GIUFA' – OTTOBRE 2017
Gad Lerner

È stato un viaggio davvero istruttivo ed emozionante quello che ho compiuto, grazie a Rai3, nel nord del Messico, al confine con gli Stati Uniti. Più precisamente, nello stato di Chihuahua, che per la sua posizione geografica privilegiata riesce a essere roccaforte dei cartelli criminali di produzione e spaccio della droga, ma al tempo stesso distretto industriale in cui hanno convenienza a insediarsi le multinazionali più importanti dell’automotive e delle telecomunicazioni.

Simbolo e sintesi di questo paradosso è l’agglomerato metropolitano di Ciudad Juárez, che sta in Messico, divisa dall’avamposto statunitense di El Paso, che sta in Texas, solo da un muro. Con alcuni ponti presidiati dalle guardie di frontiera e attraversati quotidianamente da migliaia di pendolari autorizzati, perché naturalmente El Paso ha un bisogno vitale di Ciudad Juárez e viceversa. È un legame vitale e indissolubile: fondato, però, sulla rigida blindatura della “sponda sud”.

Da nord a sud passano con facilità le armi da fuoco made in Usa che fanno di Ciudad Juárez e circondario uno dei luoghi a più alto tasso di omicidi (e di femminicidi, in particolare) del mondo, alimentando il potere dei Narcos. Ma passano anche gli investimenti in quelle sconfinate aree produttive di montaggio dei semilavorati divenute famose col nome di maquilas, o maquiladores. Dove sono impiegati ufficialmente trecentomila dipendenti per una paga settimanale che raggiunge a stento i 50 dollari, lavorando nove ore al giorno più straordinari, e sei giorni di ferie all’anno.

Capìto a cosa serve il muro (che non a caso c’è già, ben da prima dell’avvento di Trump)?

Ho visto le centinaia e centinaia di autobus con la scritta Transporto de personal in fila prima dell’alba per raccogliere nelle baraccopoli la moltitudine degli operai. I sindacati esistono solo in quanto organismi plasmati sulla funzionalità aziendale. La compressione del costo della manodopera è la chiave di volta della competitività di sistema, fondato sullo sfruttamento e sull’intimidazione. Non a caso negli anni scorsi si è verificato lo storico sorpasso, e oggi un operaio cinese guadagna mediamente più dell’operaio messicano: il modello produttivo instaurato nel rapporto con gli Stati Uniti, ma anche con il Canada, la Corea del sud, la Germania e l’Italia prevede una sottomissione da perpetuarsi con ogni mezzo.

Ora non stupirà che tanti messicani (e insieme a loro tanti centroamericani) aspirino solo a saltare quel muro per liberarsi della miseria e guadagnare in un solo giorno più di quel che ricevono dopo 50 ore di lavoro settimanale. Ma se la frontiera Stati Uniti-Messico è divenuta sinonimo di frontiera ricchi-poveri, rimane pur sempre un luogo di contatto e interscambio. Esattamente quel che non avviene nella fossa subacquea tra le due sponde del Mediterraneo, per non parlare del Sahara e del Sahel.

Non è certo il modello coloniale delle maquilas messicane quello da assumere nei rapporti economici fra Europa e Africa settentrionale. Ma uno sguardo più lungimirante sul futuro dovremo pur lanciarlo, quando avremo finito di stipulare accordi con gli equivalenti dei Narcos.  

Il muro

Il presidente americano Donald Trump ha avviato la pianificazione di un muro tra Stati Uniti e Messico, il confine più trafficato al mondo, con circa 350 milioni di attraversamenti legali ogni anno, e uno di quelli più sorvegliati. Secondo alcune stime, dal 2005 a oggi gli Stati Uniti hanno speso 132 miliardi di dollari per rafforzarne la sicurezza. Eppure il confine è così lungo che è praticamente impossibile sorvegliarlo tutto in maniera efficace: misura 3.200 chilometri.

 

Nella foto: un operaio accanto ad una nuova parte della recinzione di confine tra Stati Uniti e Messico a Sunland Park (Usa), di fronte alla città messicana di Ciudad Juarez. (Reuters / Jose Luis Gonzalez)