La giustizia del Ciad ha inasprito le accuse a suo carico e rinviato a giudizio Succés Masra, ex primo ministro e principale leader dell’opposizione, in carcere da quasi 80 giorni.
La notizia è stata riportata dai media locali e confermata da Said Larifou, uno dei legali di Masra, che ha denunciato il processo come «privo di fondamento» e apertamente politico. Anche il partito guidato da Masra, Les Transformateurs, ha condannato la decisione dei giudici ciadiani, parlando di «persecuzione politica».
Il caso Masra
Il leader dell’opposizione, 42 anni, è stato arrestato lo scorso 19 maggio nella sua casa di N’Djamena e accusato di “incitamento all’odio” e “complicità” in un massacro di oltre 40 persone avvenuto alcuni giorni prima nel sud del paese.
La strage si iscrive nel contesto delle violenze fra pastori nomadi e coltivatori che ogni anno causano centinaia di vittime in Ciad e in tutta la regione del Sahel ed è avvenuta a Mandakao, località della provincia di Logone orientale che ha dato i natali a Masra.
Da anni, gli scontri fra allevatori e contadini sono resi ancora più aspri dalle conseguenze della crisi climatica, che aumenta la competizione per le risorse, e sono tradizionalmente strumentalizzate dalla politica.
A oggi, da quanto è noto, la tesi dell’accusa si regge su un audio di Masra risalente al 2023 e circolato sui social media giorni prima della strage.
Nel messaggio, pronunciato quando il politico si trovava in esilio all’estero, Masra parlava della necessità dei contadini di armarsi per difendersi dei continui assalti dei pastori. Contenuto questo, considerato sufficiente per ritenere il presidente dei Transformateurs complice e istigatore delle violenze.
Adesso, i giudici di un tribunale della capitale N’Djamena accusano il leader dell’opposizione di “omicidio”, “associazione a delinquere” e “diffusione di messaggi razzisti e xenofobi”, sempre in relazione ai fatti di Mandakao.
Accuse ancora più gravi di quelle formulate dall’accusa finora. Per omicidio, la legge ciadiana prevede pene fino a 30 anni di reclusione, estendibili all’ergastolo in presenza di alcune condizioni aggravanti.
Oltre ad aver quindi peggiorato la gravità dei capi di imputazione, i giudici di N’Djamena hanno anche accorpato il caso di Masra a quello della strage di Mandakao, unificando i fascicoli.
La decisione ha trovato la ferma opposizione dei legali del politico, che hanno abbandonato l’aula in segno di protesta. Gli avvocati, che non avevano seguito il dossier sulle uccisioni nel Logone orientale, non erano stati avvertiti di questa decisione e non avevano avuto quindi il tempo di prepararsi a dibattere il caso con questa aggiunta.
Il vice presidente dei Transformateurs, Sitack Yambatina Beni, ha detto alla stampa che «il merito del caso non è stato discusso e i giudici hanno deliberato tra loro senza alcun procedimento contraddittorio».
Dubbi sulla legittimità del processo
La legittimità di tutto i procedimenti nei confronti di Masra è stata messa in discussione dai legali del politico, il suo partito, parti della società civile ciadiana e alcune realtà internazionale. Fin dall’arresto, avvenuto con modalità da «rapimento» secondo Les Transformateurs.
L’avvocato Larifou, in una nota pubblicata dopo la decisione dei giudici, ha detto che l’accusa contro Masra «non presenta alcuna prova seria né testimonianze o evidenze materiali credibili» a sostengo di quanto viene imputato al politico. Per il legale, si è davanti a un «regolamento di conti politico camuffato sotto una facciata giudiziaria» ordito «in anticipo nei corridoi del potere».
Per il segretario generale dei Transformateurs, Tog-Yeum Nagornar, la «grossolana strumentalizzazione» messa in piedi dalla giustizia ciadiana «mira a impedire al presidente del partito di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2029, riflettendo un chiaro rifiuto di un dialogo sincero».
Da qui l’appello: «Non si può umiliare un popolo impunemente. Denunciamo fermamente questa deriva autoritaria e invitiamo le istituzioni repubblicane, i partner internazionali e la comunità internazionale a garantire che i difensori dei diritti umani non vengano messi a tacere».
Il movimento politico ha indetto una grande manifestazione «di solidarietà e resistenza» nel centro di N’Djamena per sabato 2 agosto.
Il governo, per bocca del ministro delle comunicazioni, Gassim Cherif, ha dichiarato che il settore giudiziario ciadiano è «indipendente da qualsiasi ingerenza politica» e ha poi definito «oltraggiose, irresponsabili e ingiustificabili» le accuse mosse ai giudici dai legali di Masra.
In realtà, dubbi sulle reali motivazioni del processo erano circolati fin da subito. L’audio di Masra al centro della disputa è autentico, come confermato anche a Nigrizia, mentre il contenuto è oggetto di diverse interpretazioni.
Soprattutto, il messaggio a difesa dei coltivatori diffuso dal leader delle opposizioni risale a un periodo precedente a un accordo fra Masra e il presidente Mahamat Dèby Itno che aveva revocato un mandato di cattura ai danni del leader dell’opposizione e che, in teoria, gli avrebbe dovuto garantire libertà di espressione politica.
