La Cina di Xi Jinping guarda sempre di più verso il Nordafrica e il Medioriente mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran non accenna a trovare una soluzione definitiva. E così Pechino ha chiesto direttamente ai paesi della regione di contrastare le interferenze straniere e di puntare su un nuovo sistema di sicurezza per il Medioriente.
Il primo paese nella lista degli interessi cinesi in Nordafrica e Medioriente è proprio l’Egitto di al-Sisi dove Xi si è recato in visita il 2 settembre. Si tratta del primo viaggio di Xi nella regione dal 2022. L’Egitto non è un paese scelto a caso, con i suoi rapporti economici ormai consolidati e in espensione con la Cina.
L’accoglienza senza precedenti
Una cerimonia militare senza precedenti ha accolto l’arrivo di Xi Jinping al Cairo. Le strade della capitale egiziana intorno al palazzo presidenziale di Heliopolis sono state riempite di bandiere cinesi ed egiziane.
Proprio in occasione del suo discorso all’arrivo al Cairo, il leader cinese ha auspicato che i paesi del Medioriente siano “artefici del proprio destino” e si impegnino nell’“architettura della sicurezza” regionale.
Non senza l’aiuto imprescindibile di Pechino che si è impegnata a garantire le rotte di navigazione, a partire dal Canale di Suez, in seguito alla crisi che ha colpito gli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, con lo scoppio della guerra di Israele e USA contro l’Iran il 28 febbraio scorso.
Si è parlato anche di rafforzare la cooperazione in tema di sicurezza e di accrescere il coordinamento antiterrorismo tra il Cairo e Pechino.
Questo significherà anche maggiore condivisione di dati sensibili e un rinnovato rapporto nelle esportazioni di semiconduttori e metalli nonché negli interscambi tra lira egiziana e yuan cinese in materia di investimenti. “Se la Cina accresce il suo soft power nel mondo, gli Stati Uniti continuano a sabotare le loro riserve”, ha spiegato l’analista egiziano Amr Hamzawy.
Un rapporto vitale per il Cairo
Se i due assi con Washington e Mosca sono essenziali per l’Egitto di al-Sisi, quello con Pechino è diventato sempre più vitale per diversificare le relazioni internazionali del Cairo. Lo stesso al-Sisi ha parlato di “equilibri strategici” per descrivere le crescenti rivalità regionali.
Dal canto suo, il leader cinese ha assicurato di voler “lavorare per un sistema globale di governance più giusto e equo”. In altre parole, Pechino si autoproclama come leader del Sud globale mentre il ruolo degli Stati Uniti appare sempre più in declino. “L’Egitto vuole estendere le sue relazioni con i più grandi poteri mondiali, inclusa la Cina”, ha spiegato il diplomatico egiziano Ayman Zaineldine.
Ma lo stesso discorso vale per Pechino che cerca sempre di più di estendere il suo ruolo a discapito dell’influenza regionale statunitense.
Un mercato di grandi opportunità
L’Egitto rappresenta per la Cina un grande mercato con opportunità di investimento notevoli e relazioni diplomatiche consolidate in tutta l’Africa. E così in pochi anni, l’Egitto ha scalato le classifiche tra i paesi africani con maggiori rapporti commerciali con la Cina, passando dai 4 miliardi di dollari del 2007 agli oltre 10 del 2013.
Già nel marzo del 2014, quando il successo del regime militare di al-Sisi non era garantito, è stato siglato un accordo tecnico tra governo cinese e autorità egiziane che ha concesso al Cairo una linea di credito non rimborsabile pari a 24 milioni di dollari.
Dalle rivolte del 2011, la Cina ha garantito 120 milioni di dollari e 304 in prestiti per progetti nel settore agricolo, ferroviario e delle piccole e medie imprese in varie città egiziane, tra cui Suez, la città satellite del Cairo, e Munufeya.
Sodalizio militare, commerciale e tecnologico
Solo un mese fa, le esercitazioni militari congiunte tra Egitto e Cina, con l’uso di J-16 cinesi e Rafale francesi, hanno rappresentato un chiaro segno degli sforzi congiunti di accrescere i rapporti in materia di difesa tra i due paesi.
Più in generale, dopo la sigla dello storico Accordo bilaterale nel 2014 e le visite di al-Sisi in Cina, le aziende cinesi hanno investito miliardi di dollari in progetti che coinvolgono i settori automobilistici, dei satelliti, dei container portuali, del ferro.
