Neanche il tempo di intravedere la luce del dialogo, che la Repubblica democratica del Congo ripiomba in una nuova crisi politica.
All’origine della nuova fase di impasse c’è una sentenza della Corte costituzionale. Il più alto organismo della giustizia di Kinshasa ha infatti valutato come conforme alla Costituzione un contestato disegno di legge che potrebbe aprire le porte a una modifica della Carta fondamentale e alla possibilità per il presidente Félix Tshisekedi di candidarsi per un terzo mandato, al momento non previsto dall’ordinamento congolese.
La decisione dei giudici ha ravvivato le proteste dell’opposizione, che da mesi si oppongono al disegno del capo dello stato, al potere dal 2019 al suo secondo, e in teoria ultimo, incarico da presidente.
E si usa il verbo ravvivato perché le rimostranze dei maggiori leader del fronte contrario al governo erano state messe in pausa dopo che la settimana scorsa Tshisekedi aveva annunciato un Dialogo nazionale inclusivo con la mediazione delle più importanti autorità religiose del paese.
Nonostante numerosi interrogativi, la decisione del capo dello stato sembrava aver calmato temporaneamente le acque, che tornano subito ad agitarsi.
Sull’impasse politico-istituzionale incombono poi l’epidemia di ebola in corso in alcune aree del paese e soprattutto la crisi di sicurezza nell’est, con almeno due province occupate in larga parte dalla milizia M23 e dall’esercito del Rwanda, suo alleato e principale sponsor.
Le inquietudini causate dal conflitto intersecano allora le incognite dello scontro politico, mentre sono milioni i congolesi sfollati a causa delle ostilità.
Storia di una Carta fondamentale
Il disegno di legge di cui si scrive non entra direttamente nel merito della questione dei mandati presidenziali, in realtà. Il provvedimento di legge si concentra invece sulle disposizioni relative all’organizzazione dei referendum.
Prima di essere sottoposto al vaglio della più alta Corte congolese, la bozza di provvedimento era già stata approvata dalla Camera bassa e dal Senato dell’Assemblea nazionale.
Il testo era pronto per la promulgazione del presidente, che però lo ha inviato alla Corte per una verifica sulla sua conformità con la Costituzione congolese, che risale al 2006 e che è nata al termine di una fase di conflitto durata quasi dieci anni.
Si fa riferimento qui ai due conflitti che hanno colpito il paese tra il 1996 e il 2003. Due guerre che hanno provocato milioni di morti e che sono sopraggiunte dopo il genocidio del Rwanda del 1994 e alla fase finale dei 30 anni al potere di Mobutu Sese Seko, che era diventato presidente nel 1965, cinque anni dopo l’indipendenza ottenuta dal Belgio.
La Costituzione congolese, si capisce allora, è figlia di un momento spartiacque per la regione dei Grandi Laghi e in realtà per tutta l’Africa.
I dettagli
La questione relativa al disegno di legge è in realtà giuridicamente piuttosto articolata. La Corte costituzionale si è sì espressa favorevolmente sulla norma nel suo complesso, ma ha espresso riserve su ben 13 articoli. Riserve di cui si dovrà tener conto al momento dell’eventuale implementazione della norma.
Tra i punti discussi dai costituzionalisti ci sono anche alcuni degli elementi più dibattuti dalla politica. Il disegno di legge non disciplina direttamente le modalità di modifica della Costituzione, ma ampliava in modo deciso lo spettro degli ambiti sottoponibili a referendum, estendendoli a “tutte le questioni di fondamentale importanza per la vita della nazione”.
Una dicitura tanto vasta da far temere di poter essere utilizzata per aggirare il dettato costituzionale, che all’articolo 220 stabilisce che il numero e la durata dei mandati presidenziali “non possono essere oggetto di alcuna revisione costituzionale”.
Le osservazioni della Corte hanno corretto questo punto, ma nel senso opposto a quello richiesto dalle opposizioni e più in generale dai detrattori della misura.
La formula prevista dal testo originale del disegno di legge è stata sì ritenuta troppo vaga e quindi cancellata, ma solo per essere sostituita da quattro motivazioni precise che però comprendono anche la possibilità di una revisione costituzionale e addirittura della stesura di una nuova Carta fondamentale, su iniziativa del popolo congolese.
