Cinque paesi africani vogliono salvare il mercato dei diamanti
Angola Botswana Congo (Rep. dem.) Economia Namibia Sudafrica
Il mercato dei preziosi grezzi è in crisi. Angola, Namibia, Sudafrica, Botswana e Rd Congo pronte a investire sul marketing
Cinque paesi africani vogliono salvare il mercato dei diamanti
L'1% delle entrate dalla vendita delle pietre verrà usata per un fondo ad hoc
19 Giugno 2025
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 7 minuti
(Crediti: Kim Alaniz/Flickr)

L’Africa vuole cambiare la narrativa sui diamanti naturali. Se un tempo il connubio fra il continente e le pietre preziose faceva pensare soprattutto a gruppi armati spietati che si arricchivano con la vendita delle gemme e a un sistema globale di distribuzione connivente e opaco, e più recentemente a un’economia poco sostenibile, ora le cose potrebbero cambiare.

In ballo del resto c’è l’esistenza stessa di un mercato che sta soccombendo sotto la crescita irrefrenabile dei diamanti sintetici. Le gemme di laboratorio rappresentavano una piccola quota del commercio di preziosi solo qualche decennio fa e ora troneggiano su un anello da fidanzamento su due solo negli Stati Uniti. Un cambio di paradigma guidato dalla richiesta di prezzi più bassi ma anche di maggiore sostenibilità e tracciabilità.

Due parametri spesso difficili da associare ai diamanti estratti dalla terra appunto, per quanto il settore si sia negli anni dotato di strumenti per evolvere rispetto ad alcuni aspetti, come il Processo di Kimberly. Il meccanismo è nato nel 2003 per impedire al mondo di tornare a commercializzare “diamanti insanguinati” dopo i terribili conflitti in Liberia e Sierra Leone, paesi in cui le milizie armate si finanziavano anche con la vendita dei preziosi.  

L’Accordo di Luanda 

Tornando all’attualità di questi giorni, il tentativo di invertire la rotta nel mercato dei diamanti naturali ha assunto una forma precisa: l’Accordo di Luanda, siglato ieri nella capitale angolana da aziende e attori del settore ma soprattutto dai governi di cinque paesi africani produttori: appunto l’Angola padrone di casa, e poi Namibia, Sudafrica, Repubblica democratica del Congo e ovviamente Botswana, primo produttore al mondo per valore e secondo per volumi dopo la Russia. E anche paese che più duramente sta soffrendo le conseguenze economiche del calo della vendita delle gemme naturali.  

Con l’intesa, i cinque paesi si impegnano a destinare fino all’1% dei ricavi dalla vendita dei diamanti grezzi alla creazione di un fondo di marketing per la promozione delle pietre preziose al naturale. I calcoli li ha fatti l’agenzia Ecofin: l’anno scorso i paesi coinvolti nell’iniziativa hanno esportato diamanti grezzi per sei miliardi di dollari. Dall’1% si ricaverebbero circa 60 milioni. In assenza di un budget già definito, le cifre da cui partire potrebbero essere queste.

A gestire le risorse sarà il Natural Diamond Council (NDC), organizzazione no-profit nata nel 2015 come Diamond Producers Association e da allora impegnata a «promuovere l’integrità dell’industria dei diamanti naturali nel mondo», come si legge sul suo sito. I membri dell’NDC sono alcuni fra i più grandi produttori di preziosi al mondo, dall’australiana Rio Tinto al gruppo De Beers, il maggiore del pianeta. Anche questa grande holding, azionista al 50% delle principali aziende statali del settore in Africa, dalla Debswana di base a Gaborone alla namibiana NDTC, ha annunciato che devolverà al fondo l’1% delle sue entrate, come i governi.

Fra gli altri attori che sono entrati nell’accordo di Luanda, anche l’Antwerp World Diamond Centre (AWDC), società a capitale misto pubblico/privato che opera uno dei due snodi di acceso dei diamanti al mercato del G7 insieme a quello di Gaborone, istituito di recente, ma anche il Dubai Multi Commodities Centre. Si tratta di una borsa merci gestita dall’emirato in una zona di libero scambio. Coinvolto anche il Gem & Jewellery Export Promotion Council (GJEPC) dell’India, responsabile del 90% del taglio e della lucidatura dei diamanti a livello mondiale.

