Dialogo col presidente Felix Tshisekedi, ma con ultimatum.
I principali leader delle opposizioni della Repubblica democratica del Congo hanno deciso di sospendere una manifestazione che era stata indetta per oggi, 22 luglio, nella capitale Kinshasa per protestare contro un disegno di riforma costituzionale voluto dal capo dello stato.
I dirigenti hanno invece acconsentito a partecipare a un Dialogo nazionale inclusivo indetto nei giorni scorsi da Tshisekedi, pur dettando delle condizioni: qualora l’assemblea convocata dal presidente non dovesse partire entro il 15 agosto, le opposizioni si riservano il diritto di tornare a scendere in piazza.
La decisione del fronte contrario al governo, riunito in una coalizione denominata C64, è giunta al termine di un incontro con i rappresentanti delle maggiori confessioni religiose del paese, ovvero le figure a cui il presidente Tshisekedi ha assegnato il compito di mediare nei negoziati.
L’idea di un dialogo nazionale è del resto promossa da tempo dai leader religiosi e lo stesso annuncio del capo dello stato ha fatto seguito a un confronto con le autorità spirituali.
La creazione di una piattaforma di confronto di questo tipo è stata richiesta a lungo anche da opposizioni e società civile. L’iniziativa potrebbe rappresentare un punto di svolta nella ormai sempiterna crisi politica che attraversa l’Rd Congo o tradursi nell’ennesimo, sterile dialogo nazionale della storia recente del paese.
Quel che è certo è che parte subito con un enorme punto interrogativo. Non è chiaro infatti se e come il dialogo nazionale darà modo di discutere di quella che appare come la priorità assoluta delle opposizioni: la rinuncia da parte del presidente di un disegno di riforma della Costituzione che creerebbe le condizioni per l’elezione per un terzo mandato, al momento non previsto dall’ordinamento congolese.
Un disegno di legge che potrebbe aprire a questa eventualità è stato approvato il mese scorso in Senato e aspetta solo di essere firmato dal capo dello stato.
La guerra nell’est
Più in generale, queste negoziazioni appaiono piene di incognite. Anche perché il tema più urgente per tutti resta l’avanzata dell’M23 e del Rwanda suo alleato nell’est del paese.
La milizia, sostenuta appunto da Kigali ma anche da un’alleanza politica di dissidenti congolesi nota come Alleanza del fiume Congo (AFC), occupa da gennaio 2025 ampie fette di territorio di Nord e Sud Kivu – province orientali ricche di giacimenti di coltan, oro e stagno – compresi i due capoluoghi Goma e Bukavu.
Se sicurezza nazionale e diritti politici dialogheranno o si sconteranno, non è ancora dato sapere. Per dipanare la matassa urge comunque andare per gradi.
La mobilitazione contro il terzo mandato, tra corsi e ricorsi storici
La C64 nasce lo scorso maggio con l’esplicito obiettivo di arginare una possibile modifica della Costituzione da parte del presidente.
Il nome esteso dell’alleanza – Coalizione articolo 64 per la difesa dell’ordine costituzionale -, prende infatti il nome dall’articolo della Carta fondamentale che stabilisce che ogni cittadino congolese ha il dovere di opporsi ai tentativi di sovvertire l’ordinamento del paese.
Il blocco è composto da alcuni tra i volti più noti delle opposizioni congolesi: gli ex candidati alla presidenza Martin Fayulu (ECiDé), Jean-Marc Kabund (Alleanza per il Cambiamento), Moïse Katumbi (Insieme per la Repubblica) e l’ex primo ministro Augustin Matata Ponyo (LGD) e Delly Sesanga (Envol).
Questa iniziativa non è certo una prima assoluta nella storia del paese. Già nel 2016 un’organizzazione simile si oppone al tentativo di ottenere un terzo mandato dell’allora presidente Joseph Kabila, in carica dal 2001.
Alcuni protagonisti di quella mobilitazione sono gli stessi di oggi, come Fayulu e Katumbi, all’epoca governatore della importante regione mineraria del Katanga. Almeno fino alla sua morte nel febbraio 2017, il leader dell’alleanza è Etienne Tshisekedi, padre dell’attuale presidente.
Il figlio gli succede come candidato delle opposizioni al voto del dicembre 2018, che il fronte contrario a Kabila riesce a ottenere dopo una battaglia lunga e segnata dalla morte di decine di dimostranti.
Segue l’inizio dell’era Tshisekedi, prima con un voto controverso e l’accusa di un accordo sottobanco con Kabila, nel 2018, e poi con la riconferma del 2023, schiacciante nelle percentuali (73% dei voti per il presidente) ma pure segnata dalle accuse di brogli e irregolarità.
La C64 è quindi servita anche a ricompattare delle opposizioni frammentate e ancora stordite da un percorso tanto difficile e, in ultima istanza, fallimentare.
