A Milano fino al 21 marzo
Le giovani speranze del cinema africano, il mestiere e la difficoltà di fare cinema in Africa, ma anche il dialogo tra cinema del Nord e Sud del mondo: sono alcuni dei temi del terzo giorno di Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina.

Il cortometraggio Maibobo (modo offensivo per definire una persona come ladro) del giovanissimo regista rwandese Yves Montand Niyongabo (22anni) è, nonostante certe imprecisioni tecniche, un buon primo cortometraggio a sfondo sociale che racconta la realtà degli orfani, alcuni di loro sieropositivi, figli di donne violentate durante il genocidio ruandese del 1994. La camera del giovane regista entra nei particolari del quotidiano di questi ragazzi, limitando i dialoghi e i suoni all’essenziale, forse anche per non sovraccaricare inutilmente di drammaticità una storia già fortemente triste.  Un esempio di cinema, quello di Niyongabo, capace di trasmettere temi sociali, ma soprattutto una stesura cinematografica interessante, che mostra un talento nascente.

 

Il cinema africano visto dal nord del mondo, ma soprattutto costruito insieme al continente, è il soggetto di alcuni documentari prodotti dal Rotterdam Film Festival (presentati nella sessione Forget Africa) che testimoniano la volontà, il desiderio e il cammino verso una professionalità dell’industria e del mestiere cinema in Africa.

 

E’ il caso di film come Unreal Forest di Jakrawal Nilthamrong dove un’equipe thailandese si misura con registi, tecnici e produttori dello Zambia per la realizzazione di un film ambientato nella tradizione di quel paese.  Un film “on the road” tra fiction e documentario per testimoniare la costruzione di una produzione cinematografica in Zambia.

 

 

 

Sulla stessa linea, ma più introspettivo e personale, il documentario Rwanda: take two di Pia Sawhney che testimonia la vita di alcuni produttori di arte musicale e cinematografica in Rwanda, tra cui lo stesso Niyongabo, che in questa pellicola rivela il percorso che lo ha portato all’amore per il cinema e il making off del suo primo cortometraggio internazionale.

 

Il festival ha anche dato occasione al pubblico di scoprire iniziative sociali che propongono alternative a situazioni di marginalizazione. E’ il caso del documentario Streetball di Demetrius Wren. La storia dell’squadra di calcio, formata da senza tetto e da giovani di strada sudafricani, che si prepara per la “coppa mondiale dei senzatetto” (Homeless World Cup), ha commosso il pubblico presente in sala. Il documentario, montato superbamente e accompagnato da un’eccezionale colonna sonora hip hop (per l’occasione gli artisti sudafricani hanno concesso gratuitamente le canzoni al film), resta realistico. Senza scadere in facili vittimismi o esagerazioni emotive, evidenzia le trasformazioni, che portano questi ragazzi in difficoltà a raggiungere il loro sogno di normalità, realizzato attraverso il lavoro, il rispetto reciproco e il senso della familgia. 

 

Il film denuncia l’assenza delle istituzioni, che, al termine dell’evento calcistico (che si è tenuto l’anno scorso a Milano), non propongono programmi di recupero per questi senzatetto, destinati, in molti casi, a tornare ad una vita “senza speranza”, ricadendo nella spirale della crimilità di strada e nella droga.

A suggerire la via per il riscatto, sono gli stessi protagonisti del film, che mostrano come, una volta liberati dalla durezza della violenza e della vita di strada, si possa riscoprire la determinazione per cercare una vita migliore.