Patrimonio a rischio
La Rainforest Foundation di Londra ha analizzato lo stato di salute del bacino del fiume Congo che tocca cinque paesi e interagisce con 60 milioni di persone. Deforestazione, bracconaggio e attività estrattive illecite penalizzano le comunità locali e indeboliscono la diversità biologica.

Il bacino del fiume Congo si estende per oltre 3,7 milioni di chilometri quadrati che comprendono un’enorme superficie arborea pari alle dimensioni del Messico e seconda solo alla foresta amazzonica. E con l’Amazzonia il bacino del Congo condivide un ruolo primario nella gestione dei cambiamenti climatici a livello globale.

Questo polmone verde è la regione più ricca di flora e fauna di tutta l’Africa e costituisce un patrimonio fondamentale per la sopravvivenza di sessanta milioni di persone. Negli ultimi anni, le sue foreste stanno rischiando di perdere un patrimonio di biodiversità e risorse naturali a causa della deforestazione, del bracconaggio, delle attività estrattive illecite e dei conflitti armati.

Tutte queste minacce vanno costantemente monitorate. Per questo, nei diversi settori, sono necessarie ricerche che contribuiscano alla salvaguardia di questi delicati equilibri. L’ultima ricerca in ordine di tempo è quella pubblicata la scorsa settimana dalla Rainforest Foundation, che alla vigilia della 46ª Giornata della Terra (22 aprile) ha presentato uno studio di 144 pagine intitolato Protected Areas in the Congo Basin: Failing both People and Biodiversity.

Il rapporto dell’organizzazione londinese esamina nei particolari l’attuale situazione nel bacino del Congo, basando le sue conclusioni su un campione di 34 aree protette situate nei cinque paesi africani dove si sviluppa maggiormente la foresta pluviale: Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Repubblica del Congo e Gabon.

Lo studio ha valutato gli effetti, in positivo e in negativo, che lo sfruttamento indiscriminato di queste aree sta avendo sulle comunità indigene e sulla tutela della biodiversità. Biodiversità che continua a diminuire, nonostante i milioni di dollari degli aiuti internazionali impiegati per la conservazione delle superfici arboree in Africa equatoriale.

Il report rileva pure che il fenomeno del bracconaggio persiste ampiamente e i grandi mammiferi stanno diminuendo a un ritmo allarmante, soprattutto il gorilla, il bonobo, lo scimpanzé e l’elefante di foresta. Sembra dunque che le forti limitazioni all’accesso e l’utilizzo di eco-guardie nelle aree protette dove vivono queste specie non abbiano sortito gli effetti sperati.

Nel corso di diciotto mesi di interviste sul territorio, i tre ricercatori che hanno redatto lo studio hanno rilevato come le misure adottate per la conservazione della biodiversità abbiano prodotto lo spostamento di villaggi, innescato conflitti interni e provocato violazioni dei diritti umani. Senza contare, che le comunità locali che vivono nei pressi dei parchi nazionali in Congo, in molti casi, hanno ravvisato la presenza delle eco-guardie come una minaccia ai loro diritti e ai loro mezzi di sussistenza.

Inoltre, ben il 62% delle 34 aree protette prese in esame hanno concessioni minerarie e il 39% petrolifere, senza che alla comunità locali sia destinata una percentuale anche minima dei proventi, che potrebbe essere impiegata per assicurare acqua potabile, istruzione e assistenza sanitaria.