È chiaro che l’impressione di una ipotetica “chiusura del cerchio” deve aver giocato un ruolo nel ridestare la mobilitazione: quel Tshisekedi che è emerso proprio dalla lotta contro Kabila e che si è consolidato in modo sempre più autoritario oggi cerca lui stesso un terzo mandato.
Un orizzonte sempre più vicino
Fino a poco tempo l’eventualità che il presidente volesse prolungare il periodo al potere oltre il limite sancito dalla Costituzione era solo un’ipotesi, circolata sui media e tra i corridoi di palazzo.
Tshisekedi ha poi ammesso di essere pronto a un terzo mandato “qualora il popolo lo volesse” e ha sollevato diversi dubbi sulla possibilità di poter svolgere elezioni nel 2028, anno in cui termina la sua presidenza, per ragioni di sicurezza.
Contemporaneamente, il Parlamento ha iniziato a discutere una legge che amplia in modo piuttosto vago lo spettro dei temi sottoponibili al vaglio del referendum costituzionale.
L’impressione di analisti e oppositori è che la maggioranza voglia ritrovarsi carta bianca per manomettere tramite plebiscito popolare quell’articolo 220 della Costituzione che a oggi impedisce di modificare il numero dei mandati del capo dello stato.
La bozza di provvedimento è stata approvata all’unanimità dal Senato e per diventare legge manca solo della firma del presidente.
La C64 ha iniziato a protestare contro la manovra della maggioranza il mese scorso e il 12 giugno una manifestazione è stata repressa con violenza a Kinshasa. Alcuni leader del blocco, come Fayulu, sono rimasti feriti.
L’alleanza delle opposizioni ha quindi convocato una nuova protesta per l’8 luglio, alzando la posta e chiedendo le dimissioni di Tshisekedi. Anche questa manifestazione è stata però posticipata dopo un incontro tra rappresentanti del C64 e il presidente del Burundi Évariste Ndayishimiye, che è anche presidente di turno dell’Unione Africana.
Il capo dello stato ha invitato gli esponenti della coalizione a Bujumbura per una mediazione pochi giorni dopo aver incontrato Tshisekedi a Kinshasa. Una circostanza che ha fatto aumentare i dubbi sull’imparzialità del leader burundese, già alleato del governo nel conflitto nell’est.
Il viaggio in Burundi ha comunque prodotto dei risultati, con la posticipazione delle proteste al 22 luglio.
Il nuovo congelamento delle manifestazioni è stato reso noto ieri. Anche in questo caso va rapidamente riavvolto il nastro.
Venerdì scorso, 17 luglio, l’arcivescovo di Kinshasa, il cardinale Fridolin Ambongo, ha annunciato la decisione del presidente di avviare a un dialogo nazionale inclusivo dopo un incontro con i leader religiosi.
Oltre ai vertici della Chiesa cattolica, hanno preso parte all’incontro anche i rappresentanti delle Chiese protestanti, di una delle maggiori organizzazioni evangeliche, la Chiesa di Cristo in Congo (ERC) e della comunità musulmana.
La presidenza ha poi confermato con un tweet in cui si parla di “un dialogo nazionale inclusivo, sereno e risolutamente repubblicano, volto a rafforzare la coesione nazionale nel rispetto delle istituzioni e della Costituzione”.
Mancano ancora i dettagli, compresa la modalità con cui l’organizzazione dell’iniziativa si tramuterà in un decreto presidenziale, ma la sostanza sembra esserci. Pochi giorni dopo questo annuncio, i vertici della Conferenza episcopale nazionale del Congo (CENCO) e della Chiesa cristiana del Congo (ECC) protestante, si sono incontrati con i rappresentanti della C64, promuovendo l’idea di sostituire le proteste con la partecipazione al dialogo.
La missione è riuscita. La coalizione delle opposizioni ha comunicato la sospensione delle manifestazioni e l’intenzione di partecipare all’iniziativa, indicando il 15 agosto come termine per l’inizio dei lavori della conferenza.
Oltre a minacciare di tornare in piazza qualora questa scadenza non venisse rispettata, la C64 ha esortato il presidente a non promulgare nel frattempo il disegno di legge sui referendum costituzionali che potrebbe aprire al terzo mandato, definendola una potenziale “provocazione”.
L’allerta e l’impegno restano alti, hanno poi chiarito i rappresentanti del blocco delle opposizioni.
L’incognita Kabila…
L’annuncio della C64 ha già sollevato le ire di alcuni esponenti delle opposizioni. Secondo quanto riporta il quotidiano Actualitè, diversi parlamentari vicini all’ex presidente Kabila hanno espresso la loro delusione e affermato di riporre le loro speranze proprio nell’alleanza Sauvons la RDC (salviamo la Rd Congo), lanciata nei mesi scorsi in Kenya dall’ex presidente con l’obiettivo di “mettere fine alla tirannia” di Tshisekedi, per quanto pacificamente.
