Circa 20 miliardi di dollari in soli tre anni. È quanto è costato alla Libia il massiccio contrabbando di benzina e gasolio tra il 2022 e il 2024. Gli autori non sono persone qualunque ma i leader del paese, responsabili delle risorse nazionali e quindi delle modalità in cui queste risorse dovrebbero favorire lo sviluppo e il benessere dei cittadini.
A svelare questa storia e i suoi retroscena è un’investigazione giornalistica i cui risultati sono stati raccolti nel rapporto “Inside Job: Libya’s Fuel Smuggling Escalation” di The Sentry. Non che il contrabbando di carburante sia una novità, anzi è da tempo una delle attività illecite più persistenti nel paese nordafricano. È però degno di nota che ad esservi implicati sono i dirigenti libici, che con la complicità di attori stranieri hanno approfittato del programma di sussidi per il carburante.
L’enorme differenza di prezzo tra il carburante libico, fortemente sovvenzionato, e i prezzi di mercato, rende di fatto il contrabbando un’attività molto redditizia. La Libia, infatti, ha uno dei prezzi del carburante più bassi al mondo grazie a un cospicuo programma di sussidi, con prezzi inferiori a 0,03 dollari al litro.
Ma questo, dicevamo, ha dato vita a una estesa attività di contrabbando. Solo nel 2024, quasi 7 miliardi di dollari – circa il 15% della spesa pubblica totale del paese – sono stati letteralmente rubati. Dietro queste azioni, svela The Sentry, ci sarebbero la famiglia Haftar nella Libia orientale e potenti individui legati alla famiglia Dbeibah nella Libia occidentale.
Dopo la Nigeria, questo paese, con l’Algeria, è uno dei più grandi produttori al mondo di petrolio. La produzione del 2024 è stata di 1.4 milioni di barili al giorno e a questa si è aggiunta quella del gas. Ma tale ricchezza anziché riflettersi sulle condizioni di vita dei libici e finanziare ospedali, scuole, infrastrutture, è diventata un’arma di potere e merce di scambio per chi gestisce arbitrariamente le risorse.
Il denaro, tanto denaro, ricavato dal contrabbando non sta solo finanziando la dittatura di Haftar a est del paese e i gruppi armati che si muovono ad ovest. I fondi derivati dalle attività illecite infatti, riforniscono, tra gli altri, unità militari russe in Africa e le Forze di supporto rapido (RFF) di Hemeti in Sudan.
Preoccupante è l’espansione di un sistema diventato sistematico e organizzato. Secondo quanto si legge nel rapporto: “Considerata la sua portata, il contrabbando di carburante non può più essere descritto come un semplice sottoprodotto di una governance debole. Nel 2021, i principali dirigenti libici lo hanno di fatto adottato come parte di una strategia più ampia e sistematica per sottrarre enormi ricchezze alla popolazione”.
E ancora: “Cleptocrati e reti criminali organizzate – lavorando a stretto contatto con funzionari corrotti che esercitano influenza sulla burocrazia statale, sugli snodi logistici, sui punti di distribuzione, sulle rotte e sui valichi di frontiera – hanno orchestrato un drastico aumento delle esportazioni illegali di carburante sovvenzionato”.
Abbiamo citato il Sudan, ma le destinazioni sono molte altre. Includono il Ciad, Niger, Tunisia, Albania, Malta, Turchia e anche l’Italia.
Italia connections
Nel nostro paese il contrabbando sarebbe facilitato anche dai rapporti con la mafia. Lo scorso anno la polizia ha smantellato un’organizzazione accusata di aver introdotto in Italia e in Europa gasolio, tra l’altro di bassa qualità, per un valore di 30 milioni di euro e di averlo rivenduto al prezzo standard.
Un libico, soprannominato il “boss”, legato alla mafia siciliana, utilizzava piccole imbarcazioni per rubare carburante da una raffineria di Zawiya, città portuale a 40 chilometri a ovest di Tripoli. Il carburante rubato veniva poi trasportato tramite pescherecci appositamente modificati al largo delle coste di Malta e dopo essere stato trasbordato su petroliere, arrivava al porto italiano di Augusta, in Sicilia.
Tra gli arrestati nell’operazione c’era un uomo accusato di appartenere al clan mafioso Santapaola. Fatto sta che per diversi anni, dopo lo scoppio della guerra civile in Libia, operatori con sede a Malta hanno partecipato e coordinato il contrabbando di carburante tra milizie e signori della guerra libici e la criminalità organizzata italiana.
Le operazioni utilizzavano le acque territoriali, i porti e le infrastrutture maltesi. Nel 2016 un lungo e accurato rapporto di esperti delle Nazioni Unite già raccontava tali modelli operativi e i legami tra organizzazioni criminali operanti a livello internazionale e sottolineava, tra l’altro, che le autorità maltesi erano a conoscenza di certe attività.
