Segno dei tempi

Gli inviti e le esortazioni di papa Francesco non sono caduti nel nulla. Sono numerose le realtà ecclesiali che si sono aperte ai bisogni dei richiedenti asilo. Ne raccontiamo una manciata da Catania a Venegono Superiore (Varese), da Fiesole a Napoli e a Genova.

In Italia, quasi un richiedente asilo su cinque si trova in strutture ecclesiastiche. Delle 123mila persone accolte in centri di vario genere, infatti, la Chiesa ne sta ospitando 23.201 (Fondazione Migrantes, dati aggiornati al 1° giugno 2016). Nel 62% dei casi si tratta di strutture di prima accoglienza, ma sono tanti anche i migranti nelle parrocchie (20%), in sistemazioni di seconda accoglienza (17%) o nelle singole famiglie (159 nuclei).

Ospitare lo straniero bisognoso è scritto nel dna della Chiesa. Come aveva ricordato papa Francesco il 10 settembre 2013 in un discorso tenuto al Centro Astalli di Roma: «È importante che l’accoglienza del povero e la promozione della giustizia siano un’attenzione di tutta la pastorale, della formazione dei futuri sacerdoti e religiosi, dell’impegno normale di tutte le parrocchie, i movimenti e le aggregazioni ecclesiali». Il pontefice aveva invitato gli istituti religiosi a «leggere seriamente e con responsabilità questo segno dei tempi», affermando che «il Signore chiama a vivere con più coraggio e generosità l’accoglienza nelle comunità, nelle case, nei conventi vuoti», che «non sono vostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati». Parole forti, che sono state accolte da molti.

Nigrizia ha così deciso di visitare alcune strutture per raccontare la storia di questo pezzo di Chiesa accogliente, laici e preti che si sono rimboccati le maniche e hanno destinato degli spazi all’assistenza di richiedenti asilo sbarcati senza nulla nel nostro paese. A Catania i salesiani hanno trasformato un ostello in un centro per minori stranieri non accompagnati, mentre a Napoli i dehoniani hanno aperto le porte di una ex casa provinciale a famiglie migranti e a singoli migranti. A Fiesole, sopra Firenze, il seminario diocesano ha messo a disposizione parte dei propri spazi, chiedendo agli stessi seminaristi di occuparsi dell’accoglienza. E poi c’è il Castello dei comboniani di Venegono Superiore (Varese): un’ala dell’imponente edificio è stata destinata ai richiedenti asilo. Infine la storia di un gruppo di migranti ospitato dagli orionini in un centro sulle colline di Genova.

L’accoglienza offerta dalla Chiesa, dice mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes (un organismo collegato alla Cei), «è sempre stata di tipo familiare, diffusa in piccole realtà, non in grandi strutture, e con un’attenzione privilegiata a situazioni di grande fragilità, come quelle di donne sole, minori o vittime della tratta».

I migranti che chiedono una qualche forma di protezione in Italia arrivano per lo più da situazioni drammatiche. Mons. Perego: «Lo scorso anno, 35 guerre e 16 conflitti interni in atto nel mondo hanno causato 8 milioni di profughi. I profughi ambientali sono oltre 22 milioni: scappano da terremoti, alluvioni oppure devono abbandonare tutto perché le loro terre sono state vendute/affittate dai loro governi a imprese multinazionali. Nel 2015, l’accaparramento delle terre da parte di grandi società ha toccato quota 5 milioni e 600 mila ettari solo in Africa».

Inoltre «ci sono 200 milioni di persone che vivono in una situazione di persecuzione politica o religiosa, e quindi potenziali migranti, e altri 12 milioni sono vittime della tratta. Senza dimenticare ? conclude il direttore di Migrantes ? che i rifugiati sono vittime della povertà ancora diffusa in tanti paesi in via di sviluppo».

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Dossier Statistico 2016: numeri per capire

Fino al 30 agosto 2016, sono giunte in Italia via mare 107.089 persone. 153.842 gli sbarcati nel 2015 e 170.100 nel 2014: 431.031 negli ultimi 32 mesi. Sempre a fine agosto 2016, sono 145.900 a risultare ospiti del sistema di accoglienza. 111.061 nei centri straordinari e gli altri nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.

Sono alcuni dati del Dossier Statistico Immigrazione 2016 a cura del Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con la rivista Confronti, con i redattori regionali del Dossier e con oltre un centinaio di autori. Il dossier evidenzia che l’immigrazione non è una “invasione”, come alcuni paventano, ma un fenomeno sociale importante di cui occorre tenere conto proprio a partire dai dati statistici.

A fine 2015, la popolazione straniera in Italia è rimasta pressoché invariata rispetto al 2014: 5.026.153 residenti, con un aumento di sole 12mila unità. Ma è una immobilità solo apparente. Nelle anagrafi comunali sono stati registrati 250mila cittadini stranieri in arrivo dall’estero (lo stesso numero del 2014), un livello equiparabile ai grandi flussi degli emigrati che lasciavano l’Italia negli anni ’60. Inoltre, nel 2015 sono stati 72mila i nuovi nati da genitori entrambi stranieri (circa un settimo di tutte le nascite registrate). Se è mancato un corrispondente aumento dei residenti stranieri registrati nelle anagrafi, ciò dipende dal fatto che nello stesso periodo ben 178mila stranieri sono diventati cittadini italiani, portando il numero complessivo degli italiani di origine straniera a circa 1 milione e 150mila.

Secondo le proiezioni demografiche dell’Istat, nel periodo 2011-2065, la dinamica naturale in Italia sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite e 40 milioni di decessi) e quella migratoria con l’estero sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi e 5,9 milioni di uscite). Per la prima volta nel 2015, infatti, la popolazione complessiva residente nel paese è in calo di 150mila unità (gli italiani erano in calo già negli anni precedenti) e questa tendenza peggiorerà, trovando un parziale temperamento nei flussi dall’estero e nelle nascite che ne conseguono.

Secondo il Dossier, preso atto che dal 2012 non sono state più varate le quote di ingresso per lavoro per non comunitari, è tempo di iniziare a considerare anche richiedenti asilo e profughi come persone da inserire nel mondo del lavoro, facendosi carico del bilancio delle loro competenze e di adeguate strategie formative e occupazionali. (redazione)

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