Opposizioni sempre più sotto attacco in Ciad. Otto dirigenti della più grande coalizione di partiti contrari al governo sono stati arrestati nel fine settimana dopo aver indetto una protesta contro l’esecutivo per il prossimo 2 maggio.
L’intervento degli apparati di sicurezza segue di 24 ore lo scioglimento della coalizione di cui fanno parte i politici arrestati, le Groupe de Concertation des Acteurs Politiques (GCAP), le cui attività sono state dichiarate “illegali” in tutto il paese.
Il clima a N’Djamena è molto teso e promette di peggiorare nei prossimi giorni. La maggior formazione singola di opposizione infatti, il partito Les Transformateurs, che non fa parte del GCAP, ha convocato un’altra giornata nazionale di protesta per mercoledì 29 aprile, ottavo anniversario della sua fondazione.
Les Transformateurs scenderanno in piazza innanzitutto per chiedere la liberazione del loro presidente, l’ex primo ministro Succés Masra, in carcere da quasi un anno e ormai emblema del clima di repressione politica che si respira nel paese.
La spirale di Déby
Gli ultimi arresti nelle file delle opposizioni sono infatti parte di una spirale di crescente autoritarismo imposta dal presidente Mahmat Déby Itno, alla guida del Ciad dall’aprile 2021.
L’attuale capo dello stato è succeduto al padre Idriss Déby, ucciso mentre si recava al fronte nel nord del paese dopo aver governato per 30 anni a partire dal 1991.
Dopo il decesso del padre, Déby figlio è stato il leader del consiglio militare di transizione fino a maggio 2024, quando è stato eletto presidente con delle elezioni segnate dalle accuse di brogli e violenze.
Anche la transizione che ha preceduto il voto era stata caratterizzata dalla repressione nel sangue di qualsiasi protesta contro l’esecutivo e dal mancato mantenimento di una serie di impegni presi verso il popolo ciadiano.
In realtà, la stessa presa del potere nell’aprile 2021 è ritenuta illegittima da diversi osservatori, visto che l’ordinamento ciadiano prevedeva che a prendere il posto del presidente dovesse essere il leader del Senato.
Senza limiti
L’apice di questa fase politica di crescente concentrazione del potere è stata raggiunta nel settembre scorso, quando l’Assemblea nazionale ha adottato una modifica della nuova Costituzione del paese a forte orientamento presidenziale.
La Carta fondamentale emendata era stata peraltro introdotta con un referendum dallo stesso governo appena tre anni prima, nel pieno della transizione.
I nuovi emendamenti rimuovono il limite dei mandati presidenziali e ne estendono la durata da cinque a sette anni. Un colpo duro alla possibilità di alternanza politica in un paese dove l’élite militare governa da circa 50 anni.
L’appello del GCAP
Molti dei passaggi appena ricostruiti sono citati dal GCAP in una lettera indirizzata a organismi internazionali per la tutela dei diritti umani e a ong che è stata pubblicata sui social media la settimana scorsa.
La coalizione comprende 13 partiti ma anche organizzazioni della società civile ed è una delle voci più critiche del governo. L’ottobre scorso, il gruppo aveva annunciato la sospensione delle sue attività politiche come atto di denuncia delle continue violazioni dello stato di diritto e dei diritti umani.
Nella missiva diffusa sui social si denuncia il totale disinteresse in cui viene relegato il Ciad e si chiede alla comunità internazionale di sostenere la società civile ciadiana in vista delle proteste indette per il 2 maggio.
Nel testo si ricorda l’arresto di Masra ma anche l’omicidio del candidato alla presidenza delle opposizioni Yaya Dillo, cugino del presidente ucciso poco prima del voto nel 2024.
E poi la giornata del 20 ottobre 2022, passata alla memoria in Ciad come “giovedì nero”. In questa data centinaia di manifestanti sono stati uccisi o arrestati in varie aree del paese mentre protestavano contro il prolungamento dei tempi di transizione, annunciato da Déby in barba a quanto era stato inizialmente promesso dopo la morte del padre.
In cinque anni di governo, si afferma quindi nel documento, oltre 1.200 ciadiani sono stati uccisi e più di 400 sono stati costretti a fuggire per ragioni politiche.
Il GCAP ha quindi esortato i ciadiani a scendere in piazza per farsi sentire contro “l’ingiustizia, l’esclusione e per il ripristino dei nostri diritti, delle nostre libertà e della giustizia”.
Gli arresti
Gli appelli della coalizione sono però destinati a cadere nel vuoto. Stando a quanto comunicato alla stampa locale e internazionale dal portavoce del GCAP Hissen Abdoulaye e dai legali dei politici in arresto, il primo dirigente a essere bloccato dagli agenti di sicurezza è stato Avoksouma Djona Atchénémou, presidente del partito Les Démocrates.
