Si è tenuta lunedì 20 aprile al Senato, a Roma, una conferenza stampa con i rappresentanti delle forze politiche e delle realtà sociali che hanno sottoscritto la campagna globale che punta alla creazione di un trattato internazionale vincolante per eliminare progressivamente i combustibili fossili.
Sono intervenuti: Angelo Bonelli, deputato alla Camera per l’Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), Giuseppe De Marzo di Fossil Free Rising Italia, Elisa Sermarini, presidente di Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale, Alex Zanotelli, missionario comboniano. Sono state presenti altre realtà, tra cui: Rete dei Numeri Pari, @lav_italia, @stoprearmeurope_italia, Nigrizia, Salviamo la Costituzione, Comitato Piazza Carlo Giuliani e Unione Inquilini.
La Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty Initiative è una campagna internazionale che propone la creazione di un trattato globale per porre fine all’espansione e all’uso dei combustibili fossili -carbone, petrolio e gas – sul modello dei trattati di non proliferazione nucleare.
È su questa base che poggia la Conferenza di Santa Marta, in Colombia, in programma dal 24 al 29 aprile, a cui i partecipanti della conferenza stampa si stanno preparando a partecipare. L’obiettivo, appunto, è delineare l’avvio di un percorso che porti il mondo a superare la dipendenza dai combustibili fossili. Un obiettivo quanto mai cruciale, come ci sta confermando la crisi dello Stretto di Hormuz.
La crisi climatica non è un fenomeno isolato, ma parte di una policrisi complessa che include instabilità economica, conflitti geopolitici, disuguaglianze sociali, migrazioni forzate, perdita di biodiversità e impoverimento culturale. Tutti questi fenomeni sono interconnessi e riconducibili a un modello di sviluppo che può essere definito, con precisione, tecno-capitalista fossile.
I dati sono inequivocabili. Negli ultimi dieci anni, petrolio, gas e carbone sono stati responsabili dell’86% delle emissioni globali di CO₂. Questo dato da solo basterebbe a giustificare un cambio radicale di paradigma. Eppure, nonostante queste evidenze, i piani industriali e governativi continuano a prevedere un aumento della produzione fossile. Le proiezioni indicano che entro il 2030 il mondo potrebbe produrre il 120% in più di combustibili fossili rispetto a quanto sarebbe compatibile con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a +1,5 °C.
Questa contraddizione rivela una frattura profonda tra gli impegni dichiarati e le politiche effettivamente implementate. È in questo spazio di incoerenza che si inserisce l’iniziativa della Conferenza di Santa Marta. La scelta di Santa Marta come sede della conferenza non è casuale. Si tratta di una città portuale con un ruolo significativo nelle esportazioni di carbone. La Colombia, infatti, è il quinto produttore mondiale di questo combustibile.
Organizzare proprio lì un evento dedicato all’abbandono dei fossili è un gesto altamente simbolico. Significa riconoscere la contraddizione interna di molti paesi: dipendere economicamente dai combustibili fossili e allo stesso tempo volerli superare.
È un messaggio chiaro: la transizione deve partire anche – e soprattutto – dai luoghi in cui il modello fossile è più radicato. Il governo colombiano ha assunto un ruolo di primo piano in questo processo. Sostenendo il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, si è posizionato come uno degli attori più dinamici nella diplomazia climatica contemporanea.
Questa leadership è particolarmente significativa perché proviene dal Sud Globale. Per troppo tempo, infatti, le decisioni sul clima sono state dominate dai paesi industrializzati, spesso senza tenere conto delle esigenze e delle prospettive delle nazioni più vulnerabili. La Colombia propone un approccio diverso, che mette al centro la giustizia climatica e la solidarietà internazionale.
Come ha ben sottolineato Elisa Sermarini: «Per 30 anni ci siamo limitati alla gestione dei sintomi, ed invece è tempo di parlare delle cause». Mentre esistono accordi globali sul clima come l’Accordo di Parigi, non esiste ancora un trattato specifico che regoli direttamente la produzione di combustibili fossili. Il risultato è che molti stati continuano a espandere l’estrazione, anche se ciò contraddice gli obiettivi climatici.
I pilastri del Trattato
La proposta del trattato si struttura su tre assi principali: fermare immediatamente nuovi progetti di estrazione di carbone, petrolio e gas (non proliferazione), ridurre gradualmente la produzione esistente in modo equo e pianificato, coerente con gli obiettivi climatici (eliminazione progressiva), e garantire supporto economico e sociale ai lavoratori e alle comunità dipendenti dai combustibili fossili, evitando disuguaglianze e crisi sociali (transizione giusta).
La Conferenza di Santa Marta rappresenta un tentativo di affrontare la crisi climatica alla sua radice. Giuseppe Di Marzo sottolinea che non è una soluzione definitiva, ma un primo passo verso un nuovo paradigma. Il messaggio che emerge è chiaro: non possiamo più delegare.
La trasformazione necessaria richiede l’impegno di tutti: governi, istituzioni, società civile, individui. Si tratta di riconoscersi come parte di una comunità di destino, in cui il futuro dell’umanità è indissolubilmente legato a quello della Terra.
E tutto questo in tempi di «narrazioni tossiche» (Angelo Bonelli) allo stile Trump che vogliono delegittimare la transizione ecologica, in tempi dove le politiche energetiche alimentano la “guerra globale a pezzi” (papa Francesco), e in cui nella politica di stato italiana si preferisce parlare servilmente di un timido “ambientalismo pragmatico”.
Padre Zanotelli sottolinea come i governi, prigionieri dei potentati economico-finanziari, ci stiano portando a un baratro di morte e dell’urgenza inderogabile di organizzare la resistenza, anche attraverso la disobbedienza civile.
Solo unendo le lotte sociali e ambientali, il grido degli esclusi e quello del pianeta, come ci ricordava papa Francesco nella Laudate Deum, sarà possibile costruire un’azione globale all’altezza della sfida. Santa Marta non è un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso che definirà il nostro tempo.