Da Nigrizia di novembre 2011: Egitto, chiesa copta al bivio
Antica quanto il cristianesimo, la comunità copta si sente minacciata. Da marzo a settembre, già 100mila fedeli sono fuggiti all’estero. Potrebbero diventare 250mila entro la fine dell’anno. Si teme l’instaurazione di uno stato confessionale. Dura, perfino eroica, la scelta del dialogo, quando si scontra con la violenza degli estremisti e la tiepida indifferenza dei musulmani moderati.

La “primavera araba” ha portato all’attenzione di tutti il Medio Oriente, un mondo caratterizzato dalle sue molteplici realtà e difficile da definire in poche parole. È ormai passato quasi un anno dalle storiche giornate e dalle immagini che hanno accompagnato la caduta del regime del presidente egiziano Mubarak, ma la rivoluzione non ha ancora portato frutti. In molti di coloro che hanno vissuto le sommosse di Piazza Tahrir del 25 gennaio 2001 l’entusiasmo si è già spento. Altri già parlano di “rivoluzione tradita”. Forse l’analisi più onesta è di coloro che pensano che si sia soltanto ai primi capitoli di una storia che promette di protrarsi a lungo.

 

Di certo, quella del 25 gennaio è stata una rivolta popolare, in quanto sono stati molti i settori del popolo che ne sono stati protagonisti. Ed è indubbio che i cristiani copti siano stati fra loro.

 

La chiesa copta (il termine “copto” non è che la traslitterazione della parola greca per “egizio”) è certamente una delle componenti più importanti del complesso tessuto storico e sociale dell’Egitto. È una chiesa antica tanto quanto il cristianesimo stesso; anzi, rivendica di essere “la culla del cristianesimo”. I copti vanno fieri del fatto che la Sacra Famiglia si fosse rifugiata proprio qui, sulle sponde del Nilo. In un certo senso, credono e dicono che il cristianesimo sia nato in Egitto, prima ancora che in Palestina.

 

La comunità copta rappresenta almeno il 10% degli 82 milioni di egiziani. Costituisce da sola la metà dei cristiani nel mondo di lingua araba. Pertanto, è un elemento imprescindibile della geografia del cristianesimo e un interlocutore d’obbligo per qualsiasi dialogo fra chiese e, qui in Medio Oriente, fra religioni.

 

 

Fatti veri o percezione?

Qual è la situazione della chiesa copta all’indomani della caduta di Mubarak e alla vigilia di quella che dovrebbe essere la costruzione di un nuovo Egitto? Difficile trovare una risposta esauriente, visto che le vicende di queste ultime settimane si caratterizzano per una certa fluidità. Anche descrivere questa comunità ecclesiale – e l’Egitto in generale – è arduo. Le notizie si susseguono con rapidità impressionante e le interpretazioni si moltiplicano. A fronte di tutto ciò, verrebbe da dire: “Atteniamoci alla verità di fatti”.

 

La verità, tuttavia, non è fatta solo di eventi, ma anche del modo in cui questi eventi vengono percepiti. In altre parole, il modo in cui i copti leggono la realtà in cui vivono rappresenta già di per sé stesso una parte importante della realtà egiziana odierna.

 

Ricordiamo alcuni fatti che hanno visto di recente la comunità copta direttamente implicata . Il Capodanno è stato un giorno di sangue ad Alessandria d’Egitto, dove un attentato dinamitardo davanti alla Chiesa copta dei Due Martiri, alla fine della messa di mezzanotte, ha fatto 23 morti e 8 feriti. Poche settimane dopo l’inizio della rivoluzione, si è registrata la forte protesta della popolazione musulmana della provincia di Qena contro la nomina del nuovo governatore, colpevole di essere un copto: è stato subito sostituito da un governatore musulmano. A maggio, la stampa egiziana ha riportato – e condannato fortemente – le violenze settarie esplose al Cairo, nei quartieri popolari di Imbaba (il giorno 7 la chiesa cristiana è stata data alle fiamme) e di Moqattam, che hanno causato 12 morti, diversi feriti e l’incendio di vari edifici e numerosi automezzi.

 

Dopo altri incidenti, il 30 settembre c’è stato l’incendio di un edificio adibito a chiesa a El-Marinab, un villaggio non lontano dalla città di Edfu, nel sud del paese. Il 9 ottobre, infine, la comunità copta del Cairo ha organizzato manifestazioni per protestare contro l’incendio della chiesa El-Marinab e per chiedere la rimozione del governatore di quella regione, Mostafa El-Sayyed. Gli slogan urlati riassumevano tutta l’esasperazione dei copti e la loro rabbia contro il presidente del Consiglio supremo della forze armate, il maresciallo Mohammed Hussein Tantawi, accusato di non impegnarsi a far rispettare i diritti dei cristiani da parte della maggioranza musulmana. Inevitabile lo scontro tra i manifestanti e l’esercito. Spropositato l’uso della forza da parte delle forze dell’ordine. Alla fine della giornata, si sono contati 25 morti e 174 feriti.