Gli obiettivi

Tutti questi attori insieme lavoreranno per far aumentare l’interesse, la comprensione del prodotto e infine la domanda di diamanti naturali. Uno dei punti centrali sarà far capire come le pietre preziose non siano solo belle, ma anche portatrici di un impatto socio-economico positivo sulla vita di milioni di persone in quattro continenti. Passaggi necessari se è vero, come riporta il portale specializzato Rappaport, che l’industria dei diamanti sintetici fa spesso leva su alcuni classici elementi critici dei preziosi naturali – i già citati legami con i conflitti e la poca sostenibilità ambientale – per vendere i suoi prodotti ed erodere quote di mercato.

Le critiche all’industria diamantifera non vengono avanzate solo dai competitor del sintetico. Attivisti ed esperti, come quelli racchiusi nella Kimberly Process Civil Society Coalition, alleanza di movimenti sociali di diversi paesi africani che monitora l’operato dell’omonimo Processo, hanno più volte denunciato i danni causati dall’estrazione dei diamanti all’ambiente e al tessuto socio-economico delle comunità coinvolte. 

«I diamanti naturali sono più che semplici pietre preziose: sono un’ancora di salvezza per milioni di persone e una pietra angolare delle opportunità economiche in molti dei nostri paesi», ha sottolineato invece Diamantino Azevedo, ministro delle risorse minerarie, del petrolio e del gas dell’Angola intervenuto all’incontro di Luanda. .

«Dobbiamo passare dalla frammentazione a una narrazione unificata. L’Africa deve guidare la strategia globale per la commercializzazione dei diamanti. Saremo noi i veri narratori che mettono in contatto i diamanti con i consumatori», ha dichiarato dal canto suo la ministra dei minerali e dell’energia del Botswana, Bogolo Joy Kenewendo, che ha sintetizzato enfaticamente lo spirito dell’iniziativa nel motto «un carato, una comunità e una vita cambiata».

Leadership africana?

La stampa di Gaborone ha evidenziato il ruolo di leadership che i paesi africani stanno assumendo nel comparto dei diamanti. L’emersione, come scrive il portale di notizie social People’s Daily, di una «chiara voce africana in uno spazio a lungo dominato da attori esterni».

In effetti, negli ultimi mesi l’Africa è riuscita a proporsi con un fronte unito rispetto ad alcuni dei tanti problemi che stanno attraversando l’economia dei diamanti, turbata da un vistoso calo nelle vendite e anche divisa sul comportamento da adottare rispetto al primo produttore russo dopo l’invasione dell’oriente ucraino nel 2022.

L’anno scorso, il Botswana è riuscito a ottenere l’assegnazione del già citato punto di verifica e snodo dei diamanti diretti ai paesi del G7, voluto proprio dopo lo scoppio del conflitto ucraino e le conseguenti sanzioni ai diamanti di Mosca. Il traguardo è stato raggiunto dopo mesi di polemiche e contrasti sollevati dai paesi produttori africani.

Del resto nel continente la posta in gioco è alta. I diamanti rappresentano il 75% delle esportazioni e il 40% delle revenues statali del Botswana. I preziosi sono il prodotto più esportato anche dalla Namibia e fanno parte del gruppo dei metalli preziosi che rappresenta la prima voce di vendita all’estero anche per il Sudafrica. Anche per quanto riguarda l’Angola, i diamanti rappresentano una parte significativa della pur piccola quota di esportazioni che non sono petrolio, che da solo rappresenta circa il 95% del totale delle vendite all’estero di Luanda.

Anatomia di una crisi 

Questi dati vanno calati in uno scenario che è ritenuto disastroso. Per Rappaport i diamanti naturali stanno attraversando la peggior crisi della loro storia. La quota appannaggio dei diamanti sintetici è in ascesa e ora rappresenta almeno il 20% del mercato. Un altro duro colpo all’industria diamantifera è stato inferto dal calo della domanda in Cina. Simultaneamente però, la guerra in Ucraina ha ingrossato i magazzini in vista di un possibile drastico calo di afflusso di diamanti russi.

Scorte che non si riescono a smaltire e intanto i prezzi calano. Altre complesse caratteristiche del mercato dei diamanti, come gli alti costi fissi a cui vanno incontro le aziende indiane che tagliano e lucidano la stragrande maggioranza delle pietre, costrette a tenere alta la produzione nonostante il calo della domanda, hanno fatto il resto.

A Gaborone la vendita è diminuita di più del 50% l’anno scorso, e il governo del presidente Duma Boko ha tagliato drasticamente le previsioni di crescita per il 2025, portando dal 3,3 a quasi lo 0% del Pil. Il cambio di rotta, insomma, è più necessario che mai.  

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Abbonamento doppio Nigrizia e Africa