Quella del Congo è, dopo l’Amazzonia, la foresta più grande del mondo: 1,352,070 chilometri quadrati, il 6% delle foreste tropicali nel mondo, il 47% dell’area forestale africana, un patrimonio da preservare per la particolare varietà di fauna e flora.
Proprio pochi giorni prima della conferenza sulla “Gestione sostenibile delle foreste della Repubblica Democratica del Congo”, che si è appena conclusa a Bruxelles, Greenpeace ha lanciato un pesante allarme: 21 milioni di ettari di foresta congolese , riparo per bonobo, elefanti africani e ippopotami, e per le comunità dei pigmei Twa e Bantu sono a rischio. Quest’area, grande quasi sette volte il Belgio è presa di mira da imprese senza scrupolo che aggirano la legge locale per abbattere illegalmente gli alberi e ottenere il pregiato wengè, un legno importato in Italia e in Europa, utilizzato soprattutto per la produzione di pavimenti.

Dito puntato soprattutto contro la ITB (Industrie de Transformation de Bois), attiva vicino a Bikoro, nella provincia equatoriale, parte della regione del Lake Tumba, che starebbe violando la moratoria approvata dal governo congolese nel 2002, che regola lo stanziamento, l’estensione e il rinnovo dei permessi per lo sfruttamento della foresta e impone un piano di gestione per il ripristino degli alberi tagliati.

La ITB dispone di due autorizzazioni che le permetterebbero di abbattere quasi 300 mila ettari di foresta, ma entrambi i permessi sono stati emessi dopo l’approvazione della moratoria, e sarebbero quindi fuorilegge. Inoltre, in base alla documentazione presentata da Greenpeace, l’impresa non starebbe applicando nessun piano di gestione responsabile delle foreste.
 
Il corpo forestale congolese è molto ridotto e non ha i mezzi per monitorare in maniera efficace tutta la zona dove le industrie lavorano. A Bruxelles, Greenpeace, WWf, movimenti della società civile congolese e Ong hanno chiesto di cancellare tutti i diritti di proprietà permessi concessi dalla moratoria e di estendere la moratoria stessa per fermare la distruzione delle foreste.
 
Da Bruxelles, la parola ora è passata al governo congolese, rinnovato l’anno scorso, che potrebbe sfruttare questa opportunità per mettere in pratica una politica di  gestione del suo patrimonio forestale in accordo con le convenzioni internazionali.