Rd Congo: accordo di Washington, i minerali corrono più della pace
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L'intesa col Rwanda negoziata da Trump sorride agli investitori USA, molto meno agli abitanti di Nord e Sud Kivu
Rd Congo: accordo di Washington, i minerali corrono più della pace
La strategia statunitense sui minerali critici si concretizza in Rd Congo mentre la guerra continua
06 Febbraio 2026
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 8 minuti

I minerali vanno più veloci della pace. Erano in molti a temere che sarebbe andata così, tra attivisti, osservatori e analisti, quando gli Stati Uniti hanno mediato un accordo di pace tra Repubblica democratica del Congo e Rwanda lo scorso dicembre.

L’intesa negoziata da Washington non si limita a stabilire dei (fragili) meccanismi per la pacificazione dell’est della Rd Congo ma prevede anche la creazione di un meccanismo di cooperazione economica regionale tra Kigali e Washington.

Il documento è stato anche accompagnato dal lancio di una partnership strategica tra Rd Congo e USA che dà la priorità alle catene di approvvigionamento di minerali critici.

Mentre la pace fatica a farsi spazio nella Rd Congo orientale però, teatro di una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, la cooperazione sulle risorse naturali tra Washington e Kinshasa corre spedita.

Cosa succede in Rd Congo

Prima di tutto serve un po’ di contesto. Gli elementi centrali per capire cosa sta avvenendo sono almeno due. Da una parte c’è il conflitto che da circa 30 anni prosegue nelle province congolesi di Nord e Sud Kivu e Ituri, al confine con Uganda, Rwanda e Burundi.

L’ultima evoluzione in questo contesto di instabilità è segnata dall’offensiva lanciata a partire dal novembre 2021 dall’M23, gruppo armato non statale che dichiara di agire in difesa delle popolazioni di origine tutsi che vivono nell’est della Rd Congo e che è politicamente, militarmente ed economicamente sostenuto dal Rwanda. 

Il supporto di Kigali è riconosciuto dalle Nazioni Unite e da buona parte della comunità internazionale. Il governo del presidente Paul Kagame, dal canto suo, considera legittime le istanze di difesa della popolazione tutsi reclamate dell’M23 e ha ultimamente ammesso per la prima volta di intrattenere una forma di «coordinamento di sicurezza» con la milizia e con l’alleanza politico-militare congolese che la sostiene, l’Alleanza del fiume Congo (AFC). 

Il governo rwandese nega però di appoggiare apertamente il gruppo armato.

Gruppo armato che a partire dal gennaio 2025 ha consolidato le sue conquiste territoriali nell’est della Rd Congo arrivando a occupare Goma e Bukavu, capoluoghi rispettivamente di Nord e Sud Kivu.

Secondo esperti dell’ONU, l’M23 sta di fatto istituendo un’amministrazione parallela a quella dello stato congolese in queste due province. 

Gli interessi di Trump 

L’altro elemento chiave per capire cosa sta avvenendo tra Kinshasa e Washington è l’importanza dei minerali critici per gli USA, tenendo a mente che dall’Rd Congo si estrae il 70% del coltan mondiale, l’80% del cobalto e un decimo del rame.

La Casa Bianca considera la creazione di catene di approvvigionamento sicure e stabili di questi elementi un’assoluta priorità per la sua sicurezza nazionale.

Elementi che vengono definiti critici perché ritenuti fondamentali per la produzione industriale nel contesto della transizione energetica (nella difesa, le telecomunicazioni e le infrastrutture solo per citare alcuni settori) e di complessa reperibilità.

L’amministrazione Trump parte da alcune considerazioni base: gli Stati Uniti sono importatori netti al 100% di almeno 15 minerali critici e per metà di altri 12. Oltre a questo, dipendono dall’esterno anche per quanto riguarda la lavorazione di questi elementi.

E quando si dice dall’esterno si intende dalla Cina, paese che controlla la quasi totalità del processo di raffinazione di molte di queste materie prime, come cobalto, litio, stagno e terre rare, oltre a disporre di ingenti riserve sul suo territorio.

Un esempio del dominio cinese in questo settore può esser fatto proprio in relazione alla Rd Congo: Pechino è la principale destinataria di buona parte del cobalto e del rame estratti nel paese in base a un grande accordo stipulato per la prima volta nel 2008 e poi rinegoziato nel 2024.

Anche al di fuori del perimetro di questa intesa, la stragrande maggioranza di questi elementi deve comunque transitare per la Cina per essere raffinata per la già citata capacità di Pechino in questo senso.

È in questo contesto dunque, che vanno inseriti il recente annuncio da parte degli USA del progetto Vault, una riserva strategica di minerali essenziali del valore di 12 miliardi di dollari per diminuire la dipendenza dal gigante asiatico.

E sempre per le stesse ragioni, mercoledì scorso, il governo USA ha invitato rappresentanti di oltre 50 paesi a discutere della creazione di uno sorta di grande area commerciale dei minerali critici, sempre in ottica anti-cinese. Presente nello stesso giorno a Washington anche il presidente congolese Félix Tshisekedi. 

I primi affari

E non è un caso. Tirando le somme il quadro che accompagna l’accordo di pace dello scorso dicembre e i suoi sviluppi, si fa infatti più chiaro: da una parte c’è la guerra in Rd Congo, paese ricchissimo di risorse naturali fondamentali, dall’altra la disperata necessità USA di reperire minerali critici.

