Respirare cobalto: il costo umano dell’elettrico nella Rd Congo
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Un report della ONG statunitense Environmental Investigation Agency denuncia l’aumento di malattie respiratorie tra le comunità che vivono vicino alle miniere di cobalto gestite dal gruppo cinese CMOC. Oltre mille casi registrati dal 2023
Respirare cobalto: il costo umano dell’elettrico nella Rd Congo
11 Marzo 2026
Articolo di Redazione
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Una veduta del complesso industriale di Tenke Fungurume Mining. Foto: EITI / via Flickr

La corsa globale alle auto elettriche passa anche dalla Repubblica democratica del Congo, che detiene oltre il 70% delle riserve mondiali di cobalto, metallo essenziale per le batterie. Ma l’espansione delle attività minerarie nel sud-est del paese potrebbe avere conseguenze dirette sulla salute delle comunità locali.

A denunciarlo è un report pubblicato dalla ONG con base a Washington, l’Environmental Investigation Agency (EIA), frutto di oltre tre anni di indagini sul campo. L’organizzazione documenta un aumento delle patologie respiratorie tra le popolazioni che vivono nei pressi degli impianti minerari nella provincia di Lualaba, a Fungurume, nota anche come la ‘’città mineraria’’. 

Quest’ultima era già finita al centro di polemiche nel 2021, quando un’inchiesta del The Guardian aveva riportato le denunce dei minatori rispetto a condizioni schiavistiche.

Il mercato esige

La Rd Congo ha prodotto 200mila tonnellate di cobalto nel 2024. A estrarle è stata l’azienda Cinese CMOC, che a Lualaba, vanta una concessione di 1.500 km².

Negli ultimi anni la crescente richiesta di batterie ha portato all’espansione degli impianti minerari di Fungurume. Nel 2023, il complesso industriale, grande quanto circa 500 campi da calcio, ha più che raddoppiato la capacità di lavorare la terra grezza da cui estrae rame e cobalto. Il suo output totale è passato da 27mila tonnellate al giorno a 57mila.  

L’eccesso di offerta sul mercato globale ha contribuito al calo dei prezzi del cobalto, spingendo il governo congolese a sospendere temporaneamente le esportazioni tra febbraio e ottobre 2025.

Vivere accanto alle miniere

Secondo il report, l’attività estrattiva ha impattato negativamente sulla salute della popolazione residente nelle zone vicine al complesso industriale, in particolare nel quartiere di Manomapia, situato a soli 500 metri dagli impianti.

Dal 2023 a oggi si contano oltre 1.200 casi di problemi respiratori attribuiti alla presenza nell’aria di diossido di zolfo (SO₂), gas rilasciato nei processi di lavorazione del minerale.

I residenti lamentano un aumento di sintomi come sanguinamento dal naso, irritazioni agli occhi e bronchiti. In alcuni casi, secondo le testimonianze raccolte nel report, le complicazioni respiratorie avrebbero causato anche la morte di bambini.

I referti medici indicano che i problemi respiratori, inizialmente limitati ai più piccoli, si sono progressivamente diffusi anche tra adolescenti, adulti e anziani.

«La frequenza dei casi è aumentata molto», racconta un medico locale citato nel report. «Nei quartieri attorno alla clinica tutti lamentano gli stessi sintomi. Nel 2023 e nel 2024 abbiamo curato un numero di pazienti molto più alto rispetto agli anni precedenti».

Cmoc respinge però le accuse. In una dichiarazione riportata nel report, l’azienda afferma che «le accuse che stabiliscono un nesso causale tra l’espansione dell’impianto e le conseguenze sanitarie non sono supportate dai dati e dalle analisi in possesso della miniera di Tenke Fungurume».

I dubbi sugli studi sulle emissioni

In risposta alle accuse dell’EIA, CMOC ha commissionato uno studio alla società sudafricana Skyside, secondo cui le emissioni degli impianti rientrerebbero nei limiti previsti dalla normativa.

La ONG contesta però la metodologia utilizzata, sostenendo che le misurazioni siano state effettuate con criteri insufficienti e basate su stime giornaliere poco affidabili. Critiche condivise anche da alcuni esperti indipendenti consultati durante l’inchiesta.

Un monitoraggio indipendente della qualità dell’aria, condotto tra settembre 2024 e gennaio 2025, ha registrato in diverse occasioni livelli di SO₂ superiori ai limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dagli standard sudafricani per la qualità dell’aria.

Il 28 settembre 2024, ad esempio, la concentrazione di diossido di zolfo ha raggiunto 0,7 ppm per oltre 40 minuti, mentre la soglia raccomandata è di 0,191 ppm per un massimo di 10 minuti.

Sfollamenti e compensazioni contestate

Il report denuncia inoltre lo sfollamento di oltre 12mila persone dal 2022, avvenuto in tre diverse ondate legate all’espansione delle attività minerarie.

Gli sfratti hanno riguardato le località di Kabambwa (circa 3.000 persone), Kalweji (4.500) e Manomapia (circa 5.000).

Secondo la legislazione congolese, le persone coinvolte dovrebbero ricevere un risarcimento adeguato al valore delle abitazioni e la garanzia di una nuova sistemazione. Tuttavia l’EIA riporta le denunce di molti residenti riguardo compensazioni troppo basse e l’assenza di un reale supporto nella ricerca di una nuova casa.

Dalla Cina all’Europa: la filiera del cobalto

La maggior parte del cobalto estratto da CMOC – circa il 67% – è destinata alla Cina, che produce tre quarti delle batterie mondiali e gran parte dei componenti utilizzati nelle batterie agli ioni di litio.

Una parte del minerale resta nel continente africano, con esportazioni verso paesi come Eswatini, Tanzania e Sudafrica.

Circa il 4% della produzione finisce invece in Europa, in particolare in Finlandia, per poi entrare nella filiera di diversi produttori automobilistici, tra cui Bmw, Mercedes-Benz, Volkswagen e il gruppo Stellantis.

Contattate dall’EIA, alcune di queste aziende hanno riconosciuto di utilizzare cobalto proveniente dalle miniere congolesi, affermando però di aver avviato controlli interni per verificare che le attività estrattive rispettino gli standard ambientali e sociali previsti dalle norme internazionali.

Le richieste dell’ONG

Alla luce dei risultati dell’indagine, l’EIA chiede a CMOC di risarcire le comunità colpite e di sospendere temporaneamente la produzione fino alla riduzione delle emissioni di diossido di zolfo.

L’azienda respinge le accuse, sostenendo di aver rispettato tutte le normative ambientali e di aver gestito correttamente i programmi di rilocazione dei residenti, ma si dice disponibile a un confronto con le organizzazioni interessate.

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