Dopo anni di silenzio e di esilio all’estero l’ex capo dello stato è tornato a occupare le prime pagine dei media congolesi dall’anno scorso.
Kabila è ritenuto molto vicino all’M23 e al Rwanda; nel settembre 2025 una corte militare di Kinshasa lo ha anche condannato a morte in contumacia con l’accusa di far parte dell’insurrezione della milizia contro lo stato congolese.
L’ex presidente ha anche trascorso dei periodi di tempo tra Goma e Bukavu occupate, fugando di fatto ogni dubbio sul suo legame con il gruppo armato. Il ruolo di primo piano dell’ex capo di stato nella rivolta emerge anche dall’ultimo report del gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Rd Congo, nel quale si ipotizza una prossima ascesa dell’ex presidente all’interno dell’alleanza M23-AFC-Rwanda.
Nonostante l’essere continuamente associato alla guerra nell’est, Kabila mantiene una fitta rete di sostegno in Rd Congo, e le ultime dichiarazioni di diversi esponenti delle opposizioni lo dimostrano.
Alcuni parlamentari dell’area Kabila hanno anche messo in dubbio l’imparzialità come mediatrici delle Chiese cristiane, lamentando un approccio orientato verso il principio dell'”unico aggressore” (il Rwanda), ritenuto totalmente omologato alla posizione del governo.
In realtà, tra l’esecutivo e i vertici delle Chiese il clima è tutt’altro che sereno, anche perché i vertici delle organizzazioni cristiane hanno già messo in chiaro nei giorni scorsi la loro opposizione al disegno di riforma costituzionale voluto dal presidente.
Labirinto politico
La presenza di Kabila complica del resto la questione, ma porta all’altro elemento fondamentale per capire cosa sta succedendo in Rd Congo: la crisi di sicurezza nell’est del paese. Quell’est del paese che ospita oltre cinque milioni di rifugiati e che è teatro di una guerra che prosegue sotto varie forme da oltre 30 anni.
L’idea di un dialogo nazionale inclusivo si fa strada proprio nell’ottica di promuovere una soluzione tutta congolese alla crisi orientale. Fin dalla presa di Goma, nel gennaio 2025, le Chiese promuovono un Patto sociale per la pace e la convivenza da estendere anche ai gruppi armati. Una posizione che trova però il rifiuto di Kinshasa, contraria a coinvolgere l’M23.
A poco poi, finora, sono valsi i canali negoziali internazionali. L’anno scorso Rd Congo e Rwanda hanno firmato un accordo di pace con la mediazione degli Stati Uniti di Donald Trump mentre Kinshasa e M23 sono arrivati a un’altra intesa con la supervisione del Qatar.
Washington ha approfittato delle mediazioni per ricavarsi uno spazio privilegiato per investire nelle risorse naturali congolesi, mentre i risultati sul campo appaiono minimi. Il conflitto continua, così come le uccisioni e le fughe di civili.
Anche per questo decine di organizzazioni della società civile e diversi partiti di opposizione hanno proposto nei mesi scorsi l’avvio di un momento assembleare nazionale alternativo alle mediazioni promosse dall’esterno, anche riprendendo la proposta della Chiese.
Ora si presentano all’orizzonte diverse incognite. Innanzitutto non è chiaro quanto questo nuovo Dialogo nazionale raccoglierà dal Patto sociale già proposto dai leader religiosi. Il rischio è che si riparta da capo e si vanifichino molti degli sforzi per la pace già fatti, oltre alla divergenza di fondo sul coinvolgimento di milizie e movimenti come quelli dell’ex presidente Kabila, in linea di massima favorevole a partecipare al dialogo, nonostante alcune critiche, ma del tutto irricevibile da Kinshasa in questo momento.
Inoltre, è difficile capire se le istanze di sicurezza finiranno per fagocitare le richieste delle opposizioni in merito alla riforma costituzionale. Innanzitutto non è chiaro se sia previsto che queste vengano discusse nel Dialogo: per il governo non sono all’ordine del giorno ma non è escluso che possano entrare in agenda, mentre per le opposizioni sono la priorità.
La natura stessa di questa iniziativa non è ancora definita, e la tensione tra ottica securitaria e apertura politica è molto sottile. Come evidenzia in un’analisi Radio France Internationale (RFI), per le opposizioni il dialogo dovrà essere inclusivo nella misura in cui garantirà l’espressione di determinati diritti politici.
Il portavoce del governo Patrick Muyaya sembra vederla diversamente però. Per il dirigente del governo l’unico discrimine è prendere le distanze dal Rwanda.
Un’indicazione chiara verso il fronte di Kabila, certamente, ma anche una dichiarazione di intenti rispetto a cosa conterà veramente una volta avviati i negoziati.