Non solo, la Zona economica del Canale di Suez ha attratto circa 4 miliardi di dollari di investimenti cinesi. Come se non bastasse, le autorità egiziane hanno annunciato piani di estensione della zona industriale cinese a Suez, mentre il gruppo Rubber ha firmato un accordo preliminare per 500 milioni di dollari nel settore degli pneumatici.
Anche la partnership digitale è andata crescendo con Huawei che da sola ha formato 40mila giovani egiziani nei settori delle telecomunicazioni e dell’intelligenza artificiale. Inoltre, lo studio della lingua cinese è entrato nel sistema educativo universitario e liceale egiziano, mentre crescono i progetti di cooperazione in ambito archeologico.
La Cina ha investito 10 miliardi di dollari in Egitto nel progetto di al-Sisi per la Nuova capitale amministrativa (NCA) e nelle ferrovie del Delta del Nilo. Nel 2025 i due paesi hanno raggiunto i 15,7 miliardi di scambi commerciali bilaterali rendendo il Cairo uno dei principali partner commerciali di Pechino in Africa e nel mondo.
Bilanciare l’accordo tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan
Uno dei principali obiettivi di al-Sisi in questa fase è anche archiviare l’esclusione del Cairo dall’Accordo per la sicurezza regionale firmato tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan lo scorso mese.
Sarebbe stata proprio Riad a voler escludere l’Egitto dall’intesa per le sue posizioni, considerate eccessivamente sovrapponibili a quelle degli Emirati Arabi Uniti, in rotta di collisione con l’Iran, e nonostante le divisioni tra il Cairo e Abu Dhabi in Sudan, Etiopia e Somalia.
Almeno questo sarebbe il motivo per cui per il momento l’Egitto non fa parte degli accordi che garantiranno rafforzati impegni in materia di capacità di difesa e assistenza militare tra i paesi firmatari.
Dopo l’avvio della guerra contro l’Iran, l’Egitto ha inviato sistemi di difesa e jet da combattimento ad Abu Dhabi, dove si è recato lo stesso al-Sisi che pure non ha visitato l’Arabia Saudita. In altre parole, i sauditi vedono il Cairo come dipendente dalle linee di credito emiratine e del Golfo.
D’altra parte, la Turchia di Erdoğan, sempre più impegnata nel ravvicinamento con il Cairo, si è espressa favorevolmente per l’ingresso egiziano negli Accordi della Mecca. E così, con l’esclusione dall’intesa, il Cairo sta cercando di bilanciare il suo ridimensionato ruolo geopolitico regionale con nuovi rapporti, sempre più amichevoli, con la Cina di Xi.
Egitto e Mediterraneo orientale
Anche la guerra a Gaza e in Cisgiordania ha messo a dura prova le capacità di mediazione del Cairo. Al-Sisi ha preferito un graduale indebolimento del ruolo geopolitico egiziano piuttosto che cavalcare le ondate di proteste contro la guerra a Gaza e per la Palestina che pure gli egiziani hanno sostenuto negli ultimi anni.
Ma i grattacapi per il generale non finiscono qui. Le tensioni riguardano anche la Grecia e il controllo del Monastero di Santa Caterina nel Sinai. Per il Cairo deve essere un’entità religiosa legale egiziana che garantisca permessi di residenza temporanei ai monaci ortodossi che vi abitano.
Questo cancellerebbe qualsiasi diritto di proprietà della terra per i monaci e per la Chiesa greca ortodossa che fino a questo momento aveva visto riconosciuti i suoi diritti di proprietà.
Dal canto suo, la Grecia di Kyriakos Mitsotakis ha firmato un accordo da 3,5 miliardi di dollari per sistemi di difesa aerea con Tel Aviv, il più grande nella storia dei rapporti bilaterali tra i due paesi, in base al quale Atene spenderà 28 miliardi di euro per costruire il cosiddetto “Scudo di Achille”, con l’acquisto di 40 jet F-35 dagli USA e fregate da Francia e Italia.
Tutto questo mentre gli interessi congiunti per la gestione del mercato del gas tra Egitto, Grecia, Cipro e Israele nel Mediterraneo orientale si intensificano – a discapito degli interessi turchi – come mai prima d’ora.
La guerra in Iran ha infatti messo a dura prova anche il mercato energetico egiziano e il Cairo ha più volte fatto sentire la sua voce per chiedere la fine delle ostilità. Nonostante i rapporti privilegiati tra al-Sisi e Donald Trump, il leader egiziano non ha ancora visitato Washington dopo l’avvio del secondo mandato del presidente USA, in seguito allo scoppio delle guerre a Gaza e in Iran.