Dal numero di aprile 2010: 20° Festival del cinema africano, d’Asia e d’America Latina a Milano
Dal 15 al 21 marzo, un appuntamento ormai storico per gli appassionati del cinema del Sud del mondo. La sezione “dimentica l’Africa” ha pungolato tutti a uscire dai facili cliché sul continente. Miglior film africano, Dowaha, della regista tunisina Raja Amari.

20 anni di esistenza, 25.000 spettatori, 50 nazioni rappresentate, circa 80 tra film e video proiettati. Ma, al di là delle cifre, a decretare il successo di questo anniversario sono stati l’entusiasmo del pubblico e l’interesse della critica per l’unico festival in Italia interamente dedicato alla conoscenza della cinematografia, delle realtà e delle culture dei paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.

 

Una delle sezioni di maggior interesse è stata quella di “Forget Africa” (dimentica l’Africa), titolo un po’ paradossale e decisamente provocatorio. L’espressione potrebbe suonare come un invito a lasciar perdere: dimentichiamoci l’Africa e tutti gli africani, il cinema e la cultura che si è cercato di portare in Italia in questi ultimi vent’anni; è un sogno che non appartiene più a questa realtà. Invece, il titolo vuol essere un’esortazione a dimenticare quell’Africa che ti viene proposta sempre nello stesso modo, pietosa e pericolosa, malata e malandata. Scordati quel continente senza speranze e senza futuro. E reinventalo.

 

Questa è la sfida che il festival ha voluto lanciare. E la nuova serie prodotta dal Rotterdam Film Festival, presentata dopo un mese dalla première in Olanda, corrisponde esattamente a questa prospettiva: per la prima volta, dodici registi non africani – la maggior parte asiatici che non hanno mai posto piede sul continente – sbarcano in dodici paesi dell’Africa centrale e australe e non si occupano di fame, di aids, delle cosiddette “lotte tribali”… Il risultato di queste opere, nate sulla base delle loro prime impressioni, è sorprendente. Contro ogni cliché sul continente, i registi vanno subito alla ricerca e, con naturalezza, entrano in contatto con tutte le forme di espressione artistica e vitale che incontrano, dando vita a un progetto culturale senza secondi fini, un carnet di viaggio estremamente originale e interessante. La serie è una risposta significativa all’assenza di qualsiasi etica del rispetto e dell’ascolto da parte di cineasti e documentaristi a caccia di immagini di facile effetto. Citiamo due opere: Slam Video Maputo, dell’austriaca Ella Raidel, e Sunday School (“lezione di catechismo”), della filippina Joanna Vasquez Arong.

 

Un’altra sezione che ha ricevuto grandissima attenzione è stata “L’Africa nel pallone”, che, alla vigilia dei Mondiali di calcio in Sudafrica, i primi nel continente, s’inscrive anch’essa nella tendenza a riscoprire le pulsioni più positive e vitali, pur nella consapevolezza di tutti gli aspetti contraddittori di quest’evento. Un tempo, il calcio era lo sport dei poveri, ingenuo e stravagante; oggi è una miniera d’oro, che sforna campioni e favole sportive, ma anche delusioni e spietati fallimenti. A raccontarlo, una panoramica dei film e dei video che negli ultimi anni hanno trattato gli aspetti più appassionati e contraddittori del fenomeno calcistico.

 

Tra gli altri, il reportage del giornalista Corrado Zunino, Il Mercato della Coppa d’Africa, girato ad Accra, che ci guida in un viaggio nei pitch (i campi di terra rossa, i campetti in terra battuta, le piazzole, le arene, le discariche…) dove si “giocano” le speranze dei giovani calciatori africani; il film classico della cinematografia africana, Le ballon d’or (Il pallone d’oro), del guineano Cheick Doukouré, che narra la storia del piccolo Bandian, che vive in un villaggio e segue le partite di calcio attraverso la radio, sognando di poter imitare i suoi idoli, i grandi campioni africani.