Appresa la notizia, alcuni dei principali dirigenti dell’alleanza si sono riuniti presso la sede di uno dei partiti del gruppo, il Parti africain pour la paix et la justice sociale (PAP/JS), a N’Djamena.
Anche questo edificio è stato poi oggetto di un raid delle forze di sicurezza, che hanno arrestato altri sette appartenenti alla coalizione, tra i quali Max Kemkoye, presidente dell’Union des démocrates pour le développement et le progrès (UDP) e Nassour Koursami, noto giurista e leader della formazione dei Les Patriotes.
Secondo quanto riferito dal portavoce Abdoulaye, le persone arrestate non si sono potute mettere in contatto con i loro avvocati.
La versione del governo e le critiche
Il governo ha giustificato l’operato delle forze dell’ordine nella decisione della Corte suprema di sciogliere il partito e di dichiararlo illegale.
Abdel Nasser Garboa, portavoce del partito Mouvement Patriotique du Salut (MPS) del presidente Déby, si è rammaricato per gli arresti, definendo però “deplorevole” che le opposizioni.
Il raid delle forze di sicurezza è stato invece condannato da tutti i maggiori partiti di opposizione che non rientrano nel GCAP. Un gruppo di partiti ha pubblicato una nota congiunta nella quale ha definito gli arresti “arbitrari”.
Questi stessi movimenti hanno inoltre chiesto chiarimenti rispetto alle modalità con cui è stato comunicato lo scioglimento del GCAP, reso noto tramite un comunicato del ministero della Sicurezza e non tramite un documento della Corte suprema. Ovvero l’organismo che ne avrebbe decretato l’illegalità.
Il caso Masra
Anche Les Transformateurs si sono schierati contro gli arresti, lamentando una “preoccupante somiglianza” con l’arresto del loro leader Masra, avvenuto il 16 maggio 2025.
Masra è stato poi condannato lo scorso agosto a 20 anni di carcere con l’accusa di “diffusione di messaggi d’odio” e di aver di fatto istigato un massacro di pastori avvenuto alcune settimane prima del suo arresto nel sud del paese.
I fatti intersecano uno dei temi più complessi della politica ciadiana: le tensioni tra comunità di coltivatori stanziali e quelle di pastori nomadi e seminomadi e le strumentalizzazioni politiche di questa frattura sociale.
Gli agricoltori, spesso originari del sud del paese e di religione cristiana, sono ritenuti vicini alle opposizioni, che nella parte meridionale del Ciad hanno le loro roccaforti.
Gli allevatori, in maggioranza musulmani provenienti dal nord, sono accusati di essere vicini alle élite politico-militari che monopolizzano lo spazio politico ciadiano da mezzo secolo.
La realtà si presenta però come più complessa e sfumata, e spesso le classi dirigenti si sono servite di queste divisioni per raccogliere consenso e rafforzare la loro base.
La protesta dei Transformateurs
Adesso i Transformateurs hanno annunciato una manifestazione per chiedere il rilascio di Masra nella capitale. Anche altri partiti sembrano appoggiare l’iniziativa.
Il momento è molto delicato per questo partito. Oltre alla repressione, Les Transformateurs devono vedersela dal rischio della cooptazione.
Un recente rimpasto nell’esecutivo ha infatti visto l’ascesa di diversi suoi ex membri. Il caso più clamoroso è quello di Moustapha Masri, ex numero di due di Masra nominato segretario generale della presidenza.
Anche Sitack Yombatina Béni, vicepresidente del partito fino al 2025, è stato nominato ministro dell’Istruzione superiore.
Béni, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe entrato in collisione col presidente incarcerato già nel 2024, quando Masra decise di entrare nel governo come primo ministro dopo aver firmato un accordo con Déby per favorirne il rientro in patria.
Il presidente dei Transformateurs aveva infatti lasciato il Ciad dopo il giovedì nero del 2022.
Il rischio insomma è che lì dove non arriva la violenza, possano arrivare invece le lusinghe della politica.
La crisi dei rifugiati
Lusinghe che possono essere particolarmente efficaci in un paese dove più del 40% della popolazione vive con meno di 2,15 dollari al giorno, più di otto persone su dieci si trovano in una condizione di povertà multidimensionale (relativa cioè ad accesso a sanità, istruzione e standard di vita degna) e dove l’economia informale occupa ancora una quota significativa di popolazione.
A rendere il contesto ciadiano ancora più complesso è stato sicuramente l’arrivo di oltre un milioni di rifugiati dal vicino Sudan, distrutto da tre anni di guerra.
La situazione nelle province di confine che ospitano la stragrande maggioranza degli arrivi, nell’est, è molto complessa. Nei giorni scorsi scontri tra due comunità in una di queste aree, la provincia di Wadi Fira, hanno provocato la morte di almeno 42 persone.
Secondo la versione ufficiale del governo, le tensioni sarebbero scoppiate attorno all’utilizzo di un pozzo d’acqua per poi degenerare.