Superare la crisi

Riunite in un Comitato nazionale, le varie denominazioni cristiane non hanno mai ammainato la bandiera della pace e della riconciliazione. Un ruolo riconosciuto, un impegno che continua.

Anche le Chiese sono state investite dal conflitto. Non si contano le strutture religiose danneggiate, distrutte e profanate durante gli scontri. A Malakal la cattedrale cattolica è stata razziata mentre quattro ragazze sono state rapite dalla Christ the King Church e violentate, come altre nove in un’altra chiesa della città. A Bor la chiesa episcopale di Sant’Andrea è stata teatro dell’uccisione di 14 persone, sei delle quali potrebbero essere state prima stuprate. A Leer la missione comboniana è stata razziata e danneggiata, mentre i missionari e le missionarie sono fuggiti nelle paludi circostanti insieme alla popolazione della città. Sono stati portati in salvo a Juba settimane più tardi. Uno dei più tremendi episodi della guerra civile si è consumato nella moschea di Bentiu, dove sono state massacrate un centinaio di persone, in maggioranza commercianti darfuriani.

Molti i religiosi vittime della guerra. Ricordiamo i primi, alcuni pastori nuer vittime del massacro di Juba e l’ultima, suor Veronica Rackova, direttrice sanitaria del centro di salute Santa Bakhita di Yei, morta qualche settimana fa (otto mesi dopo la firma degli accordi di pace) a causa delle ferite riportate per le raffiche sparate da militari dell’esercito governativo contro l’ambulanza con cui portava all’ospedale una partoriente in difficoltà.

Sotto attacco pure le radio cristiane, accusate di fare informazione di parte, cioè in favore della pace. Parecchie hanno dovuto sospendere le trasmissioni. Le radio del network cattolico Voice of Hope di Wau e Radio Bakita di Juba hanno subito in più occasioni minacce, sono state costrette al silenzio, il personale arrestato.

Ma le Chiese sono ricordate soprattutto per aver giocato un ruolo di testimonianza concreta e di lavoro propositivo a favore della pace e della fratellanza fra tutte le popolazioni del Sud Sudan. Fondamentale è stato l’essere riunite in un organismo ecumenico, il Consiglio delle chiese sudsudanesi (Sscc), che ha consentito di agire apertamente e liberamente anche in piena crisi, ha dato una voce unitaria, e dunque più autorevole e forte, e ha potuto richiamare alla responsabilità un mondo politico estremamente polarizzato e sospettoso. Dell’Sscc fa parte anche la Chiesa cattolica che esprime l’attuale segretario generale, padre James Oyet.

Nei primi giorni del conflitto, molte Chiese cristiane hanno dato rifugio ai nuer braccati a Juba e più tardi ad Aweil, nel Nord Bahr El Gazal, mentre religiosi nuer hanno protetto i dinka braccati a Bentiu, capoluogo dello stato di Unità, dando un esempio prezioso anche al resto della popolazione che, non raramente, ha nascosto i vicini di etnia diversa in pericolo, anche a costo di essere tacciata di tradimento e di mettere a rischio la propria stessa vita.

Fin dai primi mesi della guerra civile un ruolo fondamentale è stato giocato dal Comitato nazionale per il processo di pacificazione, pace e riconciliazione (Cnhpr), di cui è presidente l’arcivescovo della Chiesa episcopale Daniel Deng Bul, mentre il vice è monsignor Paride Taban, vescovo emerito cattolico ben noto per essere un costruttore di pace fin dagli anni della guerra civile con il nord Sudan, fondatore di un villaggio della pace in una delle zone più conflittuali della regione dell’Equatoria. Già poche settimane dopo i massacri incrociati, 42 pastori dinka e nuer si incontravano a Juba, sotto gli auspici del Cnhpr per ricostruire e consolidare un clima di fiducia all’interno della Chiesa e formare un gruppo interetnico che potesse guidare il processo di riconciliazione.

Promotori di pace

È stata la prima di una lunga serie di iniziative volte alla pacificazione dal basso. (…)

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