La legge prevede poi le varie condizioni e disposizioni tecniche per condurre quest’ultima fase, che passa per una serie di passaggi parlamentari e infine per il vaglio popolare. Insomma, la legge così come è stata rivista dalla Corte è potenzialmente ancora più netta rispetto alle possibilità di modificare l’ordinamento congolese.
Non a caso, il deputato che per primo ha proposto il provvedimento, Paul Gaspard Ngondankoy, esponente della maggioranza di governo, ha detto al settimanale Jeune Afrique di “non poter nascondere la sua soddisfazione” per quanto deciso dai giudici.
La presa di posizione della C64
La reazione delle opposizioni è stata ben diversa. A partire dalla C64, un’alleanza dei cinque principali leader del fronte opposto al governo che è stata fondata lo scorso maggio con l’obiettivo esplicito di contrastare il disegno di riforma costituzionale del presidente.
L’alleanza ha definito la Corte costituzionale “asservita, priva di legittimità e sprovvista di indipendenza nei confronti di un potere che l’ha sottomessa” e ha pertanto affermato che “la sua sentenza è nulla”.
“L’alto tradimento è stato appena cristallizzato da questa sentenza scellerata – si legge ancora in una nota della coalizione -. Di conseguenza, la C64 ricorda che questa sentenza costituisce una ribellione giudiziaria della Corte Costituzionale contro il popolo sovrano”.
I leader delle opposizioni che animano il blocco, tra i quali gli ex candidati alla presidenza Martin Fayulu e Moise Katumbi, hanno quindi dato appuntamento al popolo congolese al prossimo 15 agosto per capire il prosieguo delle azioni.
E adesso?
Non è totalmente chiaro cosa questo voglia significare. Per fare luce sulla questione bisogna fare alcuni passi indietro. La C64 ha iniziato a protestare contro il disegno di modifica della Costituzione del presidente a fine maggio e a giugno una sua protesta a Kinshasa è stata anche repressa con violenza dalle forze dell’ordine.
In almeno due occasioni, la coalizione ha poi convocato nuove proteste, salvo poi ripensarci. Prima dopo un incontro di mediazione col presidente del Burundi, Évariste Ndayishimiye, a Bujumbura.
Poi dopo che il Il 17 luglio scorso Tshisekedi e i rappresentanti delle maggiori confessioni religiose del paese avevano convocato un Dialogo nazionale inclusivo, acconsentendo almeno apparentemente a una istanza promossa da tempo dalle Chiese cristiane, dalle opposizioni e dalla società civile.
In quel frangente i vertici della C64 avevano poi incontrato i leader delle Chiese e infine deciso di cancellare una protesta indetta per il 20 luglio. Sempre in quella occasione, la C64 ha chiesto al preside detto di mettere in pausa la mobilitazione fino al 15 agosto: qualora il Dialogo non fosse iniziato per quella data, le opposizioni sarebbero scese di nuovo in piazza.
Questa nuova presa di posizione dell’alleanza è molto netta nei toni, di dura condanna, ma non sembra rappresentare un’inversione definitiva rispetto all’idea di aspettare fino al 15 agosto per decidere sul da farsi.
La C64 aveva anche chiesto al presidente di non promulgare il disegno di legge sui referendum nel frattempo: un’altra incognita, soprattutto alla luce della sentenza della Corte costituzionale.
Tante incertezze
L’alternativa al caos sarebbe appunto il Dialogo nazionale, ma anche su questo manca chiarezza. Innanzitutto, il capo dello stato non ha ancora tradotto il suo annuncio in una norma attuativa.
Al contempo, anche le organizzazioni religiose che faranno da mediatrici, tra le quali la Conferenza episcopale (CENCO) e la Chiesa cristiana in Congo (ECC) protestante, non hanno fornito informazioni chiare relative alla conduzione dell’iniziativa.
I temi principali, chi potrà partecipare, dove si terrà tutto il processo? Queste domande restano a oggi inevase, come si evidenzia anche in un’analisi dell’Istituto Ebuteli, uno dei principali istituti di ricerca politica congolese.
