Si è conclusa l’83ª Mostra del cinema di Venezia che ha assegnato il Leone d’oro a Woman unknown, unico film in concorso diretto da una donna, la regista danese-egiziana May el-Toukhy.
Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, potente documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv che rivela i dettagli dei sistemi israeliani alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza è stato insignito con il Premio Speciale della Giuria, deludendo le aspettative di pubblico e critici che lo hanno omaggiato con una standing ovation di 25 minuti.
La questione palestinese è stata presente al Lido anche grazie alle azioni del collettivo Venice4Palestine (V4P) aggregazione spontanea di professionistə dell’audiovisivo che ha promosso un appello firmato da oltre mille personalità del mondo del cinema e della cultura e un documento articolato che si appella alla Costituzione italiana, al diritto internazionale e al diritto d’autore per chiedere l’interruzione delle complicità tra le istituzioni culturali e gli apparati coinvolti nel genocidio in corso a Gaza.
Due i film africani premiati
La maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu ha ricevuto il Leone del Futuro-Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentis” (nella giuria anche l’anglo-nigeriano Akinola Davies Jr. regista di My father’s shadow), il Premio Speciale della Giuria Orizzonti.
Damilola Orimogunje è stato invece premiato con il Prix CICT-UNESCO per Dear Ajayi, ritratto di due sorelle che nella Nigeria sud-occidentale degli anni Novanta cercano di conquistare libertà e dignità in una società ancora violentemente maschilista e patriarcale.
Ade è una cristiana devota che mantiene il marito e i figli e non approva le scelte della sorella minore, Titi, un’aspirante cantante il cui spirito indipendente sfida le convenzioni. Quando nella casa si aggiunge la madre malata, riaffiorano vecchi rancori.
In un’intervista il regista racconta di aver voluto fare il ritratto di due donne in cerca di libertà con uno stile minimale che desse importanza al sentimento della nostalgia, ai piccoli momenti quotidiani e alla musica.
Nonostante le nobili intenzioni e una trama movimentata, il film lascia irrisolti molti quesiti forse a causa di un montaggio affrettato e sembra più vicino ad un’estetica televisiva. Film passato per numerosi finanziamenti ed atelier (World Cinema Fund – WCF-ACP Audience Strategy, Ouaga Film Lab, Sud Ecriture, Nouveau Marché – Festival du Nouveau Cinéma, Montréal) il film, come dice lo stesso Orimogunje, è espressione di un nuovo cinema nigeriano che sta espandendo i suoi tentacoli nei Festival occidentali di classe A (Cannes, Venezia, Locarno, Sundance, Toronto Film Festival) e che cerca sempre più di smarcarsi da Nollywood.
La fantascienza distopica di The h@llow man
Nessun premio invece per The h@llow man di Kamel Laaridhi, film decisamente distopico ed inquietante che Beatrice Fiorentino, direttrice artistica de La Settimana della Critica, definisce “un oggetto cinematografico non identificato, radicale e purissimo, un ordigno poetico mascherato da fantascienza che ci proietta in un 2059 sospeso sul confine dell’incubo…”
Il titolo, citazione di The hollow men poesia del 1925 di Thomas Eliot, anticipa il tono dissacrante e distopico con il quale il film affronta due temi scottanti: la tecnologia e il tema della religione. Come se non bastasse il film è introdotto da una citazione da Quaderni dal Carcere di Antonio Gramsci: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
La storia è ambientata nel 2059, a 10 anni da quando la “grande catastrofe” ha spazzato via l’80% della popolazione mondiale e i leader sopravvissuti hanno imposto l’impianto di un bio-chip in ogni cittadino. Un bio chip che regola i ricordi e sopprime le emozioni, rendendo gli esseri umani docili e distaccati.
Taha vuole scoprire la storia dei suoi genitori e si affida alla pratica (proibita) dell’ipnoterapia incontrando un fabbricante di pathos che usa la poesia per far emergere il passato e la memoria. L’uomo si ritrova così in mezzo ad una foresta, poi in una casa senza elettricità ed infestata dagli insetti dove un uomo e due donne, (la più giovane incinta e l’altra completamente nascosta da un niqab) stanno preparando un attentato suicida.
Lentamente e dolorosamente il passato emerge tramite frammenti, immagini oniriche, materiali di archivio di un’umanità perduta. È un sogno, la memoria del protagonista, un’allucinazione? Taha scoprirà di essere il figlio dell’attentatrice e di essere sopravvissuto al gesto estremo della madre.