 

 

Storie di calcio

Il calcio in Africa è anche redenzione, riacquisizione della propria dignità, salvezza dal degrado sociale, superamento dei pregiudizi religiosi. Lo testimoniano due recentissimi film sudafricani sele- zionati: Streetball (Calcio di strada), di Demetrius Wren, e More than just a Game (Più che un semplice gioco), di Junaid Ahmed.

 

Il primo racconta la storia di sette ragazzi di strada, che vengono selezionati per giocare nella Homeless World Cup 2008 (i Mondiali dei senzatetto) in Australia. Il secondo, alternando interviste, immagini di archivio e fiction, narra la vera storia di cinque attivisti politici sudafricani rinchiusi nel famoso carcere di Robben Island dal regime dell’apartheid, che riuscirono a resistere per lunghi anni di prigionia, creando una squadra di calcio in cui poter sfogare la loro passione e incanalare le loro energie. Testimonial di eccezione durante la tavola rotonda dedicata alle storie di calcio in Africa è stato uno dei veri personaggi di questa storia, Antony Suze.

 

Denso di critica è Fahrenheit 2010 di Craig Tanner, una coproduzione Sudafrica/ Australia: se tutta l’audience televisiva del mondo è in attesa dei Mondiali, mentre in Sudafrica l’eccitazione aumenta e l’ora fatidica si avvicina, molte sono le domande che sorgono sui retroscena e il significato di questo grande avvenimento mediatico in un paese ancora attraversato da profonde contraddizioni.

 

Ha inaugurato il festival Precious, del regista afro-americano Lee Daniels, vincitore di due premi Oscar (per la miglior attrice non protagonista e per la migliore sceneggiatura non originale), che con grande coraggio ha portato per la prima volta sul grande schermo i lati più oscuri dell’America, ossia il degrado sociale e umano nei ghetti urbani e il problema dell’obesità. Nel degrado sociale e umano dell’Harlem povera e disagiata degli anni ’80, l’adolescente Precious, obesa, semianalfabeta e ripetutamente violentata dal padre, rimane incinta per la seconda volta. Per l’interessamento della direttrice della scuola, è mandata in un istituto per ragazze vittime di problemi sociali. Qui, grazie all’aiuto di un’insegnante e di un’assistente sociale, Precious ricupera progressivamente la fiducia in sé stessa, imparando a leggere e a scrivere e iniziando un percorso verso una vita normale e dignitosa.

 

Ha vinto sia il premio Eni “Finestre sul mondo”, sia il premio del pubblico il film franco-coreano Une vie toute neuve (Una vita tutta nuova), opera prima di Ounie Lecomte, toccante e intenso racconto sul trauma dell’abbandono e del tradimento vissuto dalla regista in prima persona in un orfanotrofio della Corea, in attesa di essere adottata da una nuova famiglia.

 

 

Musical senegalese

Data la vastità e varietà del programma, focalizzo l’attenzione sull’Africa, che ha riportato numerosi premi, confermando la forza e la capacità delle donne registe che si stanno affermando sempre più.

 

Dowaha – Buried secrets (segreti sepolti), vincitore del premio del miglior film africano, conferma la sensibilità, il coraggio e la raffinatezza (già rivelati nel precedente lungometraggio Satin rouge) della regista tunisina Raja Amari. Ho già avuto modo di parlare su Nigrizia di questo film, che si è aggiudicato il primo premio anche allo scorso Festival di cinema africano di Verona: una costruzione da thriller per un’opera di confine, di membrana tra due universi, che indaga i sentimenti più profondi e contradditori nel cuore delle donne. Meravigliosa la giovane protagonista Aicha, una sorprendente Hafsia Herzi, già apprezzata in Cous cous.

 

Pluripremiato Un transport en commun – Saint Louis Blues di Dyana Gaye, che ricorre a una scelta poco comune in Africa, quella del musical, per rac- contarci un viaggio in taxi-brousse da Dakar a Saint Louis, durante il quale i passeggeri, cantando, si presentano e intrecciano rapporti. C’è Souki, diretta al funerale del padre che non ha mai conosciuto; madame Barry, proprietaria di un elegante negozio di parrucchiera, desiderosa di rivedere i figli dopo tanti anni; Malick che vuole salutare la fidanzata in partenza per l’Italia; due ragazze francesi, Joséphine e Binette, che stanno per lasciare il Senegal dopo avervi trascorso le vacanze. Il tragitto è lungo, la calura intensa, le strade trafficate. In un’alternanza di sequenze musicali corredate da riprese molto realistiche, con il tono ottimistico che è il denominatore comune dei suoi film, in modo trasversale Dyana Gaye ci parla di diversi problemi della società senegalese e conferma la sua abilità nel trattare con piacevole leggerezza temi gravi e importanti.

