Cinema: "La mia Libia oltre i fantasmi" - Nigrizia
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Intervista con la regista Jihan, il suo "My Father and Qaddafi" (2025) racconta la storia del padre ucciso dal regime e con lui quella di un paese vicino ma sconosciuto
Cinema: “La mia Libia oltre i fantasmi”
La cineasta a Nigrizia: "Non volevo che la sua memoria venisse risucchiata dalla guerra"
17 Luglio 2026
Articolo di Giuseppe Gariazzo
Tempo di lettura 5 minuti
La famiglia di Jihan (sulle ginocchia del padre, a sinistra). Dal film My Father and Qaddafi

Ha una storia densa e stratificata, (s)radicata in molti territori, Jihan, cineasta libica la cui opera prima My Father and Qaddafi (2025) è un film intimo e storico, come già suggerisce il titolo.

Una doppia investigazione: quella sulla scomparsa del padre e quella sugli episodi cruciali vissuti dalla Libia nel corso del Novecento.

Jihan, che ha firmato il documentario solo con il proprio nome per scelta artistica, è la figlia di Mansur Rashid Kikhia e Baha Al Omary.

Il padre è stato ministro degli Esteri (1972-73) e rappresentante permanente di Tripoli all’ONU (1975-80) per poi disertare dal governo del colonnello Muammar Gheddafi (alla guida del paese dal 1969 al 2011) e divenire un leader pacifico dell’opposizione all’estero. La madre è un’artista siriano-americana.

Nata a Parigi, in esilio, Jihan aveva sei anni quando, nel 1993, il padre sparì in un hotel del Cairo, dove si era recato per una conferenza dell’Organizzazione araba dei diritti umani.

Di formazione artistica ma anche come politologa, Jihan ha impiegato nove anni per fare il film. Nei giorni scorsi lo ha presentato a Torino, nell’ambito della rassegna Cinema sulla pista 500 dove Nigrizia l’ha incontrata, e poi al Social World Film Festival di Vico Equense, in provincia di Napoli.

Ci sono inoltre trattative per una distribuzione italiana che porti il film italiano nelle sale nel prossimo futuro, anche al di là di festival e rassegne.

Qual è la ragione che l’ha spinta a realizzare My Father and Qaddafi?

Non avevo mai girato film, ma sono cresciuta con l’arte in casa. Mia madre è una pittrice. In famiglia la musica era sempre presente. Eppure mai avrei immaginato di raccontare la storia di mio padre.

La ragione per cui l’ho fatto è perché nel 2012 il suo cadavere è stato ritrovato congelato in un luogo segreto fuori Tripoli, 19 anni dopo la scomparsa. Erano passati solo undici mesi dall’uccisione di Gheddafi e il paese si trovava in un periodo di passaggio, alla ricerca di una ritrovata libertà.

Il governo di transizione fece a Tripoli una cerimonia ufficiale in onore di mio padre, quindi il corpo venne portato a Bengasi, la sua città natale, per essere seppellito. Un mese dopo il governo crollò e la Libia sprofondò nella guerra civile.

Io ero sempre in attesa che tornasse una stabilità fin quando un giorno mi sono resa conto che forse la nazione stessa sarebbe potuta sparire a causa della guerra e con essa anche la memoria di mio padre. Non volevo che scomparisse una seconda volta e neppure aspettare che la verità mi venisse incontro, così ho deciso di cercarla io stessa.

L’ho fatto con il cinema perché disponevo di una gran quantità di archivi familiari video e fotografici e sapevo di poter accedere a fonti storiche. In più, la storia di mio padre, che oggi avrebbe 95 anni, si intreccia con quella di un secolo di storia della Libia.

In tal modo, chi guarda il film impara il passato libico da una prospettiva umana e più empatica.

Si mostra anche la colonizzazione fascista e gli orrori compiuti dal regime di Benito Mussolini.

La storia oscura della colonizzazione italiana non è qualcosa di personale per me, fa parte del passato, ma è molto importante conoscerla perché più l’Italia riconosce la propria storia e la condivide, più rende possibile anche sbloccare una parte della storia libica.

Sono cresciuta con un’educazione internazionale, in Francia e negli Stati Uniti; conosco l’imperialismo di britannici, spagnoli, francesi, portoghesi, olandesi, ma non ho mai studiato quello italiano, non viene insegnato, neanche in Occidente.

Così non abbiamo idea di quale sia stata l’influenza dell’Italia nel secolo scorso riguardo alla colonizzazione. Per questo le ho dato nel film un ruolo rilevante, seppur con una narrazione rapida e immediata: affinché le persone capiscano il colonialismo italiano e come la figura di Mussolini abbia qualcosa a che vedere con la Libia.

Gli archivi, familiari e storici, sono resi attuali, fatti respirare, vivere di nuovo…

Sono contenta che ciò venga percepito.

Avevo raccolto così tante informazioni e storie, ma al tempo stesso mi ero imposta che il film non avrebbe dovuto oltrepassare i novanta minuti, nonostante contenga molti livelli diversi: la storia della Libia, il regime di Gheddafi, la storia personale di mio padre come libico, la sua carriera politica e la sua relazione con Gheddafi, la vita di mia madre.

Mi sono detta: la Libia è un mistero per il mondo, per l’Occidente, per i Paesi arabi, per l’Africa e per essa stessa. Principalmente perché è stata monopolizzata da Gheddafi, con conseguenze sia all’interno sia all’esterno del paese, come a esempio l’isolamento internazionale. Per questo mi piace affermare che sono esiliata dal mio paese ed esiliata dal mondo.

Nel catturare l’essenza delle cose, nel farlo passo dopo passo, gli archivi sono stati speciali perché sono cresciuta senza un’immagine della Libia, soltanto con un dipinto di Gheddafi che per me era come un incubo, un fantasma che mi perseguitava ovunque.

Ho voluto combattere questo fantasma, rimuoverlo e chiedermi: a cosa assomiglia la Libia, qual è la sua identità, qual è la mia senza Gheddafi? A quel punto gli archivi sono diventati fondamentali.

Per averli come regista indipendente ho dovuto investire molto denaro, qualcuno mi ha anche detto di lasciar perdere, ma non sono scesa a compromessi, stavo facendo un pubblico servizio. E forse per questo si percepisce che quelle immagini sono vive: perché per me lo erano.

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