Mozambico / A 20 anni dalla firma degli accordi di pace
Nei 26 mesi di negoziato tra Renamo e Frelimo ha giocato un ruolo decisivo la Comunità di Sant’Egidio. Il racconto di quei mesi e di quei giorni da parte di uno dei protagonisti dell’epoca.

Il 4 ottobre 1992 era domenica. Un aereo israeliano si era schiantato in Olanda, vicino ad Amsterdam. In Italia il presidente della repubblica era Oscar Luigi Scalfaro, e Giovanni Spadolini presiedeva il Senato. Ministro degli esteri era Emilio Colombo. Sembra un mondo fa. La mattina, in maniera irrituale, la Farnesina era aperta. Siamo entrati in tanti della Comunità di Sant’Egidio per la firma finale dell’Accordo generale di Pace del Mozambico. E senza “pass”.

Mattina eccezionale. La firma era prevista per il 1° ottobre. Erano venuti a Roma molti capi di stato e ministri degli esteri africani, da Pik Botha (ministro degli esteri sudafricano dell’epoca) a Robert Mugabe (presidente zimbabweano), assieme alle delegazioni della Renamo e del Frelimo, guidate da Raul Domingos e da Armando Guebuza. Quella volta c’erano anche Afonso Dhlakama (capo della Renamo) e Joaquim Chissano (presidente mozambicano e leader del Frelimo). Tra i problemi irrisolti dopo 26 mesi di negoziato a Sant’Egidio, in 11 tornate, ce n’era uno, fondamentale. Chi avrebbe controllato il territorio nella transizione, prima delle prime elezioni democratiche e universali? Di chi la sovranità? Come garantire alla guerriglia che il cessate-il-fuoco sarebbe stato rispettato? E come assicurare al governo che le zone sotto il controllo della guerriglia non erano la ratifica di una frammentazione dell’unità nazionale o una riduzione della sovranità?
Per tre giorni ci fu un’opera continua dei mediatori, tra i due quartier generali a Roma, e dei rappresentanti internazionali. C’erano Andrea Riccardi, Mario Raffaelli (rappresentante del governo italiano), don Matteo Zuppi, mons. Jaime Gonçalves, l’allora arcivescovo di Beira. Altri erano di supporto, o di cerniera tra l’interno del negoziato e l’esterno, e un mondo (l’opinione pubblica italiana molto meno) che aspettava di sapere se si trattava di una pace vera o solo di un sogno. Ancor più in Mozambico, dove si continuava a soffrire, a morire, a sperare.

Finalmente, a sera avanzata del 3 ottobre, giunse l’accordo sull’ultimo protocollo, prima dell’Accordo di pace generale. La firma arrivò la mattina del giorno dopo: la sovranità territoriale restava integralmente sotto il governo mozambicano; l’amministrazione delle singole aree era attribuita dal governo agli amministratori sul campo, della Renamo o governativi, a seconda della dislocazione reale; una camera di compensazione, mista e super partes, includeva anche i mediatori e i due “avversari” per l’analisi dei casi controversi.
La sera del 4 ottobre, nella basilica di S. Maria in Trastevere, alla fine della preghiera serale con il card. Roger Etchegaray, presidente del Pontificio consiglio della Giustizia e della Pace, ci fu un’ora spontanea di felicità e di canti. Anche in Mozambico fu la fine di un incubo che era costato un milione di morti. In quei giorni si sentivano solo il silenzio e la radio, ininterrotta, per le strade: tutti aspettavano, disperati, la buona notizia che tardava.

 

L’inizio del percorso


Era cominciato tutto nel luglio del 1990, dopo molti anni di guerra civile, di carestia, di sofferenze, di profughi, di fallimenti internazionali. La Comunità di Sant’Egidio non aveva “scelto” di diventare un attore diretto della diplomazia internazionale. Amava quel popolo e si era appassionata alla pace come unica possibilità per interrompere una spirale di violenza che era arrivata a uccidere tanti, anche giovani membri della Comunità. Avevamo lavorato per attenuare lo scontro e le difficoltà per la chiesa cattolica e per gli altri credenti, e le restrizioni per i missionari impegnati nel paese. Avevamo favorito il primo incontro tra Giovanni Paolo II e il presidente Samora Machel, di ritorno dall’Onu, con una tappa a Roma. Avevamo superato gli “esami” del governo mozambicano, quando avevamo lanciato piani di aiuti regolari alla popolazione attraverso la Caritas mozambicana e i cristiani locali, fino a crescere in un credito personale con quella speciale classe dirigente che si era formata in Europa, alla Sorbona, alla facoltà di sociologia di Trento: marxisti-leninisti, nazionalisti, mozambicani.