Ripercussioni sulla Banca centrale
Oggi, la nuova indagine, evidenzia come il contrabbando di carburante in Libia si sia trasformato in una grave crisi nazionale, con un costo per il paese di circa 6,7 miliardi di dollari all’anno. Nonostante una produzione di petrolio costante e condizioni di mercato favorevoli per tutto il 2023 e gran parte del 2024, la Banca Centrale Libica (CBL) ha registrato un forte deficit di valuta per due anni consecutivi.
L’enorme programma di sussidi al carburante riduce la quantità di greggio che la Libia può vendere in dollari, privando la CBL della valuta forte di cui ha bisogno per cibo, medicine e altre importazioni essenziali.
Va considerato che il paese, nonostante sia un importante produttore ed esportatore di greggio, è poi costretto ad importare petrolio raffinato per i bisogni interni, non essendo in grado di lavorarlo all’interno del paese.
La NOC indebolita
Il contrabbando non solo priva la CBL di entrate cruciali in dollari, ma mina anche la National Oil Corporation (NOC), le cui esportazioni di idrocarburi rappresentano praticamente la totalità delle entrate della Libia.
Il problema però è anche la credibilità e indipendenza di tale istituzione, spesso accusata di manovre irregolari, di scambiare petrolio greggio con carburante raffinato proveniente dall’estero, di poca trasparenza (per usare un eufemismo) e di fuorviare i dati di produzione.
Ciò ha permesso alla NOC di aumentare le sue importazioni di carburante senza alcun aumento della spesa pubblica dichiarata. Il risultato è stato che, in soli tre anni, le importazioni di carburante della Libia sono più che raddoppiate, raggiungendo circa 41 milioni di litri al giorno alla fine del 2024.
All’inizio di quest’anno, la NOC ha dichiarato che avrebbe posto fine a tali “irregolarità”. Nonostante questo, i volumi di importazione di carburante rimangono ingiustificatamente elevati e il contrabbando su larga scala persiste.
A capo della NOC oggi c’è Masoud Suleman, nominato recentemente, ma i due principali clan che controllano la Libia, guidati da Ibrahim Dbeibah e Saddam Haftar, vogliono controllare – in realtà già lo fanno – anche la National Oil Corporation.
Il ruolo di Saddam Haftar
Secondo il report è proprio il generale Saddam Haftar, figlio di Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico e leader de facto della Libia orientale dal 2017, la principale forza trainante dell’impennata del contrabbando di carburante.
La sua influenza sulla NOC, in particolare dal 2022, così come le sue fazioni armate sempre più integrate e la sua capacità marittima ampliata, hanno industrializzato attività precedentemente frammentate.
Il predominio armato della coalizione di Haftar su gran parte della Libia orientale e su parti significative del sud ha facilitato maggiori flussi di carburante verso le destinazioni del Mediterraneo via mare e dell’Africa subsahariana via terra.
Di fatto, quindi, affermano gli autori del report, la NOC è stata strumentalizzata e indebolita da figure potenti e, in mancanza di un solido intervento internazionale per garantire la responsabilità dei colpevoli, attori interni ed esterni alla NOC continueranno a minare la sostenibilità economica del paese.
Nuove esplorazioni: implicazioni per le aziende estere
A spiegare meglio come si è evoluto e intensificato il sistema è la direttrice esecutiva di The Sentry, Justyna Gudzowska, che evidenzia anche le implicazioni per le aziende energetiche internazionali. Le compagnie petrolifere internazionali – scrive la studiosa su Foreign Policy – stanno facendo la fila per rientrare nel settore petrolifero libico.
La Libia sta attualmente lanciando la sua prima gara d’appalto per nuove esplorazioni e sviluppo petrolifero in quasi due decenni, e sembrano esserci molti acquirenti da tutto il mondo. Questo però si scontra con il radicato sistema di corruzione di cui abbiamo appena parlato e di cui i leader dei paesi europei e degli Stati Uniti dovrebbero tener conto prima di procedere ad accordi.
Secondo Gudzowska, prima di parlare di affari le compagnie straniere dovrebbero valutare la sostenibilità dei loro progetti visto anche il rischio di disordini sociali e di una nuova ondata di guerra. Tanto per cominciare, sarebbe indispensabile, secondo l’esperta, garantire l’indipendenza della NOC, pretenderne la trasparenza.
Nel frattempo, dati alla mano, i potenti libici si arricchiscono, sovvenzionano guerre e massacri – come quello in Darfur – mentre la popolazione libica fa spesso i conti con la carenza di carburante e quando lo trova è costretto a pagarlo anche 40 volte la tariffa sovvenzionata.