Dibattito cooperazione: si può aprire una nuova stagione?

I difetti non mancano. Tuttavia, la nostra cooperazione, specie quella decentrata, si segnala anche per la qualità e la continuità degli interventi. A rimanere defilata è la politica, incapace di progetto. Le ong devono tenere alta la mobilitazione sociale.

Il dossier pubblicato da Nigrizia lo scorso dicembre costituisce un utile punto di partenza per la ripresa di un dibattito, quanto mai necessario, sul tema della cooperazione, incentrato sul senso della nostra azione e del nostro impegno. Le tesi, proposte attraverso esempi e concrete esperienze, sono molto interessanti e, in taluni casi, anche giustamente critiche e provocatorie. Con molte di esse sono d’accordo, con altre no. Proverò, quindi, a mia volta, a proporre alcune visioni e punti di vista, che spero siano utili per la discussione.

 

Cominciamo con il dire che proprio la crisi globale che stiamo attraversando (non solo economica e sociale, ma anche di culture e di paradigmi tradizionali che hanno segnato il Novecento) costituisce una formidabile opportunità di analisi e riflessione per le organizzazioni non governative (ong) e le organizzazioni della società civile, ma anche per tutti coloro – istituzioni e decisori politici – che sono chiamati ad affrontare questo non facile passaggio, che richiede coraggio e spirito di innovazione.

 

Si tratta, insomma, di trovare un antidoto razionale e motivato alla rassegnazione e all’immobilismo di istituzioni, governi e, per certi versi, anche nostri. Come farlo? Affrontando il tema della lotta alla povertà e dello sviluppo non solo in termini di politiche, ma con un approccio che riporti al centro la necessità della politica.

Per ridare senso e motivazione a una nuova stagione della cooperazione, dovremo partire dall’analisi del carattere della povertà, considerata, prima ancora che come mancanza di beni essenziali e di reddito sufficiente, come privazione di potere, spossessamento della capacità di autodeterminare la propria vita. Il cuore di questa privazione si traduce nella disuguaglianza, indicata come la causa principale della persistenza della povertà. La povertà nel mondo globale è oggi un fenomeno “a-geografico” e, per combatterla, dobbiamo superare le storiche categorie Nord-Sud.

 

 

I senza potere

Oggi, lo sostiene anche l’ultimo Rapporto sullo sviluppo umano dell’Onu, i temi della qualità dello sviluppo, della lotta alla povertà, di una nuova stagione che rimetta al centro la questione della diseguaglianza, riguardano, in forme diverse, tutti i popoli e tutti i paesi. Mi convince una visione che ci consenta di considerare il tema della povertà e dell’esclusione sociale come elemento che in modo inscindibile ci propone la dimensione di una nuova, inedita questione sociale mondiale, che mette in connessione, in termini di rischio e di opportunità, paesi e popoli, territori e comunità.

 

Il secondo argomento – il più innovativo e fecondo di indicazioni, sul quale siamo chiamati a misurare la nostra capacità di sperimentare e di proporre risposte al problema della povertà – individua nella riappropriazione del potere la leva fondamentale per il superamento delle condizioni di strutturale diseguaglianza, che consente la rimozione della povertà come dato endemico e permanente.

 

Il potere, o meglio, il processo che consente di fuoriuscire dalla povertà e di riprendere in mano il proprio destino appare l’elemento decisivo. Esso si basa, a sua volta, su due fattori interdipendenti: a) la promozione della cittadinanza attiva, che significa la possibilità per la società civile di avere voce, diritti, responsabilità; b) la costruzione di uno stato efficace, consapevole del suo ruolo, impegnato a garantire l’esistenza di uno “stato di diritto”, che disegni nel mondo globalizzato una tavola di doveri e responsabilità e che dia conto ai suoi cittadini. Uno stato, insomma, che si proponga di realizzare un insieme di politiche pubbliche, improntate alla sostenibilità, all’equità e all’eguaglianza, e che sia agente di crescita inclusiva e di coesione sociale.

 

Credo che la combinazione di questi due elementi consenta di superare in modo efficace e originale l’antinomia che ha caratterizzato tanti anni di dibattito “pendolare” tra statalismo, spesso accentratore e poco efficiente, e critica demolitrice dello stato, condotta dal pensiero neoliberista, che ne ha quasi negato ogni ruolo e funzione nei processi di sviluppo.

 

La condizione per uno stato efficace, che sia anche efficiente, è la cittadinanza attiva, che si mobilita per i propri diritti e per la riappropriazione della possibilità di decidere, indicando soluzioni, promuovendo il cambiamento attraverso il decentramento e il bilanciamento dei poteri, mettendo in circolo il capitale sociale a favore dello sviluppo.

