Tanzania / Risorse naturali
Il settore minerario tanzaniano è nella bufera, scosso dal ciclone provocato per “ripulire” le attività delle compagnie straniere, al centro delle attenzioni di commissioni parlamentari d’inchiesta e del ministero del Tesoro. Il sogno del “bulldozer” è la nazionalizzazione.

Il presidente tanzaniano John Magufuli, eletto con un programma politico che aveva tra i punti qualificanti la lotta alla corruzione, sta da tempo scrutinando le operazioni delle numerose e potenti compagnie minerarie che operano nel paese, estraendo soprattutto oro e pietre preziose. Secondo dati risalenti al 2015, la Tanzania è il quarto paese produttore d’oro in Africa, il decimo di diamanti e l’unico in cui si trova la tanzanite.

All’inizio di luglio il paese ha approvato nuove leggi che modificano in modo sostanziale il quadro legale che regolamenta il settore minerario. Inoltre dallo scorso marzo è in vigore il blocco delle esportazioni di minerali d’oro e di rame. Sono state anche istituite commissioni parlamentari per indagare sull’operato delle compagnie minerarie.

Le prime a cadere nella rete delle indagini sono state l’Acacia (maggioranza azionaria della canadese Barrick Gold che produce il 50% del fatturato in Tanzania) e la Petra Diamond Ltd., entrambe quotate alla borsa di Londra, dove le loro azioni hanno già subito un forte ribasso.

L’Acacia, che è la più importante compagnia per l’estrazione dell’oro nel paese, in cui gestisce 3 miniere a Bulyanhula, Buzwagi e North Mara, è stata accusata di aver operato illegalmente dall’inizio delle sue operazioni, negli anni novanta, e di aver minimizzato i dati relativi alle esportazioni evadendo tasse per 40 miliardi di dollari. A questi vanno aggiunti 150 miliardi di penalità ed interessi non riscossi, che portano il debito della compagnia nei confronti della Tanzania alla cifra di 190 miliardi.

Una somma enorme che l’Acacia si rifiuta di pagare. La compagnia mineraria ha dichiarato che questo braccio di ferro con il governo tanzaniano mette a rischio il lavoro di 36.200 persone che dipendono direttamente o indirettamente dalle sue operazioni estrattive; 2.000 licenziamenti sono stati annunciati nei giorni scorsi. Mette anche a rischio investimenti già previsti in infrastrutture, educazione e sanità. Dopo un periodo di stallo, le trattative con il governo sarebbero riprese la scorsa settimana.

Il sogno: nazionalizzare

La Petra Diamond Ltd. rischia invece che le sue miniere di pietre preziose vengano, almeno in parte, nazionalizzate, dopo che lo stesso presidente ha ordinato una revisione dei contratti con la ditta che gestisce direttamente le miniere, la Williamson Diamond. Il provvedimento allo studio fa seguito ad un’inchiesta parlamentare che è stata presentata recentemente al governo. Nel rapporto si evidenzia che sono state trovate prove di massicce frodi nell’operato della compagnia in diversi settori: dai titoli di proprietà alle operazioni sul terreno, al rispetto delle regole stabilite dalle autorità tanzaniane competenti.

Dopo aver ricevuto il rapporto, il presidente Magufuli stesso ha ordinato una revisione della legislazione che regola il settore minerario, con lo scopo di chiudere tutte le scappatoie possibili che hanno finora permesso alle compagnie di evadere le leggi del paese. Anche la Petra Diamond Ltd. è accusata di non aver pagato tutte le tasse dovute. Ma sono state trovate numerose irregolarità anche nei contratti stipulati, nelle licenze di estrazione, nelle dichiarazioni sulla quantità dei minerali estratti e delle attrezzature acquistate. La Williamson, la compagnia che opera direttamente sul terreno, avrebbe dichiarato di lavorare in perdita, pur continuando ad operare con una licenza in scadenza solo nel 2030. La circostanza ha destato, com’è ovvio, molti sospetti.

Per quanto riguarda la tanzanite, pietra che si trova solo in Tanzania, Dotto Biteko, che ha presieduto la commissione d’inchiesta sull’estrazione del minerale, ha dichiarato: “L’intero sistema di affari che riguarda la tanzanite è fondato su ruberie, frodi, irregolarità e mancanza assoluta di trasparenza sia a livello dei minatori su piccola scala che delle grandi compagnie”. Ha proseguito affermando che solo il 20% del minerale estratto segue i canali legali di commercializzazione, con conseguente pagamento di tasse e royalty al governo. Tutto il resto segue canali illegali.

Magufuli, soprannominato “il bulldozer” per il suo piglio decisionista, sta spingendo perché il settore minerario venga riformato al più presto. “Mi piacerebbe davvero che i tanzaniani possano finalmente beneficiare delle loro risorse naturali, soprattutto di quelle minerali” ha recentemente dichiarato.

Nella foto: minatori al lavoro sottoterra (AP Photo/Themba Hadebe – qz.com)