Rd Congo / Verità rivelate
Le rivelazioni si moltiplicano e si intrecciano in Repubblica democratica del Congo. Mentre il paese affronta un periodo di incertezza politica, scontri interni nel Kasai e in Nord Kivu, e una grave crisi economica, due rapporti mettono in causa la gestione degli affari dello Stato. Solito copione: “corruzione e malaffare”. Intanto il clan di Kabila si arricchisce sempre di più.

Nella Repubblica democratica del Congo (Rdc) un quinto dei proventi del settore minerario viene sottratto alle casse statali a causa della tossica combinazione di corruzione e appropriazione indebita all’interno dei principali enti pubblici preposti. Tra il 2013 e il 2015, circa 750 milioni di dollari destinati al Tesoro pubblico sono spariti nel nulla, ma potrebbero arrivare fino a 1 miliardo e 300 mila, se si aggiungesse anche il mancato gettito fiscale delle province e di altri enti collegati.

A rivelarlo è un’indagine resa pubblica venerdì dall’organizzazione non governativa britannica Global Witness (GW) che ha analizzato i dati dell’Extractive industries transparency initiative (Eiti). Secondo gli investigatori britannici, l’ingente somma di denaro si è dispersa all’interno di una vasta rete corruttiva che sarebbe anche legata al presidente congolese Joseph Kabila.
Mentre per anni GW e altre ong hanno documentato come le rendite del settore venissero dirottate verso compagnie offshore, questa volta è stato scoperto che anche molte delle royalty pagate alle imprese pubbliche, spariscono in un buco nero prima di raggiungere le casse dello Stato. Il colpevole principale di questa emorragia è la compagnia mineraria pubblica Gécamines.

Voragine Gécamines

Questo gigante in crisi finanziaria, nazionalizzato dopo l’indipendenza del paese nel 1960, ha relazioni d’affari con le più importanti compagnie minerarie internazionali. Riceve infatti ogni anno oltre 100 milioni di dollari da compagnie private, ma solo una piccola percentuale di questa somma arriva effettivamente nelle casse statali. Basti pensare che nel 2014, secondo i dati dell’Eiti, Gécamines ha pagato solo 15 milioni di dollari di tasse, a fronte di un guadagno di 265 milioni dichiarato dal governo.

E dove vanno a finire tutti questi soldi? Difficile da stabilire, perché i conti della compagnie non sono pubblici. Tutto ciò che si può fare è consultare i documenti bancari, che contengono numerosi “versamenti sospetti”. Ecco alcuni esempi: la compagnia avrebbe effettuato pagamenti destinando, tra novembre 2015 e giugno 2016, circa 95 milioni di dollari a conti presso banche private come la gabonese BgfiBank, il cui dirigente, Francis Selemani Mtwale, sarebbe vicino al presidente Kabila. Poi c’è la restituzione di “ingenti prestiti” che la Gécamines avrebbe ottenuto da una delle compagnie del gruppo DGI (Dan Gertler International) dell’israeliano Dan Gertler, altro amico stretto di Kabila.

Tutto questo non stupisce gli investigatori britannici che infatti denunciano la presenza di una “dirigenza corrotta con l’abitudine di aggrapparsi al potere”. Il riferimento è ad Albert Yuma Mulimbi, direttore della Gécamines dal 2010 e dirigente della Federazione delle imprese congolesi (Fec). La GW lo accusa di aver supervisionato questi “dubbi” versamenti, creando complessi circuiti finanziari offshore e di aver anche  indebitato l’azienda. Guarda caso anche Yuma è un uomo vicinissimo a Kabila.

Bloomberg, il GRG e l’impero Kabila

Qualche tempo prima del rapporto di GW è stata l’agenzia finanziaria Bloomberg a mettere in piazza altri segreti sul malaffare congolese, stavolta coinvolgendo direttamente la famiglia Kabila. Da quando è al potere, prima con il padre Laurent Désiré e ora con Joseph, il nucleo si è arricchito sempre di più. In particolare il fratello del capo dello Stato, Zoé.

Quest’ultimo ha creato o acquistato partecipazioni in almeno 12 società con diversi milioni di capitali, quasi mai apparendo con il suo vero nome. Si tratta di aziende che operano e investono in numerosi settori: estrazione mineraria (Zoé farebbe affari con la canadese Ivanhoé e la Nzuri Copper Ltd.), costruzioni (con la Number One Contracting), turismo, allevamento, fast-food e aviazione (attraverso la Cosha Investment) fino ad arrivare persino alla stampa delle patenti di guida.

Quella di Bloomberg è stata solo l’anticipazione di un’indagine molto più vasta condotta dal Congo Research Group (GRG) in collaborazione con il Pulitzer Center che ha ricostruito l’impressionante rete d’affari di tutto il clan presidenziale e associati. Una piovra economica che ha esteso i suoi tentacoli in tutti i settori del paese, attraverso quasi 80 aziende o società domiciliate in Rdc o all’estero, attraverso le quali passano milioni di dollari. Oltre ai settori citati parlando di Zoé, ci sarebbero anche 71.000 ettari di terreni agricoli, una miniera di diamanti al confine con l’Angola e azioni della compagnia telefonica Vodacom. Molte delle attività sarebbero intestate ai due figli di Kabila e a sua moglie Marie-Olive Lembe.

Crisi economica, conflitti e caos politico

Queste rivelazioni emergono in un momento molto delicato. L’economia congolese è allo stremo, con un’inflazione al 50% in aumento, tanto che di recente il primo ministro si è appellato ai donatori internazionali chiedendo aiuti. Kinshasa sostiene che il motivo sia il crollo dei prezzi delle materie prime, che costituiscono oltre l’80% dei proventi delle esportazioni, ma in pochi sono disposti a crederci. Anche perchè il paese nel frattempo è diventato il primo produttore di rame del continente. Dal 2012 il Fondo monetario internazionale non rinnova il suo programma di aiuti proprio a causa della mancanza di trasparenza nel settore minerario. Kabila, intanto, compra animali per arricchire le sue riserve di Kingakati e Matemba.

Qui si può consultare il grafico dello studio “Les richesses du Président” del CRG con la rete di compagnie, affari, organizzazioni e beni della famiglia Kabila.