 

Rispetto a questi scenari, vuoi per le caratteristiche assunte dall’economia globale, vuoi per la crisi della dimensione statale nazionale, resta largamente inevasa la domanda essenziale della necessità di nuove regole e nuovi strumenti di una governance più democratica, che allarghi rapidamente il numero degli stati consapevoli del loro ruolo e che accresca il potere complessivo della società civile.

 

 

Patto sociale globale

Per collocazione geografica, vocazione e legami storici, l’Italia ha un ruolo di assoluto rilievo nelle politiche di cooperazione verso aree cruciali come il Mediterraneo, l’Africa subsahariana, il Medio Oriente, l’America Latina. Di questa missione, analizzando gli ultimi venti anni, i decisori politici appaiono essere consapevoli solo in modo intermittente e sembrano mancare della determinazione necessaria per fare scelte coerenti. Ne è una testimonianza l’andamento dell’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps), che vede il nostro paese mancare gli impegni, stabiliti a livello europeo e in sede Onu, per contribuire al raggiungimento degli Obiettivi del Millennio e dimezzare la povertà entro il 2015.

 

Nonostante queste contraddizioni, la combinazione di uno stato efficiente e di una società civile organizzata e influente, assume ulteriori significati alla luce delle migliori esperienze della cooperazione italiana di questi anni. Mi riferisco, in particolare, alla cooperazione decentrata (o meglio, fra territori e comunità), che, per qualità, continuità e anche per i volumi significativi, è stata e continua a essere, nonostante la crisi, una buona pratica e un significativo caso di successo. La relazione tra autorità locali, comunità e territori, che connota l’approccio della cooperazione territoriale, si basa proprio sulla partecipazione e, dunque, sull’ampliamento del numero degli attori coinvolti. Ciò significa protagonismo di nuovi attori della società civile, che s’incontrano, spesso positivamente, con le istituzioni regionali o locali. Questo fenomeno, da un lato, risponde a processi di globalizzazione economica, che producono un ridimensionamento del ruolo degli stati nazionali; dall’altro, sottolinea la necessità che, attraverso il decentramento amministrativo, una pluralità di soggetti si internazionalizzino.

 

Il carattere innovativo di questi processi, sia nel Nord che nel Sud, pone al centro la partnership e cambia il modo stesso di concepire lo sviluppo. Il punto di partenza del territorio porta con sé il recupero di una visione integrale dello sviluppo nelle sue molteplici dimensioni. La lotta alla povertà e all’esclusione sociale cessano, così, di essere indicazioni formali dettate dall’esterno.

 

In questo contesto, il cuore della funzione di una ong di sviluppo dovrebbe consistere nell’interpretare il ruolo di facilitatore di questi processi. E questo, al di là del limite della tradizionale divisione del lavoro, secondo cui le ong si occupano della società civile mentre gli stati e le istituzioni internazionali si occupano della dimensione statale. Il punto cruciale è, quindi, riassumibile nella formula – comune nel dibattito internazionale, ma, a mio avviso, cruciale – della realizzazione della coerenza delle politiche, di tutte le politiche.

 

Nella necessità della coerenza delle politiche si può forse rintracciare anche una risposta realistica, impegnativa e convincente al tema dell’efficacia dell’aiuto allo sviluppo. Senza un’azione politica coerente che produca nuove regole sul commercio, senza la cancellazione del debito o la definizione di politiche sostenibili e concordate sui flussi migratori, nessuna dichiarazione internazionale, per quanto importante, sulla qualità dell’aiuto (da quella di Parigi all’agenda di regole definita nella conferenza di Accra) ridarà credibilità e convinzione ai cosiddetti paesi donatori, alle istituzioni internazionali, alle stesse ong.

 

Infine, l’efficacia dell’azione delle ong: per essere tale, deve provare a coniugare la cooperazione e il partenariato nei paesi del Sud con la capacità di sviluppare iniziative di advocacy e campagne di mobilitazione del pubblico qui da noi e verso i decisori politici e istituzionali, realizzando una capacità che tenga insieme locale, nazionale e internazionale. È fondamentale per realizzare quei processi di mobilitazione sociale che consentano a tutta la società civile globale di acquisire potere e capacità di analisi. Capacità fondate non solo sul controllo e sulla rivendicazione, ma anche sul sapere indicare prospettive e soluzioni per realizzare quel patto sociale globale che porti al superamento della povertà e della diseguaglianza.





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