Roger Lumbala, ex capo di una milizia ribelle ed ex ministro della Repubblica democratica del Congo dal 2003 al 2005, è stato condannato a 30 anni di detenzione da un tribunale penale di Parigi con l’accusa di complicità in crimini contro l’umanità.
Lumbala era stato arrestato a Parigi nel 2021. Il processo si è svolto secondo le leggi francesi, che consentono ai tribunali nazionali di perseguire gravi crimini internazionali commessi all’estero.
Di cosa era accusato Lumbala
La Seconda Guerra del Congo si è svolta fra il 1998 e il 2003, coinvolgendo nove paesi e provocando la morte di oltre 5 milioni di persone, molte delle quali per fame e malattie.
Le accuse a Lumbala si riferiscono a un’operazione militare nota come “Effacer le tableau” (Cancellare la lavagna), condotta nel 2002-2003 nell’area nord-orientale del paese dal Movimento per la liberazione del Congo (MLC) dell’attuale vicepresidente Jean-Pierre Bemba e dal Raggruppamento per la democrazia nazionale congolese (RCD-N), un gruppo sostenuto dall’Uganda e guidato all’epoca da Lumbala.
I pubblici ministeri avevano inizialmente chiesto l’ergastolo per il sessantaquattrenne Lumbala, che ha dieci giorni di tempo per presentare ricorso.
Le violenze
Le atrocità commesse dal gruppo capeggiato dall’ex ministro sono avvenute in particolare contro le minoranze pigmee di popolazione nande e bambuti, nel Congo nord e centro-orientale (Ituri e Nord Kivu), accusate di favorire una milizia locale avversaria.
Secondo vari rapporti delle Nazioni Unite, i crimini commessi dai ribelli di Lumbala includono torture, esecuzioni, stupri, lavori forzati, saccheggi e schiavitù sessuale su larga scala, compiuti con l’intento di controllare il ricco territorio e annientare le popolazioni native.
Presente solo nel primo giorno del processo e in occasione del verdetto, Lumbala ha dichiarato che il tribunale francese non aveva alcuna legittimità per processarlo e ha evitato peraltro di ascoltare l’impressionante testimonianza di molte persone, oltre 60, vittime o testimoni delle violenze.
Dopo i crimini, il potere
Nonostante i crimini commessi, dopo la guerra Lumbala ha fatto parte di un governo di transizione in qualità di ministro del Commercio estero, fra il 2003 e il 2005.
Un destino il suo, condiviso da diversi altri leader di gruppi armati che si sono macchiati delle peggiori atrocità durante il conflitto. Diversi sono gli ex capi ribelli che non hanno risposto dei loro crimini e che anzi hanno ricoperto posizioni di rilievo nell’esercito o nel governo dopo aver partecipato alle ostilità.
Un fatto questo, che secondo vari analisti ha contribuito in Rd Congo ad alimentare violenze ricorrenti e a minare la fiducia nello stato.
Il governo di Kinshasa aveva emesso un mandato di arresto contro Lumbala nel 2011 per il suo presunto sostegno alla milizia filo-rwandese M23, a capo di un’offensiva tuttora in corso in Nord e Sud Kivu, e questo lo aveva spinto a fuggire in Francia.
L’attivista: «Gran bella notizia, ma non deve finire qui»
La notizia della condanna dell’ex capo ribelle è stata accolta con soddisfazione dalla società civile congolese, determinata da tempo a mettere fine all’impunità che segna lo scenario politico del paese. Steward Muhindo è un attivista di Lucha, uno dei principali movimenti sociali congolesi.
Parlando con Nigrizia, afferma che la sua organizzazione «è lieta della condanna di Roger Lumbala da parte della giustizia francese. Mentre gli autori di crimini gravi commessi negli ultimi 30 anni nel paese restano generalmente impuniti – spiega Muhindo -, questa condanna è un promemoria che, prima o poi, dovranno rispondere delle loro azioni».
Un elemento fondamentale questo, secondo l’attivista, dato che «l’impunità è da considerarsi una delle cause profonde della permanente insicurezza in Rd Congo e della continuazione dei crimini che stiamo vivendo attualmente.
Ci auguriamo che azioni giudiziarie di questo tipo proseguano in molti altri paesi – afferma Muhindo – e, soprattutto, che venga istituito un tribunale penale internazionale sulla Rd Congo affinché nessun carnefice sfugga alla giustizia».
Kinshasa dorme tranquilla
Se la sentenza che ha riguardato Lumbala è stata pronunciata a Parigi, l’eco si è fatto sentire anche a Kinshasa. L’ex capo ribelle è stato a lungo vicino al vice presidente Bemba. Sollecitato sulle possibili ripercussioni sul governo congolese, Muhindo dice però di non credere che «questa condanna possa avere alcun impatto sull’esecutivo di Kinshasa».
L’attivista spiega: «Jean-Pierre Bemba, che è collegato ai crimini per i quali è stato condannato Lumbala, è un potente alleato del governo e non penso che il presidente Tshisekedi sia così attento alla giustizia da arrestarlo e consegnarlo alla magistratura.
Tuttavia, dovrebbe farlo – specifica Muhindo – per dimostrare il suo impegno nella campagna per il riconoscimento del genocidio congolese che la società civile porta avanti da anni e alla quale si è recentemente unito».
Un riferimento questo, alle dichiarazioni del capo dello stato dei mesi scorsi a favore del riconoscimento formale del cosiddetto Genocost, il termine con cui movimenti congolesi e della diaspora definiscono lo sterminio delle popolazioni del paese nel saccheggio delle sue materie prime.
Il ruolo dell’Europa
C’è un ultimo elemento che merita di essere affrontato nella condanna di Lumbala. Il fatto che la sentenza venga dalla giustizia francese non è certo passato inosservato, e anzi è stato anche impugnato dalla difesa dell’ex comandante ribelle, che ha lamentato un attacco alla sovranità di Kinshasa.
Anche su questo, Muhindo ha le idee chiare: «Il fatto che questa condanna provenga dalla Francia è una buona notizia. La Francia (e l’Europa in generale) è scelta spesso come tranquillo rifugio dagli autori dei crimini commessi in Rd Congo. Tuttavia – aggiunge però l’esponente di Lucha -, va notato che Parigi resta purtroppo molto selettiva rispetto a chi perseguire e chi no. L’attuale portavoce dell’M23, Laurence Kanyuka, coinvolto in gravi crimini, risiede in Francia e detiene persino una società mineraria con sede nel paese europeo».
Da qui, un appello di Muhindo. «Sarà necessario processare molti altri autori di crimini gravi per dissuadere i signori della guerra. Sarebbe auspicabile che altri paesi europei facciano come la Francia». Ma torna il nodo di un Tribunale penale internazionale speciale: «Istituire una corte del genere – spiega l’attivista – permetterebbe alla giustizia sulle violenze in Rd Congo di non dipendere dagli interessi politici dei diversi stati europei».