Ma la Pax Romana – come titolò Le Monde – non era nata a tavolino. Da anni avevamo sentito che “con la guerra tutto è perduto” e che davvero la guerra è “la madre di tutte le povertà”. Avevamo esplorato la possibilità di avviare un discorso di dialogo nazionale con alcuni esponenti del governo mozambicano, quando ancora le due parti si chiamavano reciprocamente con naturalezza “banditi” e “assassini”. Avevamo creato rapporti con la leadership di una guerriglia anomala, che aveva pochi contatti internazionali (e, quindi, anche poche armi di pressione internazionale).

Dal primo incontro a Sant’Egidio, quando le parti accettarono la proposta di metodo suggerita da Andrea Riccardi («lasciare da parte ciò che divide e partire da ciò che unisce»), fino alla firma del primo protocollo congiunto, in cui le parti si riconobbero in conflitto, sì, ma “fratelli della comune famiglia mozambicana” e annunciarono pubblicamente la volontà di avviare un negoziato di pace, noi fummo “facilitatori”.

Anche ad agosto 1992, durante la seconda tornata dei negoziati, quando le due parti non si accordavano sulla scelta di uno o più governi nel ruolo di mediatore, ci fu chiesto ufficialmente di svolgere questo ruolo. Il “metodo di Sant’Egidio” cresceva strada facendo, come una necessità pratica e storica. Si creò, così, un mix di conoscenza dei problemi sul terreno, credibilità che non ha altra agenda che quella della riconciliazione e della pace, debolezza (Sant’Egidio non è uno stato o un governo o una potenza economica) trasformata in forza, flessibilità, capacità di tenere insieme registri diversi (i fattori sociali e politico, la complessità religiosa ed etnica, la conoscenza della storia), sinergia con altri e con i governi interessati (mantenendo, però, distinti i ruoli), attenzione al fattore umano come elemento non secondario del negoziato stesso, arte del convivere e dell’amicizia, capacità di decodificare i linguaggi… Si arrivò alla creazione di un linguaggio comune, in cui si passò dalla demonizzazione dell’altro alla scoperta del terreno della politica, al posto di quello dello scontro militare, come soluzione alla differenza di vedute e delle forze in campo.
Non fu facile. Ventisei mesi di negoziato furono lunghi, anche se all’inizio sembrava che in pochissimi mesi si sarebbe risolto tutto. Ma occorreva creare una mentalità di pace, una fiducia che non c’era. Bisognava trasformare un guerrigliero in un uomo politico. C’erano problemi militari, di sicurezza reale. C’erano i morti veri che continuavano. C’era l’incertezza della gente, dei missionari, vicini alle sofferenze della popolazione, ma tentati dall’impazienza.

Perché tanta lentezza? Paradossalmente, quella lentezza fu uno dei segreti del successo di quella pace e della sua durata: ci apprestiamo a celebrarne i vent’anni. Il negoziato stesso fu, in Mozambico, una chiave del successo: negoziare è fare attenzione ai dettagli. E questo ci sarebbe risultato utile, anni dopo, per concludere le guerre in Rwanda, per negoziare la pace in Burundi, dove Sant’Egidio avrebbe aiutato a raggiungere il cessate- il-fuoco, il disarmo, la sicurezza per tutti e la preservazione della memoria del genocidio.

Proprio il metodo del negoziato fu una “scuola di democrazia” per entrambe le parti: linguaggio, regole, meccanismi, mentalità. E sarebbe risultato ancora più utile nei due decenni successivi.


 



Acquista l’intera rivista in versione digitale