Il regista sperimenta il linguaggio-cinema, giocando su più livelli simbolici. Un occhio che guarda attraverso un foro del niqab e che richiama l’occhio della telecamera. L’onnipresenza dei cellullari che trasmettono istruzioni per annunciare un atto di terrorismo. Gli insetti che si accaniscono sugli abitanti della casa, essa stessa corpo sporco e in disfacimento. Il rituale di esorcismo che l’uomo ripete incessantemente. L’oscurità dilagante illuminata solo da candele.
Affascinato dalla fantascienza che ha scoperto da ragazzino su Raiuno (uno dei pochi canali disponibili oltre a quelli governativi) grazie alla serie culto Spazio 1999, il regista dichiara di essersi liberamente ispirato ad un attentato terroristico reale e di aver voluto indagare l’interiorità dei protagonisti.
C’è molto (forse troppo) ma è un tentativo distopico (con qualche tocco alla Lynch) per denunciare terrorismo, abuso della tecnologia e dei social media, inquinamento ambientale rivendicando al tempo stesso il potere salvifico della poesia, del sogno e dell’inconscio.
A mani vuoti anche Sissako con il suo Artou
Nessun premio neanche per Abderrahmane Sissako che si è confrontato con la realtà virtuale per aprire il continente africano alla creazione immersiva. “Una volta” ha dichiarato il regista “sono stato testimone di un viaggio, l’ultimo viaggio del padre di un amico, il quale, alla vigilia della sua scomparsa, desiderava essere sepolto nel suo villaggio natale in Mauritania. Ho osservato, da una distanza rispettosa, il rituale del suo ritorno. Quell’esperienza è stata profondamente commovente. Nel silenzio imposto dalla morte, intraprendiamo tutti un viaggio immersivo, consapevolmente o meno. Artou è il tentativo di raccontare il passaggio dalla vita alla morte”.
Lo spettatore durante i 27 minuti dell’esperienza viene immerso nel viaggio di una famiglia (tre sorelle e tre fratelli) che dopo la morte del padre in Europa, esaudiscono il suo l’ultimo desiderio: riposare il sonno eterno nel villaggio natale in Mauritania. Dall’aereo che solca un cielo stellato, alla piroga che naviga sul fiume, alla jeep che attraversa il deserto. Un viaggio in bianco e nero che scopre il colore solo quando si arriva al villaggio.
Prodotto da Omar Sy, Artou segna il ritorno del regista alle tonalità minori dei suoi primi film, omaggiando con grande potenza l’ultimo viaggio dei migranti, tema già affrontato con grande efficacia dal regista Aliou Sow, nel mediometraggio di qualche anno fa Terremère.
L’Africa negli eventi collaterali
Chiudiamo questa panoramica su Venezia citando due interessanti occasioni di riflessione sulle prospettive del cinema africano e afrodiscendente.
La conferenza Africa chiama 2026 che ha illustrato interessanti prospettive di scambi formativi tra università italiane e africane e proiettato i corti di alcuni studenti di cinema. My eyes are brown in the sun di Sivuyisiwe Nxawe, Before they sold the sky di Kai Reynolds, entrambi sudafricani e dall’Etiopia The last laughter di Tadese Yemane.
Infine l’incontro con Mati Diop, che in occasione dell’assegnazione del Premio Le vie dell’immagine, ha dialogato con Gianluca Arnone, caporedattore della Rivista del Cinematografo, insieme a Maria Bonsanti, del comitato di selezione delle Giornate degli Autori.
Autrice di film importanti come Milles Soleils, Atlantics, Atlantique (Grand Prix Festival di Cannes 2019) e Dahomey (Orso d’Oro alla Berlinale 2024) Mati Diop è figlia del musicista Wasis Diop e nipote di Djibril Diop Mambety, regista del leggendario Touki Bouki.
Ripercorrendo la sua carriera, Mati Diop ha raccontato di avere scoperto dopo l’esperienza di attrice in 35 rhums di Claire Denis, di non essere solo un’artista parigina ma anche una donna nera e di aver avuto il desiderio di confrontarsi con l’eredità dei registi senegalesi degli anni Settanta.
Nasce così Milles soleils, un film che non è solo un omaggio a Touki Bouki ma soprattutto una ricerca di una propria strada cinematografica. Una strada che ha portato ad un cinema politico che affronta tematiche cruciali della contemporaneità quali la questione identitaria, la migrazione, la restituzione, senza rinunciare ad una propria voce artistica.