Accordo tradito
Nei giorni prima del suo arresto poi, Masra aveva anche criticato il mancato rispetto di quell’intesa da parte del capo di stato. Una circostanza che aumenta i sospetti che l’intervento contro Masra miri anche a silenziare le sue accuse al presidente.
L’intesa di cui si scrive è stata siglata a novembre 2023 con la mediazione del presidente della Repubblica democratica del Congo, Fèlix Tshisekedi. Il patto va calato nel contesto della transizione politica cominciata in Ciad nell’aprile 2021, quando l’allora presidente Idriss Dèby, al potere da 30 anni, rimane ucciso in circostanze poco chiare mentre si trovava al fronte contro una milizia, nel nord del paese.
Nell’ottobre 2022 Masra lascia il Ciad dopo una giornata di violenze in cui l’esercito uccide centinaia di manifestanti, scesi in strada per protestare contro il prolungamento della transizione deciso da Dèby Itno contravvenendo a quanto promesso inizialmente.
L’accordo dell’anno dopo con il presidente e la mediazione di Tshisekedi permette al leader dell’opposizione di rientrare in patria e anche di accedere alla carica di primo ministro alcuni mesi dopo. Masra tornerà poi alle opposizioni durante le elezioni del maggio 2024, vinte da Dèby Itno fra vari boicottaggi e accuse di brogli.
Secondo alcuni la tenuta di quell’accordo è legata all’arresto di Masra al punto che Lewis Mudge, direttore per l’Africa centrale della ong Human Rights Watch (HRW), ha chiesto al presidente Tshisekedi di intervenire nel caso del leader dell’opposizione ciadiana.
Secondo Mudge, il capo di stato congolese, in quanto garante dell’accordo del novembre 2023, «ha la responsabilità morale e politica di denunciarne le violazioni». Il rischio è che a uscirne danneggiato sia lo stato di diritto di tutta l’Africa centrale.
Quel che è certo è che negli ultimi mesi la situazione relativa a diritti umani e politici in Ciad appare preoccupante. Dopo le violenze di Mandakao e l’arresto di Masra il governo ciadiano ha sciolto o sospeso quattro organizzazioni della società civile che avevano fatto un appello per la difesa della popolazione e il rispetto degli impegni assunti con i cittadini.
Oltre a questo, la giustizia di N’Djamena ha proibito ad attivisti e giornalisti di condurre indagini indipendenti sulle violenze nel Logone orientale, dopo che l’indagine di un’organizzazione in difesa dei diritti umani aveva mostrato un quadro non molto in linea con quanto affermato sulla strage dal governo.
Scomparso l’attivista Djimtoidé
Diversi inoltre, i casi di sparizione di attivisti e politici. Fra questi, anche Siguidé Djimtoidé, esponente dei Transformateurs intervistato più volte da Nigrizia quest’anno, di cui si sono perse le tracce dal 23 maggio scorso.
Djimtoidè è un geografo e formatore noto in Ciad per il suo attivismo politico, promosso anche tramite una pagina Facebook seguita da migliaia di persone, Révolutionnaire Tchadien. Djimtoidé aveva più volte chiesto la liberazione di Masra e denunciato il suo arresto.
Secondo quanto riferito dai familiari alla radio indipendente Libertè FM, il militante si trova in custodia dei servizi di intelligence di N’Djamena e non è possibile contattarlo né sapere altro sulla sua condizione.
Stando alle ricostruzioni di avvocati e familiari, l’attivista è scomparso dopo giorni di minacce ricevute via telefono e dopo essersi recato a un incontro che gli era stato proposto da un suo presunto ex collega.
Il giorno dopo quello che viene definito un «rapimento» uno strano messaggio è apparso sulla pagina Facebook di Djimtoidè (adesso scomparsa) in cui quest’ultimo, apparentemente, prendeva le distanze dai Transformateurs e ammetteva che il comportamento di Masra aveva contribuito a episodi di violenza come quelli registrati a Mandakao.
In molti, sui social e sulla stampa, hanno ipotizzato che l’attivista sia stato costretto a scrivere questo post o che addirittura questo sia stato direttamente preparato da agenti dei servizi. Oltre ai contenuti, anche il linguaggio è molto diverso da quello impiegato di solito da Djimtoidé. Il partito dei Transformateurs, dal canto suo, ha chiesto l’immediato rilascio dell’attivista.
Una richiesta fatta con la consapevolezza che attivisti e politici possono essere trattenuti in carcere anche per mesi, in Ciad. È stato il caso di Robert Gam, segretario generale del Partito socialista senza frontiere (PSF) rilasciato lo scorso giugno, dopo oltre otto mesi di prigione, trascorsi senza che venissero rese note accuse ai suoi danni e senza che venissero comunicate le sue condizioni.
Gam era succeduto a Yaya Dillo, candidato alla presidenza alla elezioni del 2024 nonché cugino del presidente che è stato ucciso in un raid delle forze di sicurezza nella sede del suo partito due mesi prima del voto.