Ciad: i vescovi chiedono l'amnistia al presidente Déby - Nigrizia
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Il messaggio di Natale della Conferenza episcopale è un duro attacco al governo mentre il leader dell'opposizione Masra è in carcere
Ciad: i vescovi chiedono l’amnistia al presidente Déby
I prelati al capo dello stato: «La democrazia sempre più in calo, esercito abusivo»
15 Dicembre 2025
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 8 minuti
I vescovi ciadiani in visita a Roma. (Crediti: Vatican News)

In Ciad i vescovi cattolici hanno chiesto al presidente Mahamat Déby Itno di fare un «atto forte» per la riconciliazione nazionale e di concedere un’amnistia. Nel suo tradizionale messaggio di Natale, la Conferenza episcopale ciadiana (CET) ha chiesto al capo dello stato di liberare i prigionieri.

A quest’ultima parola manca l’aggettivo “politico”, ma la stampa ciadiana lo ha aggiunto da sé anche alla luce dei toni molto duri usati nei confronti del governo. E anche alla luce del contesto del paese.  

Il caso Masra

Le parole dei prelati, dedicate quest’anno appunto alla “riconciliazione nazionale”, arrivano in un momento delicato nei rapporti fra Chiesa e Stato e ancor più delicato per le opposizioni. Una fase critica il cui simbolo è sicuramente Succés Masra, leader del principale partito che si oppone al governo in Ciad, Les Transformateurs.

Masra è in carcere da circa 200 giorni dopo essere stato condannato lo scorso agosto a 20 anni di reclusione e al pagamento di una multa molto ingente. Il leader dei Transformateurs è stato accusato di complicità nell’uccisione di oltre 40 pastori che è avvenuta lo scorso maggio nel sud del paese.

All’origine del suo presunto coinvolgimento c’è un vecchio messaggio audio del 2023 che sarebbe circolato sui social anche prima della strage, in cui il politico esortava gli agricoltori a difendersi, fin all’utilizzo delle armi, dalle continue violenze dei pastori.

Gli scontri fra le comunità di questi due gruppi sociali sono continui in Ciad, in tutto il Sahel e buona parte dell’Africa centrale. Le tensioni vengono spesso alimentate o strumentalizzate dalla politica, per quanto in molte aree il confine fra pastori e agricoltori non sia affatto così netto, e sono anche peggiorate dai cambiamenti climatici e dall’aumento del numero dei capi di bestiame.

Masra, 43 anni, popolare fra i giovani, resta in prigione nonostante la famiglia e gli avvocati ne abbiano chiesto formalmente la scarcerazione per motivi di salute. Organizzazioni in difesa dei diritti umani ciadiane e internazionale considerano il processo ai danni del leader dell’opposizione come politicamente motivato.

Il nome di Masra, nella missiva dei vescovi, non c’è. Le parole dei religiosi cattolici suonano però ugualmente incisive. 

Un paese alla deriva, autoritaria

Appena prima di chiedere al capo dello stato di concedere l’amnistia, «un atto forte di pacificazione e di costruzione di un vivere insieme, che passa per la riconciliazione di tutti i ciadiani», i vescovi non hanno lesinato le critiche. Si parte dai frutti della transizione che ha fatto seguito alla morte dell’ex presidente Idriss Deby, padre dell’attuale capo di stato deceduto nell’aprile 2021.

Una transizione che è terminata ufficialmente con le controverse elezioni presidenziali del maggio 2024 e le ininfluenti consultazioni per il Senato dello scorso marzo e che è passata per la morte di centinaia di attivisti che si sono opposti alla presa di potere da parte di Deby figlio, detto Midi o Kaka. 

«Noi credevamo – si legge nella lettera dei vescovi – che la recente nascita di nuove istituzioni (Senato e Consigli provinciali e comunali) potesse dare forma a uno stato di diritto, ma il paese conosce piuttosto un deficit democratico. Questa constatazione – si legge ancora – si manifesta, tra l’altro, con l’imposizione di autorità incompetenti, la mancanza di trasparenza nelle riforme costituzionali e istituzionali, così come con l’assenza di veri dibattiti politici inclusivi».

La CET, presieduta dal vescovo di Doba, monsignor Martin Waïngue Bani, prosegue: «A tutto questo si aggiunge un esercito che è repubblicano solo di nome e la cui promozione ai gradi più prestigiosi è abusiva. Per quanto concerne la giustizia, non vi è reale indipendenza del potere giudiziario di fronte all’esecutivo, senza contare che questa è annientata dall’applicazione di leggi particolari a beneficio degli interessi egoistici di alcuni, dai rapimenti extragiudiziali, dal divieto sistematico delle manifestazioni».

Un quadro fosco e delineato senza sconti, che si attenua leggermente quando si tocca il tema del dialogo interreligioso, che in Ciad prende la declinazione della cosiddetta “coabitazione pacifica”, così come viene definito nelle istituzionali statali l’obiettivo di coesistenza fra la maggioranza musulmana e la minoranza cristiana.

