Norvegia, accusa di corruzione alla famiglia di Sassou Nguesso
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Presunti pagamenti illeciti per 25 miliardi di dollari
Congo: dalla Norvegia accuse di corruzione alla famiglia del presidente
Oslo incrimina una compagnia petrolifera e due dirigenti norvegesi in affari con il "clan" di Denis Sassou Nguesso. Un caso che riaccende i riflettori su decenni di opacità nel settore petrolifero congolese
27 Gennaio 2026
Articolo di Redazione
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Le autorità giudiziarie norvegesi hanno formalmente incriminato due cittadini norvegesi e una società del gruppo petrolifero Petronor con l’accusa di corruzione aggravata internazionale.

Al centro dell’inchiesta ci sono presunti pagamenti illeciti per circa 25 milioni di dollari destinati al presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso, e a membri della sua famiglia, in cambio dell’ottenimento di una licenza petrolifera offshore.

L’annuncio è arrivato da Økokrim, l’unità speciale norvegese per la lotta ai reati economici e ambientali, e riguarda Hemla Africa Holding, controllata indiretta di Petronor E&P, attiva nel settore petrolifero africano, insieme ai co-fondatori Knut Soevold e Gerhard Ludvigsen.

Il meccanismo della presunta corruzione

I fatti risalgono al 2016, quando una joint venture guidata da Hemla Africa Holding ottenne una licenza per lo sfruttamento del giacimento petrolifero PNGF Sud, situato in acque poco profonde a circa 25 chilometri dalla costa congolese. Secondo l’accusa, l’operazione si sarebbe basata su una struttura societaria progettata per trasferire valore economico alla famiglia presidenziale.

MGI International, società controllata dalla famiglia di Sassou Nguesso, avrebbe ricevuto una quota del 25% in Hemla E&P Congo, la società locale creata per gestire il progetto, mentre il restante 75% sarebbe rimasto in mano norvegese. Tra il 2018 e il 2024, MGI avrebbe incassato dividendi per quasi 25 milioni di dollari, oltre ad altri pagamenti paralleli alla richiesta della licenza.

Tangenti mascherate

Per gli investigatori norvegesi, questa non sarebbe stata una semplice partnership commerciale, ma uno strumento per mascherare tangenti destinate al vertice politico congolese. L’accusa parla di “corruzione ad alto livello”, una delle forme più gravi previste dalla legislazione norvegese.

L’indagine è partita dopo la segnalazione di una transazione bancaria sospetta da parte della polizia di Monaco, con il sostanziale supporto di Francia e Stati Uniti. Nel corso delle indagini, Økokrim ha esaminato flussi di denaro, strutture societarie e accordi contrattuali legati allo sfruttamento del giacimento.

Accuse respinte

Petronor e i due dirigenti contestano categoricamente l’incriminazione. La società ha dichiarato che la collaborazione con partner locali è una pratica comune nel settore petrolifero internazionale, soprattutto in paesi dove la partecipazione nazionale è spesso richiesta dalle autorità. Secondo la difesa, non vi sarebbe stata alcuna intenzione corruttiva, ma solo accordi commerciali legittimi stipulati “a condizioni commerciali e per considerazioni puramente commerciali”.

Il procedimento è ancora in fase iniziale e, secondo il diritto norvegese, gli imputati sono da considerarsi innocenti fino a sentenza definitiva. La Norvegia non ha giurisdizione sulle persone che hanno ricevuto i pagamenti, pertanto non è stata presa in considerazione alcuna responsabilità penale da parte loro.

Un presidente nell’occhio del ciclone

Per Denis Sassou Nguesso, al potere in Congo per gran parte degli ultimi quarant’anni, questa non è la prima volta che il suo nome emerge in inchieste internazionali sulla corruzione. Il presidente, salito al potere per la prima volta nel 1979, ha governato fino al 1992, per poi tornare in carica nel 1997 dopo una guerra civile.

Nel corso degli ultimi due decenni, Sassou Nguesso e membri della sua famiglia sono stati ripetutamente citati in inchieste giornalistiche e procedimenti giudiziari internazionali che riguardano presunta corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici e partecipazioni occulte in società straniere, in particolare nel settore petrolifero.

