Un contro dizionario che vuole aprire un varco di ascolto. Quarantadue parole in ordine alfabetico che vogliono essere politiche, legate alla voce di chi le usa o le raccoglie con un obiettivo: far comprendere una lingua invisibile per chi non è protagonista di un viaggio migratorio che attraversa il Mediterraneo centrale in cui si rischia la vita per averne una nuova.
Perché le parole spesso sono l’essenza di una vita, sia quando si ha la libertà di esprimerle, sia, maggiormente, quando questa possibilità non la si ha, perché non c’è nessuna persona disposta a riceverle, ascoltarle, fare lo sforzo di comprenderle e assumerle. Nessuna persona o comunque poche, in un tempo in cui i confini europei sono sempre più fortezza e chi migra è sempre più oggetto di ostacoli, aggressioni, violazioni, deportazioni.
Un contro dizionario di parole lontane dalle solite che sentiamo quando comunemente si parla di migrazioni: invasione, clandestini, terroristi, criminali. Un glossario che racconta termini che sembrano lingue in codice, che diventano zattere di salvezza e promessa di un domani differente, di possibilità di “saltare il muro”: il significato di boza per esempio, che si declina in libertà ma anche dolore.
Perché come capita alle vite che cambiano, anche le parole lo fanno, per reinventarsi il mondo, leggerlo attraverso altre lenti di vocabolari paralleli. Lenti che partono da una ricerca che investe la Tunisia, mettendo in evidenza il progressivo coinvolgimento nelle politiche di respingimento di quelli che sono i paesi di transito.