 

 

Sentirsi perseguitati

Cosa c’è dietro questi incidenti? È vero che le bande di teppisti (baltagìa) e di simpatizzanti salafiti sono mosse dalla mano del vecchio regime, o da ciò che resta di esso? In altre parole, è lecito scorgere dietro i disordini causati da piccoli gruppi fondamentalisti un tacito consenso dell’esercito, che non ha perso il vecchio vizio di destabilizzare la situazione per giustificare poi un suo intervento, puntualmente caratterizzato da un uso indiscriminato della forza? Va notato che, a fine settembre, è stata reintrodotta la legge marziale, che era stata tra le più odiate dagli egiziani nei trent’anni della dittatura di Mubarak.

 

I copti hanno la netta percezione di essere perseguitati. Magari trovano difficile precisare da chi e con quale agenda. Rimane il fatto che la percezione c’è ed è molto forte. I più capaci di verbalizzare le proprie impressioni dicono che nel paese permangono spezzoni del vecchio apparato di potere securitario, politico e finanziario – di cui era un pilastro essenziale proprio il Consiglio supremo delle forze armate, che oggi, in assenza di un presidente, tiene le redini del paese – il cui obiettivo è quello di sabotare la transizione democratica. Per fare questo, tra le altre cose, fomenta le tensioni confessionali.

 

Nella terza settimana di settembre, l’Unione egiziana delle organizzazioni per i diritti umani (Euhro) ha presentato al Consiglio supremo un rapporto dettagliato degli attacchi contro i cristiani da parte degli islamici. Questi attacchi, intensificatisi dalla caduta di Hosni Mubarak in poi, avrebbero già causato, da marzo a settembre, la fuga dall’Egitto di 100mila copti verso l’Europa e l’America del nord. Secondo Gabriel Naguib, direttore dell’Euhro, si potrebbe facilmente arrivare a 250mila entro la fine dell’anno. Se la situazione odierna dovesse continuare, allora le previsioni sono drammatiche: si potrebbe registrare un esodo di cristiani copti superiore a quelli già avuti in Libano, dove, nel volgere di pochi decenni, la comunità cristiana è diventata una sparuta minoranza, e in Iraq, dove la presenza cristiana è passata dall’8 al 2% della popolazione. Non è irrealistico pensare che, nel giro di una decina d’anni, un terzo dei copti possa lasciare il paese. Con l’inizio della “primavera araba”, l’esodo dei cristiani, già paventato dai vescovi presenti al sinodo del Medio Oriente (Roma, 10-24 ottobre 2010) ha avuto una preoccupante accelerazione.

 

 

Verso uno stato confessionale?

A poco – se non a nulla – valgono i richiami dei Fratelli Musulmani a «non esagerare con i numeri» e a non considerare i recenti episodi di violenza come parte di una strategia mirata all’eliminazione della comunità copta. Gli inviti alla calma e alla serenità, del resto, sono un lusso che si può permettere solo chi non ha dovuto seppellire genitori, figli o fratelli. La paura che i copti hanno circa il loro futuro rimane, ed è un fatto che deve essere riconosciuto, messo sul tavolo, affrontato ed esaminato.

 

Non è stata la rivoluzione in sé stessa a creare questa paura. A differenza che in Siria, in Egitto molti cristiani erano scontenti della dittatura. Al punto che, quando Shenouda III, papa della chiesa ortodossa copta e patriarca di Alessandria aveva ordinato ai copti di non partecipare alla rivoluzione di Piazza Tahrir, molti fedeli e vari sacerdoti gli disobbedirono. Moltissimi furono i copti tra gli insorti nella grande piazza cairota.

 

Ad accrescere la preoccupazione dei cristiani è stato, invece, il risultato del referendum costituzionale del 19 marzo, che ha segnato la schiacciante vittoria dei movimenti islamici o filo-islamici. Il timore è che in Egitto ci si stia dirigendo verso uno stato confessionale, in cui la legge islamica viene imposta a tutti, con il conseguente mancato riconoscimento della parità di diritti fra le persone che aderiscono a fedi diverse dall’islam.

