L’Anc e Mandela

Ripercorriamo alcuni passaggi chiave del rapporto tra il partito e il leader. Dall’abbandono della nonviolenza alla volontà di negoziare fino alla scelta del successore.

Appena trentenne e membro del direttivo della Lega giovanile dell’Anc, Mandela fu alla guida di un’azione che fece compiere un salto qualitativo alla lotta contro l’apartheid. Il governo del partito nazionalista degli afrikaner, vincitore delle elezioni del 1948, aveva varato una serie di leggi draconiane che riducevano ulteriormente la libertà e i diritti di neri, meticci e indiani. L’Anc, che fino ad allora si era limitata ad attività di protesta entro i confini della legge, doveva trasformarsi in una vera organizzazione di massa. Così la pensava Mandela che, con Oliver Tambo e Walter Sisulu, si confrontò con Alfred Xuma, presidente dell’Anc, sottoponendogli un programma di scioperi, boicottaggi, azioni di disobbedienza civile.

 

Xuma rifiutò questa strategia, sostenendo che era prematura e che avrebbe fornito al governo il pretesto per distruggere l’Anc. Racconta Mandela nella sua autobiografia Lungo cammino verso la libertà: «Ponemmo al dottor Xuma un ultimatum: avremmo sostenuto la sua candidatura per la rielezione a presidente dell’Anc a patto che lui appoggiasse le proposte contenute nel nostro programma d’azione». Xuma si rifiutò di accettare l’aut aut. E al congresso nazionale del 1949 la Lega giovanile sostenne la candidatura di James Sebe Moroka che fu eletto presidente dell’Anc.

 

Il ruolo di Mandela appare decisivo anche nella scelta dell’Anc di adottare la lotta armata. Nel 1960 – dopo il massacro di Sharpeville, con 69 dimostranti uccisi dalla polizia – il governo aveva imposto la legge marziale, lo stato di emergenza e messo al bando l’Anc, il Partito comunista sudafricano e altri movimenti di liberazione. E Mandela giunse alla conclusione inequivocabile: «Lo stato non ci ha lasciato altra scelta che quella della violenza ed è sbagliato e immorale esporre la nostra gente agli attacchi armati dello stato senza fornire nessuna alternativa».

 

Di questa mutata strategia doveva però convincere il direttivo dell’Anc. Per Albert Luthuli, capo dell’Anc, l’impegno alla nonviolenza era un principio inviolabile, non una tattica da mutare secondo le circostanze. «Io pensavo esattamente l’opposto: che la nonviolenza fosse una tattica che doveva essere abbandonata quando non si dimostrava più efficace», scrive Mandela nella sua autobiografia. Al termine di lunghe e accese discussioni notturne, tenute in segreto, i vertici dell’Anc e delle organizzazioni alleate autorizzarono Mandela a formare una nuova struttura militare. Sarebbe stata autonoma dall’Anc che invece avrebbe perseguito la politica della nonviolenza.

 

Insieme a Joe Slovo e Walter Sisulu, Mandela costituì l’Alto comando della nuova formazione militare: Umkhonto we Sizwe, La lancia della nazione, che si sarebbe avviata sul nuovo cammino della lotta armata tramite atti di sabotaggio e attacchi a obiettivi strategici sotto la spinta dell’uomo destinato a diventare il leader del principale movimento di liberazione. Continua sul numero speciale di Nigrizia – dicembre 2012.

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