Una delle questioni più scottanti riguarda ovviamente se si discuterà o meno della riforma costituzionale, questione chiave per le opposizioni ma non per il governo, che si concentra invece sulla guerra nell’est e sul contrasto al Rwanda che la alimenta.
La possibile partecipazione dei gruppi armati impegnati nella guerra, che a oggi sembrerebbe da escludere, pure rappresenta un banco di prova. Dubbi ci sono anche sul coinvolgimento della coalizione Sauvons la RDC, fondata in Kenya dall’ex presidente Joseph Kabila, vicino ai movimenti ribelli dell’est e condannato a morte in contumacia con l’accusa di partecipare a un’insurrezione l’anno scorso.
Secondo Reagan Miviri, analista dell’Istituto Ebuteli sentito da Nigrizia, “la fazione legata a Kabila sembra soffrire di una grande debolezza: non essere in grado di mobilitare la gente in Rd Congo: una campagna politica dall’esilio in cui si trova adesso l’ex presidente non può che avere effetti limitati”.
Al contempo, “Kabila è un attore di peso e in qualche modo dovrebbe essere rappresentato al Dialogo nazionale, o altrimenti potrebbe agire da guastafeste”.
Sollecitato sulle possibilità di tenuta dell’iniziativa, Miviri afferma che “tutto dipenderà da quanto il Dialogo sarà effettivamente inclusivo. Penso che la riforma costituzionale rimarrà per il momento in sospeso.
Se i gruppi ribelli e i gruppi armati nazionali parteciperanno, le risoluzioni avranno una possibilità di essere rispettate dalle parti in causa, aprendo la strada a un ritorno alla pace. Inoltre – suggerisce l’esperto -, tutte le parti devono mettere da parte i propri interessi individuali affinché il dialogo non si trasformi in uno stratagemma per conservare il potere o in una semplice merce di scambio per poltrone politiche”.
Il Dialogo si svolgerà in modo parallelo a due processi di pace internazionali che nei mesi scorsi sono culminati in due diversi accordi, uno tra Rd Congo e Rwanda, mediato dagli Stati Uniti, e uno tra Kinshasa e M23, negoziato con l’aiuto del Qatar.
A oggi entrambi i percorsi di pacificazione non hanno prodotto gli effetti sperati e il conflitto non accenna a calmarsi.
L’attivista Pambi: “La società civile molli la politica, e agisca”
La società civile congolese guarda a tutta questa situazione con “preoccupazione”, confida a Nigrizia Jeff Pambi, amministratore dell’organizzazione locale Alerte-Rdc nonché parte del coordinamento nazionale del Cadre de Concertation Nationale de la Société Civile (CCNSC).
“Temo che la tensione nel nostro Paese possa salire molto a seguito di questa sentenza della Corte costituzionale”, conferma Pambi. “Una decisione che per altro presenta delle stranezze: la norma è stata valutata come costituzionale nonostante numerose riserve, forse sarebbe stato più sensato inviarla nuovamente al presidente per delle modifiche”.
La sensazione di fondo comunque, “è che il capo dello stato non abbia nessuna intenzione di fare gesti di distensione”.
In teoria poteva andare in questo senso la convocazione del Dialogo nazionale, ma per adesso si brancola nel buio. “Siamo tutti in attesa di un ordine di convocazione di questa piattaforma, che però non arriva, e sui dettagli non sappiamo nulla. Le Chiese cristiane, dal canto loro, hanno detto che maggiori informazioni verranno rese note ‘in corso d’opera’. Ma che significa – si chiede l’attivista – è una formula che instilla dei dubbi”.
E con le opposizioni che pure appaiono incerte, “la società civile si sta già preparando a levare una sua voce. Ma questa voce – sottolinea il massimo dirigente di Alerte-Rdc – deve essere del tutto indipendente dalla politica. È questa la chiave”.
Pambi prosegue: “A oggi i movimenti sociali hanno inseguito troppo le istanze dei politici e si sono fatti trascinare nelle loro divisioni, ora bisogna fare qualcosa di diverso.
Ne va anche dalla riuscita del Dialogo nazionale – conclude l’attivista – solo se saremo veramente liberi potremo evitare di farci fagocitare da chi ci governa e potremmo sostituire lo sforzo delle Chiese, che senza sostegno rischiano di dover gettare la spugna”.