 

D’altra parte, chi ha osservato da vicino i recenti eventi, è oggi tentato di chiedersi se non siano i copti i veri nemici di sé stessi. Perché molti di loro non sono andati a votare nel referendum sui proposti emendamenti della costituzione? Alla vigilia delle elezioni parlamentari (previste per il 21 novembre) la domanda è: ripeteranno lo stesso errore, disertando i seggi? Se, ancora una volta, i copti e i musulmani “moderati” si asterranno dall’esprimersi, potrebbero davvero consegnare il paese alla militanza musulmana, che gode di forti appoggi politici e finanziari internazionali.

 

La comunità copta si trova di fronte a una difficile scelta: o lasciarsi prendere dalla paura e dalla rassegnazione e decidere di lasciare il paese per tentare la fortuna altrove; o prendere il coraggio a due mani e decidere di restare dove sono sempre stati, decisi a difendere i propri diritti con fermezza e dignità, senza mai ricorrere alla violenza.

 

 

Difficile sfida

Già prima che cadesse l’ancien régime arabo, la pazienza dei cristiani aveva cominciato a venire meno. Non più disposti a vivere da dhimmi (cioè, da cittadini non musulmani di uno stato governato dalla shari’a, con minori diritti legali e sociali dei musulmani e obbligati al pagamento di tasse in cambio di protezione), i copti avevano cominciato da tempo a far capire che era arrivato il tempo di costruire una società in cui non ci fossero discriminazioni di carattere religioso. Alla rabbia della sua gente, papa Shenouda III ha sempre risposto invitando al perdono e alla pace. Con il trascorrere degli anni, però, si è venuta a creare una frattura fra la linea adottata dalla gerarchia e il sentimento della gente. Oggi questa frattura è più che mai evidente e sono in molti a soffrirne.

 

Ma è proprio a questo livello che la sfida si disegna in maniera chiara. In un paese dove la violenza è aumentata in modo esponenziale, dove polizia ed esercito arrestano persone innocenti, le sbattono in prigione e ve le tengono a lungo senza motivo, e dove la confusione regna sovrana, il dialogo – tanto invocato dalla comunità internazionale – non si riduce più al buon vicinato tra il panettiere copto e il macellaio musulmano. Oggi per i copti d’Egitto la scelta del dialogo interreligioso è durissima. Va rimeditata e voluta. Sapendo che, molto probabilmente, almeno per altro tempo, sarà anche una scelta che costerà caro. Nella loro scelta ci dovrà anche essere la volontà di rispondere al male con il male, di non reagire con violenza agli attacchi dei salafiti e dei militari in borghese. Ce la faranno?

 

Nel pieno dei violenti scontri di inizio ottobre, ho sentito un sacerdote copto predicare su Luca 13,1-9: «Si presentarono a Gesù alcuni a riferirgli di quei galilei il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: “Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”». Commentando il passo evangelico, il sacerdote disse: «Prendendo lo spunto da un fatto di cronaca, Gesù respinge la tradizionale tesi della retribuzione del peccato con un castigo divino, ma ammonisce tutti a pentirsi delle proprie colpe. Sono parole dure, che esigono una scelta molto dura, tanto più se è unilaterale».

 

Non avrei voluto essere nei panni di quel sacerdote. La scelta del dialogo, quando si scontra con la violenza degli estremisti e l’odiosa tiepida indifferenza dei musulmani “moderati”, rimasti a guardare il paese cadere a pezzi (ci sono, ahimè, tanti “mistici” tra di loro!), diventa tanto ardua da rasentare l’eroismo. Ma è l’unica scelta che dà vita. L’unica che un cristiano dovrebbe fare, perché modellata sulla vita di Cristo. È una scelta che va oltre la costruzione di un nuovo Egitto, perché punta a far germogliare nel cuore di ogni persona il Regno di Dio.

 

Si dirà che è facile parlare così. Io per primo, come quel sacerdote, avverto chiaramente che le parole con cui Gesù ci invita alla nonviolenza sono scomodissime, durissime. Posso però testimoniare che molti copti mi hanno dato limpidissime lezioni di vita nelle ultime settimane. Mentre parlavo con loro, esprimendo la mia costernazione per quanto stava accadendo, più di una volta mi sono sentito richiamato alla speranza evangelica. Sulle loro labbra, come un ritornello, sempre le parole di Cristo: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e, dopo questo, non possono più nulla» (Luca 12,4). Una signora mi ha recitato a memoria Paolo: «In tutto siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,8- 10). Ho chinato il capo e ho pregato perché la comunità internazionale non dimentichi i copti.

 


 



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