Somalia

Ha destato preoccupazione e sconcerto il terzo tentativo in pochi mesi dei miliziani di Al-Shabaab, gruppo terroristico legato ad Al-Qaida, di penetrare nei palazzi delle istituzioni somale a Mogadiscio.

L’8 luglio c’è stato il secondo attacco a Villa Somalia, un vasto compound dove si trovano la sede del governo, alcuni ministeri e uffici governativi. La battaglia all’interno del compound è durata un paio d’ore. Il commando ha lasciato sul terreno almeno 9 morti, mentre i ministri presenti al momento dell’assalto sono rimasti illesi. Il presidente, Hassan Sheikh Mohamud, era in quel momento ospite dell’inviato speciale delle Nazioni Unite e dunque non è stato toccato in alcun modo dall’attentato.

Il 21 febbraio c’era stato il primo clamoroso attacco ai palazzi governativi, che aveva fatto 15 morti. Il 24 maggio c’erano stati 10 morti in un attacco al parlamento; il 4 luglio un’autobomba con a bordo attentatori suicidi posta nelle sue vicinanze aveva fatto 4 vittime e una decina di feriti; i giorno prima era toccato ad un parlamentare, Mohamed Mohamud Hayd, di essere ucciso davanti all’hotel dove risiedeva.

Si tratta, evidentemente, di azioni concatenate e programmate che, secondo le dichiarazioni del portavoce del gruppo terroristico, continueranno, e saranno più frequenti in particolare durante il mese di Ramadan, cioè fino alla fine di luglio.

Un’analisi diffusa alla fine di giugno dall’International Crisis Group (Icg) afferma che «sarà una guerra lunga» e interesserà non solo la Somalia, ma i paesi partecipanti al contingente dell’Unione africana, Amison, e in particolare il Kenya. Infatti le offensive contro Al-Shabaab non sono riuscite a sconfiggerlo, ma solo a confinarlo in un territorio più ristretto, in zone rurali remote, in cui ha potuto mettere a punto una nuova strategia politica e una nuova tattica militare, come del resto aveva già fatto nel 2007 e nel 2011.

Per sconfiggere Al-Shabaab, dice l’Icg, bisognerebbe essere in grado di affrontare i problemi che gli hanno permesso di organizzarsi, diffondersi e radicarsi nel paese, contando su almeno tre decenni di proselitismo di gruppi radicali islamici, quali i Salafiti e i Wahabiti, cosa che gli fornisce supporto ideologico e finanziario, anche senza le intimidazioni di cui si serve abitualmente. Affrontare Al-Shabaab con un approccio solo militare non porterà frutti duraturi, anzi rischia di radicare ancor di più la sua presenza in certe zone del paese.

L’Icg raccomanda al governo federale somalo e ai suoi alleati internazionali di impegnarsi con più decisione nel processo di riconciliazione ad ogni livello della società somala, come del resto è previsto dalla Strategia di stabilizzazione nazionale, di facilitare il dialogo interclanico, di insediare amministrazioni che siano accettate a livello locale e non portatrici di interessi diversi, di mettere al centro dell’azione di governo i problemi somali, e non le priorità regionali o internazionali.

Un pacchetto che sembrerebbe ovvio, e che sorprende leggere nell’analisi di un autorevole centro di ricerca internazionale. Evidentemente, ovvio non è in un contesto come quello somalo, che ha davvero bisogno di staccarsi dagli interessi particolari dei diversi attori in gioco per trovare un approccio che metta al centro il diritto della popolazione a riprendere un cammino di sviluppo umano ed economico da troppo tempo interrotto e la stabilità di un’intera regione.

Secondo l’International Crisis Group la risposta militare non basta. È neccessario impegnarsi con più decisione nel processo di riconciliazione ad ogni livello della società somala.