«Salutiamo – premettono i vescovi – le iniziative di incontri interreligiosi che continuano ad avere luogo in alcune province, il coinvolgimento dei religiosi nel trovare soluzioni ai conflitti e gli sforzi comuni per promuovere lo sviluppo sociale delle diverse comunità».

I problemi del dialogo interreligioso

La CET affronta poi il tema della Piattaforma interreligiosa, un ente che dal 2008 racchiude i principali organismi di rappresentanza delle confessioni più praticate nel paese nell’ottica di promuovere la coabitazione pacifica.

Questa istituzione, secondo i vescovi, «non ha risposto alle attese dei fedeli. Siamo consapevoli – si riconosce poi – che la mancanza di concertazione e di collaborazione tra i leader religiosi non favorisce un clima di vivir ensemble e di riconciliazione. Questa mancanza crea un’atmosfera di diffidenza tra le confessioni religiose e mette a dura prova i progressi realizzati».

L’eterna “questione meridionale”

Un passaggio chiave della missiva, che viene pubblicata dalla CET ogni anno pochi giorni prima di Natale, è relativo a quelli che vengono ritenuti gli ostacoli alla riconciliazione nazionale. Qui si evidenzia una tema centrale nella vita politica del Ciad, ma anche nel rapporto fra stato e Chiesa e fra quest’ultima e le opposizioni.

La CET e i Transformateurs, così come altri storici gruppi di opposizione precedenti, condividono infatti un forte radicamento nel sud del paese, abitato da una grande comunità cristiana, altrimenti minoranza, e formata per lo più da agricoltori.

Le comunità del sud hanno sempre lamentato un senso di esclusione dal potere e dalle risorse del paese, appannaggio del nord musulmano e trainato dalle attività legate alla pastorizia. Da circa 50 anni, in effetti, l’élite politico-militare del paese proviene dal centro-nord, mentre rappresentanti del sud sono di fatti preclusi da ruoli di potere, eccetto che nella Chiesa cattolica, vista la concentrazione dei fedeli nelle regioni meridionali.

«La divisione fra nord e sud e fra musulmani e cristiani continua a crescere – denunciano dunque i vescovi in relazione alle dinamiche che impediscono una riconciliazione -. Assistiamo a focolai di conflitti intercomunitari e tra allevatori-agricoltori che spesso causano numerose perdite in vite umane.

L’esclusione di alcuni cittadini dai posti di responsabilità e dagli altri servizi, la spoliazione delle terre dei primi occupanti a vantaggio dei più forti, il tentativo di imporre un codice pastorale già giudicato anticostituzionale (un controverso strumento per disciplinare la pastorizia mai promulgato che attira critiche da anni e che ha provocato nuove ire dei vescovi lo scorso ottobre, a causa della sua faziosità a favore dei pastori, ndr), la ripartizione ineguale delle risorse del paese, per citare solo questi esempi, veicolano disuguaglianze e mettono in evidenza l’esistenza di un malessere a livello nazionale».

«La responsabilità è del presidente»

Su un quadro così complesso, pesa ancor di più la carcerazione di Masra. Ne ha parlato di recente anche Dobian Assingar, storica figura della società civile già presidente della Lega ciadiana dei diritti umani (LTDH). In un’intervista concessa a Radio France Internationale (RFI) dopo anni di silenzio pubblico, l’attivista ha affermato che «tenere Masra in prigione non risolverà i conflitti tra pastori e agricoltori, che continuano a causare disordini».

La responsabilità, per Assingar, «ricade esclusivamente sul capo dello stato». Per l’attivista inoltre, la sorte di Masra «non è accettata neanche nel nord del paese», fermo restando che la crisi è comunque molto più sentita nel sud, di cui Masra, originario della provincia meridionale del Logone occidentale, era di fatto «il leader».

Arresti in serie

L’arresto del capo dei Transformateurs è solo il più clamoroso di una serie di misure legali contro dirigenti o esponenti delle opposizioni. Pochi giorni dopo l’inizio della detenzione di Masra, è stato rapito a N’Djamena dai servizi di sicurezza anche Siguidè Djimtoide, attivista dei Transformateurs noto anche sui social media ed esperto nella formazione dei giovani nei campi dello sviluppo personale e della leadership.

Dopo mesi trascorsi nel famigerato carcere di Koro Toro, noto in Ciad e all’estero per le gravi violazioni dei diritti umani che vi vengono commesse, Djimtoide è stato adesso trasferito in un carcere della capitale. Il tutto senza che gli siano ancora stati formalmente comunicati i capi di accusa.

Ma a essere arrestate sono anche figure che sono state vicine al presidente. È il caso di Youssouf Boy, ex capo di gabinetto del presidente, condannato a sette anni di carcere in un caso di corruzione che secondo diversi rappresentanti della società civile è in realtà da considerarsi una purga interna all’entourage del capo dello stato.

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