continentale per poter trattare alla pari con altri continenti, aggregazioni forti (quali l’Unione europea) e superpotenze (Usa, Cina, India).

 

I padri dell’indipendenza africana (N’Krumah, Kenyatta, Nyerere, Senghor…) insistettero fin dall’inizio sull’unità continentale come conditio sine qua non per un’Africa protagonista sulla scena mondiale. Nacque, così, l’Organizzazione per l’unità africana (Oua – 23 maggio 1963), con l’obiettivo di liberare l’intero continente da ogni forma di colonialismo. Questa, ispirandosi all’Unione europea, si è trasformata in Unione africana (Ua – 2 luglio 2002) e oggi mira alla solidarietà e alla collaborazione continentale. La chiesa africana, che già vanta una quarantennale esperienza di comunione a livello continentale, grazie al Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam), nato nel 1969 a Kampala, e ben nove organismi interregionali, potrebbe fare da volano a questa volontà di unificazione, soprattutto a livello di motivazioni e di valori etici unificanti. Potrebbe addirittura entrare nell’Ua come osservatore permanente: anche senza il diritto di voto, potrebbe essere una voce rispettata e credibile a livello di discussioni e di discernimento. Nella propositio 24 si afferma: «La chiesa d’Africa chiede di far parte di istituzioni nazionali, regionali e continentali in Africa».

 

Se la chiesa vuole essere un credibile agente di cambiamento sociale deve saper offrire una migliore comprensione del rapporto che esiste tra il mistero di Dio, il male e la responsabilità umana. In aula sinodale si sono uditi riferimenti al fatto che molti africani partecipano alla messa il mattino per poi recarsi nel pomeriggio dall’uomo del sacro tradizionale (troppo facilmente definito “stregone”). Non c’è motivo di scandalizzarsi. Del resto, nella illuminata Europa la secolarizzazione non ha di certo fatto sparire la fattucchieria. Anzi, l’ha moltiplicata. Solo la Bibbia propone una secolarizzazione che non esclude il mistero, nutrendo la fede in un Dio personale (che è Padre) ed esaltando la responsabilità umana “in alleanza con lui”. Il ricorso al magico spersonalizza sia Dio che l’essere umano. Il rivolgersi al fattucchiere denota il bisogno di gettare la colpa sugli altri. Bisogna resistere a questa tentazione, accettando le proprie responsabilità, pur riconoscendo di essere avvolti dal tremendo mistero del male.

 

A questo riguardo, non sorprende che nelle 57 propositiones, accanto a precise analisi sociali, denunce profetiche e proposte concrete di natura economica e politica, il termine “preghiera” ricorra ben 14 volte. Il dialogo con Dio è avvertito come parte costitutiva di ogni fatto umano, che è sempre “misterico”, mai solo umano o solo divino. Una preghiera sempre illuminata dalla Parola di Dio, pronta a farsi celebrazione e azione. Gli stessi sacramenti vanno solennizzati come “interventi” di Dio nella vita personale e comunitaria: non atti magici, ma momenti chiave di trasformazione personale e sociale. E il tutto dovrà essere sostenuto da una teologia africana che fa dell’analisi sociale un aspetto costitutivo della sua riflessione, mirando a una vera inculturazione anche della dottrina sociale della chiesa.

 

 

Le sfide del dopo-sinodo

Se è vero che il sinodo è finito, almeno nella sua celebrazione romana, è ancora più vero che il sinodo inizia. Vanno ora affrontate due enormi sfide: quella della trasmissione dei contenuti e quella della loro ricezione da parte delle comunità ecclesiali africane. Si deve sperare che le propositiones siano subito fatte conoscere a tutti e presentate come risposte operative ai bisogni concreti della gente. Soprattutto, è indispensabile che sia raccontato quanto è accaduto durante il sinodo. I fedeli devono conoscere ciò che i loro pastori hanno detto e fatto. Servirebbe un compendio dei migliori interventi in aula e nei gruppi di studio, mettendo in luce l’intero processo che ha portato alla formulazione delle proposizioni finali.

 

Non ci si può limitare ad aspettare la pubblicazione dell’esortazione post-sinodale da parte del Papa. Un’attesa di 12-15 mesi sarebbe troppo lunga. E servirà a poco ripetere l’esperienza del primo sinodo, con il viaggio di Giovanni Paolo II in Africa, nel 1995, “per portare il sinodo a casa”. Il sinodo potrebbe già essere “a casa sua” oggi stesso. Basterebbe fare come con il sinodo del 1971: elaborare meglio le propositiones, riordinarle secondo un filo più logico, completarle con il molto materiale tralasciato e aggiungervi chiare indicazioni applicative. Si creerebbe un nuovo genere letterario nell’insegnamento magisteriale della chiesa, che potrebbe diventare tipico dei sinodi continentali. Forse il documento potrà essere criticato come “troppo politico”, “eccessivamente mondano”, o “poco ecclesiastico” e “non sufficientemente ecclesiocentrico”. Ma dove sarebbe lo scandalo? Sarebbe un testo incentrato sulle persone e sulle società africane, quindi più interessato al Regno di Dio che non alla chiesa. Che è “serva” del Regno.

 

 


 



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