I 40 anni del Fronte Polisario

Che si trovi nei campi profughi in Algeria o nei Territori occupati, il popolo sahrawi vive separato dalla propria terra. Ma il movimento di liberazione, che pure ha compiuto errori, mantiene una forte presa sulla gente. Ripercorriamo le tappe essenziali del Fronte.

Il Fronte Polisario, l’ultimo dei movimenti di liberazione dell’ultima colonia africana, ha festeggiato il 10 e il 20 maggio scorso i quarant’anni della sua fondazione e dell’inizio della lotta armata.

Anche il Fronte Popolare per la Liberazione del Saguia al Hamra e Rio de Oro, le due regioni che compongono il Sahara Occidentale e danno il nome al Polisario, ha i propri miti fondativi. Il 10 maggio è la data di nascita ufficiale dopo un “Congresso”. In realtà una riunione ristretta iniziata il 29 aprile in una casa di Zouérat, cittadina mauritana ai confini col Sahara Español, si conclude il 1° maggio con la decisione di costituire il Fronte e adottare un “Manifesto”.

Vi si parla di «libertà totale» ma non ancora esplicitamente di indipendenza, che solo l’anno successivo diventa l’obiettivo dichiarato, da raggiungere con la lotta armata e il lavoro politico. Le armi sono del resto il vero atto fondativo del Fronte. Il 10 maggio avviene solo la diffusione del comunicato stampa della nascita del Polisario; ciò che viene ricordato è la prima azione contro gli spagnoli, a El Khanga, il pozzo dove il leader del Polisario, il giovane El Wali è arrestato mentre fa la scorta d’acqua insieme a un compagno. Per liberarli si darà inizio, il 20 maggio, al primo attacco armato e alla nascita effettiva del movimento di liberazione.

A partire dal 1975, il Fronte realizza una straordinaria mobilitazione unitaria e di massa contro l’invasione marocchina, superando il tribalismo della società tradizionale. Grazie alla lotta di popolo, riesce nel miracolo di costringere al cessate il fuoco un esercito ben più potente, nel settembre 1991. Da questo momento, soprattutto, cambia l’identità e la struttura del Polisario.

Già la proclamazione nel 1976 di uno stato indipendente, la Repubblica araba democratica sahrawi (Rasd), e la sua ammissione definitiva nell’Organizzazione dell’unità africana (Oua) nel 1982, obbligano il Fronte a essere contemporaneamente movimento e stato, e i suoi dirigenti uomini di lotta e di governo. La guerra e la costruzione del muro che divide in due il Sahara Occidentale portano a una forzata divisione organizzativa; col cessate il fuoco la lotta si specializza più nettamente. Tutti si identificano nel Polisario, ma da una parte si sviluppa la battaglia diplomatica e la gestione dei campi profughi, dall’altra lo scontro diretto, fisico, con l’occupante nei Territori occupati.

In entrambi i casi, la selezione e la formazione dei dirigenti avviene sul campo. L’attuale dirigenza del Polisario in esilio – quella nei Territori occupati è segreta per ragioni di sicurezza – appartiene alla generazione di giovani impegnati fin dall’inizio nella liberazione e che non hanno una formazione per gestire il progetto ambizioso di uno stato dichiarato indipendente. Si comprendono anche così i molti errori nella battaglia diplomatica e nella gestione dei campi profughi.

Con grande intelligenza il Fronte promuove la formazione di giovani all’estero. La mancata indipendenza rende però tecnici, ingegneri, medici “vittime” di questa lungimiranza, poiché non trovano un adeguato inserimento funzionale e politico. Il partito non ha compiuto il ricambio generazionale e i dirigenti formano un circolo chiuso nel quale ci si scambia solo di posto. Il presidente Mohamed Abdelaziz è alla testa del Polisario dal 1978, ed è significativo che, malgrado la sua disponibilità negli ultimi anni a cedere il passo, sia stato sempre riconfermato. Solo l’anagrafe, con la scomparsa dei dirigenti della prima ora, sta imponendo un modesto avvicendamento. Questo spiega anche l’assenza di audacia politica, di capacità comunicativa e l’insofferenza verso la critica esterna.

 

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