Crisi burundese
Il paese andrà al voto – 29 giugno comunali e legislative, 15 luglio presidenziali – e con tutta probabilità il presidente uscente, che non potrebbe presentarsi, verrà rieletto. Impasse Onu.

Il caso Burundi sta diventando emblematico dell’atteggiamento dell’Onu nei confronti dei popoli alla ricerca di un di più di democrazia. Che cosa risponde l’Onu al popolo del Burundi che reclama semplicemente al suo governo il diritto di manifestare, riconosciuto dalla Costituzione della repubblica, e ricorda alle forze dell’ordine, che uccidono i manifestanti (una quarantina dall’inizio delle manifestazioni) il loro dovere di difendere e proteggere i cittadini? Rinnova la sua fiducia al suo mediatore Said Djinnit nella crisi che scuote il piccolo paese nel cuore dell’Africa, ignorando completamente le accuse di parzialità nei suoi confronti mosse dalla società civile e da tutta l’opposizione fermamente contraria al terzo mandato presidenziale consecutivo di Pierre Nkurunziza, il presidente uscente.

Lunedì 8 giugno, la società civile aveva inviato al segretario generale dell’Onu una lettera per denunciare la «debolezza» del mediatore Djinnit «che non è riuscito a trovarci un posto in cui sentirci sicuri», come si legge nella lettera. Ma la cosa più grave è che al “dialogo” non prendono parte gli oppositori perché temono per la loro incolumità! Djinnit non ha nulla da rispondere?

La sua risposta è che invece di ricordare al presidente burundese il dovere di rispettare la Costituzione (che proibisce un terzo mandato), accetta che Pierre Nkurunziza si ripresenti alle elezione rimandate ufficialmente oggi con un decreto presidenziale al 15 luglio, in un rispetto solo formale delle raccomandazioni del vertice dei capi di stato dell’Africa orientale a Dar es Salaam. Per il governo, infatti, la candidatura per un terzo mandato di Pierre Nkurunziza – all’origine di tutte le manifestazioni e della loro repressione degli ultimi due mesi ? è «non negoziabile».

Governo e opposizione si scontrano anche sulla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) che non è più composta di cinque membri (come vuole l’articolo 90 della Costituzione burundese) ma di tre, perché 2 dei suoi membri, due donne, sono fuggite all’estero. L’opposizione e la società civile considerano «illegale» la Ceni, chiedono dei negoziati per la sua ricomposizione e rifiutano il nuovo calendario elettorale appena pubblicato che prevede il primo turno delle presidenziali il 15 luglio, precedute da quelle comunali e legislative il 29 giugno. La campagna elettorale dovrebbe dunque cominciare già oggi 10 giugno.

Così, mentre il potere se ne fa un baffo della Costituzione su un punto essenziale come quello del terzo mandato presidenziale, invoca il dovere di fedeltà alla Costituzione: si deve andare alle elezioni per evitare “il vuoto costituzionale”. Così si rischia di andare verso una destabilizzazione del paese ancora più grave e le prospettive di una soluzione concordata alla crisi che colpisce il Burundi dal 26 aprile sembrano ancora lontane. Mentre il potere conta sulla stanchezza degli oppositori di “Alt al 3° mandato”, che dovrebbero finire per accomodarsi alla rielezione di Nkurunziza. Il tempo ci dirà. 

Nella foto in alto il presidente burundese Pierre Nkurunziza.