Inchiesta biens mal acquis

Uno dei filoni più noti è quello dei biens mal acquis (beni mal acquisiti), avviato in Francia a partire dagli anni Duemila su impulso di ONG come Transparency International e Sherpa. Le denunce sostenevano che ingenti patrimoni immobiliari e beni di lusso detenuti all’estero da dirigenti africani fossero stati acquistati con fondi pubblici sottratti ai rispettivi stati. Sebbene alcune azioni giudiziarie siano state archiviate o dichiarate irricevibili per ragioni procedurali, il caso ha contribuito a consolidare l’immagine di forte opacità nella gestione delle risorse statali congolesi.

Gli affari del figlio

Una parte rilevante delle accuse riguarda i figli del presidente, in particolare Denis Christel Sassou Nguesso, che ha ricoperto ruoli chiave negli organismi statali legati al petrolio. Secondo inchieste di ONG e procure straniere, egli avrebbe incassato decine di milioni di dollari attraverso società offshore e contratti considerati fittizi, collegati alla commercializzazione del greggio congolese. Negli Stati Uniti, la giustizia ha avviato procedimenti civili per il sequestro di beni immobili riconducibili a Denis Christel, ipotizzando il riciclaggio di fondi di origine pubblica.

Il nome di Sassou Nguesso è inoltre emerso in inchieste giornalistiche globali sui paradisi fiscali, come i Pandora Papers, che hanno segnalato l’esistenza di società offshore e asset detenuti all’estero riconducibili alla sua cerchia familiare.

ENI e i rapporti opachi con il Congo

Anche l’Italia e l’ENI sono finite al centro di interrogativi sui legami tra il potere politico congolese e ambienti imprenditoriali europei. Nel 2021, come scrisse all’epoca Avvenire, la multinazionale italiana aveva pagato una sanzione di 800mila euro e un risarcimento di 11 milioni di euro, dopo la riqualificazione del reato, passato da “corruzione internazionale” a “induzione indebita internazionale”.

Al centro dell’inchiesta vi erano alcune licenze ottenute per pompare petrolio dai pozzi di “Marine VI e VII”, nella Repubblica del Congo. ENI, secondo l’accusa, avrebbe ceduto quote di giacimenti petroliferi a una società privata congolese, riconducibile a politici di primo piano a Brazaville, al fine di ottenere il rinnovo delle licenze petrolifere.

L’indagine era nata nel giugno del 2015 da un esposto presentato da Re:Common insieme a Global Witness.

Secondo inchieste giornalistiche basate su documenti giudiziari e carte societarie, la moglie di Descalzi sarebbe stata coinvolta in società offshore, registrate in giurisdizioni a fiscalità agevolata, insieme a persone appartenenti alla cerchia familiare del presidente congolese, in particolare una delle figlie. Le società avrebbero operato formalmente in settori diversi dall’estrazione petrolifera, ma la loro esistenza è stata ritenuta significativa per il contesto politico ed economico in cui maturavano.

Sia ENI sia Claudio Descalzi hanno sempre respinto ogni accusa, affermando che non esistono rapporti impropri tra il gruppo petrolifero e la famiglia Sassou Nguesso, e che le attività private dei familiari del management non hanno alcuna influenza sulle decisioni aziendali. È importante sottolineare che non esistono condanne penali definitive né a carico di Descalzi né di sua moglie per questi fatti.

Un sistema sotto accusa

Il caso norvegese si inserisce in un quadro più ampio che riguarda la trasparenza nel settore estrattivo africano e il ruolo delle aziende occidentali nei paesi ricchi di risorse naturali ma con istituzioni fragili. Il Congo, dove il controllo delle risorse petrolifere è fortemente accentrato attorno alla presidenza, rappresenta uno dei casi più emblematici di dipendenza dalle rendite petrolifere e di debolezza dei meccanismi di controllo democratico.

Nel complesso, Denis Sassou Nguesso non è mai stato condannato da un tribunale internazionale o nazionale per corruzione, ma il suo lungo potere è stato costantemente accompagnato da accuse di gestione personalistica dello stato e delle risorse petrolifere. Le recenti incriminazioni in Norvegia riaccendono l’attenzione su un sistema di relazioni economiche e politiche che, secondo molti osservatori, ha permesso per decenni una profonda commistione tra affari privati e potere pubblico nel Congo.

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