Dalla firma dell’accordo di pace e della partnership strategica, ci sono stati diversi passi in avanti.

Secondo quanto rivelato dall’agenzia Reuters, Kinshasa ha già presentato una lista di asset statali che sarebbero disponibili per investimenti di aziende statunitensi. Tra questi ci sono progetti di sviluppi di giacimenti di manganese, rame e cobalto (il secondo è un sottoprodotto dell’estrazione del primo), oro e litio. 

Nei giorni scorsi la multinazionale anglo-svizzera Glencore ha annunciato un memorandum d’intesa non vincolante con l’Orion Critical Mineral Consortium (Orion CMC) per la potenziale acquisizione di una quota del 40% delle miniere di Mutanda e Kamoto, due siti di estrazione di rame e cobalto situati nella provincia meridionale di Lualaba.

Orion CMC è un consorzio nato dalla partnership tra il governo statunitense e la società di consulenza Orion Resource. L’accordo con Glencore, se ultimato, ha un valore stimato di 9 miliardi di dollari. 

Oltre a questo, la società statale Gécamines ha reso noto che nel 2026 destinerà al mercato statunitense 100mila tonnellate di rame della miniera di Tenke Fungure, sempre nel Lualaba, tramite la società di trading delle materie prime svizzera Mercuria.

Un passaggio che rientra nelle creazione di una joint venture tra le due società per la commercializzazione di circa 500mila tonnellate di rame all’anno e che di nuovo coinvolge direttamente gli USA.

L’agenzia governativa US International Development Finance (DFC) sta infatti negoziando l’ingresso in questa partnership con una sua quota nell’ambito della cooperazione avviata con l’accordo di pace del dicembre scorso. 

E sempre la DFC ha espresso il suo sostegno a un progetto separato per la ristrutturazione della linea ferroviaria Dilolo-Sakania, tratto congolese che si collegherebbe al più ampio Corridoio di Lobito.

Con questo termine si intende un grande progetto infrastrutturale che coinvolge USA, G7 e Unione europea  e che punta a connettere i siti di estrazione mineraria della cosiddetta “cintura del rame” (nel sud della Rd Congo e nel nord dello Zambia) con il porto angolano di Lobito, e quindi con l’oceano Atlantico e i mercati internazionali. 

Non da ultimo, anche la multinazionale canadese Ivanhoe ha comunicato di essere in trattativa con Mercuria e Gecamines per rifornire le già citate riserve del Progetto Vault con i prodotti della sua miniera di Kipushi, situata nella provincia meridionale dell’Alto Katanga, da cui si estrae soprattutto zinco ma anche argento, rame, germanio e gallio. 

Assente ingiustificata 

Ma la domanda sorge spontanea: se per la cooperazione commerciale nel settore dei minerali le cose vanno così spedite, cosa sta succedendo rispetto alla pacificazione dell’est della Rd Congo? 

Qui le cose si fanno ben più complesse. Pochi giorni dopo la firma dell’accordo di pace tra Kinshasa e Kigali, l’M23 e le truppe rwandesi hanno preso il controllo di Uvira, la seconda città del Sud Kivu, a pochi passi dal confine con il Burundi.

Dopo alcuni giorni, a seguito delle pressioni internazionali e soprattutto degli USA, la milizia ha abbandonato la città per stabilirsi a poca distanza.

Combattimenti proseguono comunque in Sud Kivu mentre alcuni giorni fa l’M23 ha attaccato con dei droni l’aeroporto di Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo distante oltre 300 chilometri dalla linea del fronte.

L’incursione, stando alle principali ricostruzioni di stampa, è stata neutralizzata dalle forze armate congolesi e non ha causato danni particolari alla popolazione. 

Resta un segnale ben poco incoraggiante per quanto riguarda il ripristino della pace nella regione, che non sembra vicina.

Questo nonostante dal punto di vista formale sia l’accordo di Washington che un’intesa parallela tra governo congolese e M23 firmata a Doha, in Qatar, sembrano progredire con l’istituzione di meccanismi di verifica e monitoraggio del cessate il fuoco e di altri passaggi necessari all’implementazione. 

Peccato che sul campo tutto questo non si veda, con milioni di persone che restano intrappolate nella morsa degli scontri e di una situazione umanitaria tra le più difficili al mondo. 

La tragedia di Rubaya 

Una crisi che lo sfruttamento delle risorse non fa altro che peggiorare, in un palese cortocircuito che l’interesse USA nelle miniere congolesi non sembra proprio in grado di risolvere. La scorsa settimana una frana nella miniera di coltan di Rubaya, nel Nord Kivu, ha provocato la morte di centinaia di persone, fino a oltre 400 secondo alcune stime. 

Dalla sola Rubaya si estrae il 15% di tutto il coltan a livello mondiale. Nel sito di estrazione operano solo minatori artigianali, o informali, lavoratori che il più delle volte si muovono in condizioni pessime sotto il profilo della sicurezza, l’impatto sulla salute e la tutale dei diritti ma che mantengono intere comunità nell’est della Rd Congo. 

La miniera è sotto il controllo dell’M23 dall’aprile 2024. Secondo quanto denunciato dall’ONU e dal governo congolese, le rendite fornite dalla miniera sono una delle più importanti fonti di finanziamento del gruppo armato. 

 

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