 

Lettura creola del Moloch di Aleksandr Sokurov (1999), Moloch Tropical dell’haitiano Raoul Peck è un’acuta e inquietante rappresentazione della follia del potere assoluto. In un castello arroccato sulle montagne il presidente “democraticamente eletto” e il suo staff si accingono a celebrare la festa nazionale, ma la popolazione è in rivolta. Il presidente ha deluso i suoi elettori e rifiuta di riconoscerlo. Lancia al popolo un messaggio d’amore attraverso la televisione, che rimane il suo unico contatto con la realtà del paese. Per mantenere il potere, non gli resta che la repressione: invia, pertanto, il corpo speciale delle chimères. Ma neanche il bagno di sangue potrà salvarlo e, una volta sconfitto, dovrà fare i conti con la sua anima.

 

Profondamente e appassionatamente politico come tutti gli altri suoi film, Moloch Tropical è girato con rigorosa geometria filmica in una sola location, la cittadella Henry, edificata dal re Henry Christophe all’inizio del 19° secolo, la più ampia fortezza esistente nell’emisfero occidentale. Questo luogo ha lo stesso valore mistico dell’isola di Gorée: là ebbe inizio la schiavitù per il popolo africano e qui fu proclamata la sua fine. Zinedine Soualem, di origine algerina, è lo straordinario interprete del presidente, erotomane e fanatico religioso, grottesco e patetico come tutti quelli che del potere assoluto diventano schiavi, convinti che a loro sia tutto dovuto senza dover chiedere niente. Raoul, che è stato ministro della cultura di Haiti dal 1995 al 1997, conosce bene i retroscena politici e dichiara: «Con questo film ho voluto esplorare il lato spesso nascosto del potere».

 

Tra i documentari, va citato Un conte de faits del tunisino Hichem Ben Ammar (premiato ex aequo con Zahra di Mohammad Bakri). A Ben Arous, nella periferia di Tunisi, un trombonista di fanfara sogna che il figlio Annes diventi un grande e apprezzato musicista. Annes ha undici anni e, appropriandosi del sogno del padre, sviluppa attitudini fuori dal comune imparando a suonare il violino. Il regista, con lo stile del documentario diaristico e in maniera discreta, silenziosa e piena di partecipazione, segue il padre e il figlio per due anni, dal 2007 al 2009, nelle tappe che portano Annes da Tunisi in giro per l’Europa, da Parigi a Bruxelles a Londra, filmando le audizioni come i momenti di vacanza e di relax. Fino a quando Annes, quasi quattordicenne, accede alla prestigiosa Yehudi Menuhin School e prosegue nei suoi progressi musicali. Una fiaba moderna a lieto fine, che tuttavia rivela problemi e difficoltà della Tunisia di oggi.

 

 

L’Africa premiata

Miglior lungometraggio africano: Dowaha, di Raja Amari.

Miglior documentario (ex aequo): Un conte de faits, di Hichem Ben Ammar e Zahra, di Mohammad Bakri.

Miglior cortometraggio africano: Un transport en commun – Saint Louis Blues, di Dyana Gaye

Menzione speciale: Atlantiques, di Mati Diop.

 

Premi speciali

Premio Signis: Moloch Tropical, di Raoul Peck.

Menzione speciale: Maibobo, di Yves Montand Niyongabo.

Premio Cinit-Ciemme: Un transport en commun – Saint Louis Blues, di Dyana Gaye.

Premio Cumse: Maibobo, di Yves Montand Niyongabo.

Premio Razzismo Brutta Storia (Feltrinelli-Arci): La trappola, di Lemnaouer Ahmine.

 

 




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