Sud Sudan / Sudan
Sembra avviata a una soluzione la controversia sul greggio tra Juba (che produce 160mila barili al giorno) e Khartoum (che consente la commercializzazione), grazie anche a un intervento del presidente sudanese el-Bashir.

La questione del petrolio è sempre all’ordine del giorno in Sudan e Sud Sudan. Il greggio più che una opportunità, è sempre stato un problema sia sul piano interno sia nelle relazioni tra i due paesi che hanno avuto momenti di forte tensione anche nei giorni scorsi a causa della crisi petrolifera.

Si deve premettere che il settore si è sviluppato nel decennio precedente la separazione dei due paesi e in modo a dir poco squilibrato. Mentre i pozzi erano tutti nella zona di confine tra il nord e il sud del paese allora unito, le raffinerie e il terminal per la commercializzazione erano, e tuttora sono, tutte al nord. La separazione arrivò prima di aver trovato un accordo sulla gestione della risorsa, strategica per il bilancio di entrambi i paesi. Il negoziato, durissimo, tanto che vide la chiusura dei pozzi sudsudanesi per oltre un anno e lo scoppio di una crisi, quella per i pozzi di Heglig, che avrebbe potuto portare alla guerra tra i due contendenti, si svolse tra due paesi sovrani e decisamente poco in sintonia, per di più con il bilancio dipendente dalla trattativa stessa.

Solo nell’agosto del 2013 venne trovato l’accordo sul prezzo per il trasporto del petrolio sudsudanese al terminal di Port Sudan, dove ancora viene commercializzato nella sua totalità. Il prezzo è notevole in confronto a quello medio usato in altre situazioni simili: per il petrolio prodotto nello stato del Nilo Superiore il Sud Sudan paga 9,10 dollari al barile, per quello prodotto nello stato di Unità, il 20% circa della produzione nazionale, 11 dollari. Questo prezzo però è più che duplicato dalla Transitional Financial Assistance, fino al pagamento, cioè, di una quota pari a 3 miliardi di dollari del valore delle strutture che il Sudan mette a disposizione del vicino.

È chiaro che, con il prezzo del greggio a circa 30 dollari al barile e in discesa, il Sud Sudan rischia di vendere con margini di guadagno risibili: si calcolano circa 5 dollari a barile al netto dei pagamenti al Sudan e di quelli alle compagnie che gestiscono i pozzi, sempre che il prezzo del petrolio non cali ulteriormente.

Attualmente, nonostante il conflitto armato tra il governo e l’opposizione si sia svolto proprio nelle zone petrolifere e che diversi pozzi siano stati danneggiati, il Sud Sudan produce ancora 160.000 barili di greggio al giorno. Per questo era stato chiesto a Khartoum di rinegoziare i diritti di passaggio del greggio sul suo territorio. La situazione è talmente critica che il ministro sudsudanese competente nei giorni scorsi aveva detto che, se la trattativa fosse fallita, sarebbe stato costretto a chiudere i pozzi perché non poteva vendere in perdita.

Forse questa minaccia, frutto per altro di una realistica constatazione, ha finito per sbloccare le discussioni con Khartoum. Fino a ieri, però, i ministri sudanesi competenti erano stati irremovibili. Il ministro delle finanze, Badr al-Din Mahmoud, aveva addirittura dichiarato davanti al parlamento che il Sud Sudan non aveva pagato i prezzi di transito, e dunque il suo governo si era trattenuto l’equivalente in greggio, pratica che in passato aveva portato i due paesi sull’orlo della rottura delle relazioni, e che era poi stata inserita in un più recente accordo di cooperazione. Aveva anche dichiarato che aveva già fatto fare tutti gli accertamenti necessari a far fronte alla chiusura dei pozzi, ventilata da Juba.

Diritti di transito
La situazione è forse stata sbloccata, però, dall’intervento diretto del presidente Omar el-Bashir, che, ieri, avrebbe dato indicazioni di ridurre i diritti di transito in territorio sudanese come sostegno alla ripresa del Sud Sudan dopo due anni di guerra. È ancora presto, però, per dire che cosa succederà davvero. Certamente nessuno dei due paesi ha interesse a scatenare una nuova crisi per il petrolio. L’economia sudsudanese, sempre sussidiata dagli aiuti internazionali, è a pezzi a causa del conflitto, probabilmente non ancora davvero archiviato, con l’opposizione armata. Ma anche l’economia sudanese è in forte crisi e non riesce a riprendersi dallo shock causato dalla separazione del Sud Sudan e dalla conseguente perdita di gran parte della produzione di petrolio.

D’altra parte, il petrolio è sempre stata una risorsa non utilizzata al meglio nei due paesi, tanto per usare un eufemismo. Insieme al prodotto interno lordo, infatti, ha aumentato il tasso di corruzione della classe dirigente. È di ieri la pubblicazione del rapporto Pursuing Transparency in the Sudan’s Oil Industry, del Sudan Democracy First Group (Sdfg) organizzazione della società civile sudanese che lavora in Uganda, che mette in luce la mancanza di trasparenza nel settore che suscita fondati sospetti di corruzione ad ogni livello della catena produttiva e distributiva: dal volume della produzione, all’accuratezza dei rapporti finanziari, alla distribuzione dei proventi ai diversi stati. Ma una situazione simile è riscontrabile anche in Sud Sudan, con l’aggravante che ormai anche la produzione futura è impegnata per pagare i debiti, contratti in particolare per l’acquisto di armi.

Sopra una cartina con le zone interessate dalla disputa petrolifera tra Sudan e Sud Sudan.